InsideOut 03×11

testata 3x11

 

Undicesima puntata. Ultima puntata.

Oggi ragazzi e ragazze non ho voglia di scrivervi la solita ramanzina per fare il riassunto della puntata. Oggi vi chiedo col cuore di ascoltare Il nostro lavoro basandovi semplicemente sulla mia parola, che in questo caso condensa quella di ogni membro di Insideout.
Vi do un solo indizio: questa puntata siamo NOI, con tutti gli annessi e i connessi, i difetti e i pregi, le paure e le speranze.
Dico solo questo.
È l’ultima nostra puntata per l’anno scolastico 2015/2016, vi garantisco che non vi deluderà.
Buon ascolto, ci sentiamo l’anno prossimo cari ascoltatori.
Per sempre  aaaaaabbbbombaaa!!!
Andreapiana

 

Tasto destro del mouse qui per scaricare il file – clicca qui per abbonarti gratuitamente su iTunes –  clicca qui per abbonarti gratuitamente tramite altri podreader

In questa puntata trovate (semplicemente):
–  MANIFESTO sul viaggio a cura della redazione di InsideOut

Questo slideshow richiede JavaScript.

–  INTERVISTA alla redazione di InsideOut e saluti
ultimo-giorno-di-scuola-cosa-fare_2aed86ddfa9ec941842034d50d79cf5bMa il nostro blog rimarrà aperto ancora per qualche settimana, per cui, RESTATE CON NOI!
Buone vacanze a tutti
dalla Redazione di InsideOut

InsideOut 03×10

testata 3x10

Ed eccoci qua, la decima puntata. La sabbia nella clessidra scolastica è agli sgoccioli, ma tra un impegno e l’altro sono certo che troverete il tempo per ascoltare anche la nuovissima puntata del nostro podcast che abbiamo confezionato perfettamente su misura per voi.

La tabella di marcia è tanto fitta quanto spumeggiante e scatta a sorpresa con ACTA DIURNA, per cui il super team (composto da Federica, Veronica, Michele e Michela) ha realizzato un pezzo sulla “scuola e la passione allo studio”. In seconda tappa troviamo ad aspettarci  SUL LETTINO DI FREUD: Michela, Bianca e Martina, per rimanere in tema, ci parlano delle “passioni buone e di quelle malate”.
Concludiamo con due pezzi che inaugurano il nostro Paiolo Magico: FUORI RUBRICA! Per questa puntata abbiamo tirato fuori davvero due belle chicche, solo per voi. Per primi compaiono Paolo e Sara con la loro “serotonina”, lasciando poi la scena ad Elia, Michele e Sandy che ci parlano un po’ di quanto sia complicato comunicare e capirsi.
Anche per la decima puntata è tutto, alla prossima.
Andreapiana

 

Tasto destro del mouse qui per scaricare il file – clicca qui per abbonarti gratuitamente su iTunes –  clicca qui per abbonarti gratuitamente tramite altri podreader

In questa puntata trovate:

acta-diurna-blogLo studio questo sconosciuto. Può essere una grande passione o una condanna, dipende da come lo si prende, siete d’accordo? Ce ne parlano Federica, Veronica, Michele e Michela e ci fanno capire un po’ come vanno le cose e come, invece, dovrebbero andare. Quando si perde la motivazione allo studio non è mai colpa soltanto nostra, ma sta a noi recuperarla per poterla far fruttare e rendere il “Sapere” una possibilità per creare il nostro futuro.

 

Brano musicale scelto dalla redazione di InsideOut da Jamendo:  “One in a million”  by Michael Ellis

FreudSUL LETTINO DI FREUD presenta: la passione sana e quella malata, che diventa ossessione. Un hobby, un’amicizia, uno sport, un amore… tutto quello che ci fa muovere ha origine nella passione che sentiamo e che ci permette di destare il nostro interesse. Cosa succede quando si perde il controllo? Tutto quello che di buono la passione porta con sé viene distrutto dall’ossessione. Bianca, Michela e Martina ce ne parlano e ci fanno capire come funzionano le cose e come poter evitare di rovinare tutto.

 

 

lavorare-con-passione

Brano musicale scelto dalla redazione di InsideOut da Jamendo:  “Our place”  by Arrow & Olive

fuori FUORI RUBRICA – Cosa rende migliore le nostre giornate? Un bel voto? Un successo insperato? Il sorriso della persona amata? E se vi dicessimo che tutto questo può essere aiutato dalla serotonina in circolo nel nostro corpo, nel nostro cervello? Sara e Paolo ci danno qualche consiglio per incrementare la nostra serotonina e farle fare bene il suo duro lavoro.

 

Brano musicale scelto dalla redazione di InsideOut da Jamendo:  “Promises and plans”  by Lilly Wolf

fuoriCom’è difficile comunicare! Com’è facile fraintendere! Elia e Michele, con l’aiuto di Sandy, hanno escogitato un modo creativo per mettere in scena l’incomunicabilità. Le differenze di ceto sembrano una cosa d’altri tempi, vero? Forse non è proprio così, fateci caso.

 

 

Alla prossima settimana con l’ultimissima puntata della terza stagione di InsideOut-il podcast del Liceo Bagatta!

 

InsideOut 03×09

testata 3x09

 

Buongiorno ragazzi e ragazzi, ormai siamo quasi alla fine della scuola e giugno incombe minaccioso per tutti i maturandi… nonostante ciò noi di InsideOut abbiamo ancora qualche cartuccia speciale da sparare per voi.

La nona puntata parte sgommando con una super intervista di Sara ed Elia a Vincenzo Beschi di Avisco. Prendiamo poi un aereo e catapultiamoci in Danimarca accompagnati dalla nostra Sandy che ci racconterà la sua esperienza di scambio vissuta quest’anno. Detto ciò prendiamo la palla al balzo insieme a Michela e conosciamo un po’ più da vicino il mito del basket Kobe Bryant. Concludiamo con una digressione culturale sul tanto grande quanto oscuro Lovecraft diretta da Nevio.

Per questa puntata è tutto, cari ascoltatori, ci sentiamo alla prossima!

Andreapiana

Tasto destro del mouse qui per scaricare il file – clicca qui per abbonarti gratuitamente su iTunes –  clicca qui per abbonarti gratuitamente tramite altri podreader
In questa puntata trovate:

GreenroomSara ed Elia intervistano Vincenzo Beschi di AVISCO, l’associazione per la ricerca, la sperimentazione e l’aggiornamento sugli audiovisivi in ambito scolastico e socio-educativo che opera nel nostro territorio dal 1986.

Questo è il canale YouTube di Avisco: https://www.youtube.com/user/aviscobs

 

Brano musicale scelto dalla redazione su Jamendo.com: “Spinning”  by  Liv Margaret

spotlight-blogSandy è appena rientrata dalla Danimarca e ci ha voluto raccontare com’è andata. A giudicare dal suo entusiasmo e dalle sue riflessioni è un paese da conoscere e da vivere, voi che ne pensate?

Se volete dirci la vostra lasciate qui sotto i vostri commenti, potrebbe essere l’inizio di una fruttuosa condivisione.

 

Brano musicale scelto dalla redazione su Jamendo.com: “Safe and warm in Hunter’s arms  ”  by Roller Genoa

sportbox-blogKobe Bryant: una leggenda. Michela ci parla di lui, dei suoi inizi, della sua carriera folgorante e di quanto questo fuoriclasse sia stato per generazioni fonte di ispirazione e di emulazione. Non è un addio, ma c’é malinconia e nostalgia in questo saluto che tutta la redazione di InsideOut vuole fare a Kobe Bryant unendosi alla voce di Michela.

 

 

Brano musicale scelto dalla redazione su Jamendo.com: “One”  by  Mirva

dont-disturb-im-reading-blogNevio è un appassionato di mistero e cose tenebrose. Ha scelto di parlarci di Howard Phillips Lovecraft perché pochi lo conoscono (specialmente qui in Italia) e questo è un peccato. E’ più di un consiglio di lettura, è uno spunto per approfondire un tema narrativo (che sprofonda nel torbido della mente umana) che potrebbe interessarvi parecchio.

 

 

Alla prossima!!!

 

InsideOut 03×08

testata 3x08a

Buongiorno ascoltatori ed ascoltatrici di Insideout, sono settimane piuttosto difficili queste ultime di maggio per noi studenti, specialmente per i maturandi, ma abbiamo in serbo per voi ancora qualche puntata prima della pausa estiva per cui non desistete e continuate a seguirci! Questa ottava puntata è dedicata alle storie perché crediamo che raccontare delle storie attorno ad un fuoco sia un buon modo per stare insieme. Immaginatevi di essere in una spiaggia, tra amici, dopo il tramonto, e immaginatevi attorno a un falò, siete pronti? La prima storia ce la racconta Martina, una storia molto bella che le appartiene e che lei ha voluto condividere con grande generosità. La seconda storia ce la racconta Sara, ci parla di una delle sue irresistibili passioni: la cucina. Niente a che fare con MasterChef e programmi martello, tranquilli, la nostra Sara vi farà venire voglia di mettervi ai fornelli e sperimentare… fateci sapere come è andata, però! La terza storia, in realtà, è composta da sette storie raccolte in sette volumi diversi. Sono consigli di lettura che potrebbero esservi utili quando avrete voglia di leggere qualcosa di speciale, ma non sapete di preciso cosa.  Ci siamo divertiti molto a preparare questa puntata e speriamo che questo vi arrivi forte e chiaro, per il momento è tutto… buon ascolto!

Andreapiana

 

Tasto destro del mouse qui per scaricare il file – clicca qui per abbonarti gratuitamente su iTunes –  clicca qui per abbonarti gratuitamente tramite altri podreader

 

In questa puntata trovate:

acta-diurna-blogMartina ha deciso di raccontarci una storia molto personale per farci capire l’importanza dei legami, l’importanza della famiglia. Ci parlerà di cosa significa “affido” e cosa significa “adozione”, di come la sua famiglia ha deciso di intraprendere questa avventura, di come ha superato gli ostacoli e le difficoltà, di come ha imparato meglio il significato di accoglienza e di ascolto. Vi assicuriamo che tutto ciò che ascolterete vi rimarrà nel cuore. Grazie Martina, da parte di tutti noi.

Sara, invece, vi racconterà di una sua grande passione: cucinare. Sì, vi sembrerà strano, ma sa fare pure quello e lo sa fare molto bene (possiamo testimoniare che i suoi muffins sono S-T-R-E-P-I-T-O-S-I). Se volete condividere con noi la vostra ricetta preferita, lasciatecela nei commenti e noi metteremo Sara al lavoro per poi dirvi com’è venuta!

Brano musicale scelto da Bianca su Jamendo.com “Illuminate” by Yavor f. Mey

 

dont-disturb-im-reading-blogLa nostra redazione ha deciso di darvi dei consigli di lettura. Non vedevate l’ora, vero? Vi chiediamo cortesemente di non prendere la cosa sottogamba, perché abbiamo scelto per voi delle storie che vi lasceranno un segno. Se decidete di darci fiducia e leggendo uno di questi libri (o anche tutti!) vi viene voglia di condividere con noi le vostre impressioni, non dovete far altro che lasciarle qui sotto, nello spazio commenti. Le leggeremo con molta attenzione e molto piacere. Eccovi, ora, i nostri libri preferiti:

 

non calpestare i nostri diritti

 

Veronica ha scelto “Non calpestate i nostri diritti”

 

 

 

città di carta

 

Federica ha scelto “Città di carta” di John Green

 

 

 

415ldRLmiYL._SX320_BO1,204,203,200_

 

Sandy ha scelto “Il rumore dei tuoi passi” di Valentina D’Urbano

 

 

 

Michele ha scelto “Lo Hobbit” di J. R. R. Tolkien

 

51tj0NsQSbL._SX327_BO1,204,203,200_

 

Michela ha scelto “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne

 

 

 

41J5HGujmPL._SX325_BO1,204,203,200_

 

Sara ha scelto “La moda” di Georg Simmel

 

 

51MUIB0F4ZL._SX318_BO1,204,203,200_

 

Nevio ha scelto “La leggenda di Sigurd e Gudrun” di J. R. R. Tolkien

 

 

419sM+aeg3L._SX320_BO1,204,203,200_

 

Elia ha scelto “Steve Jobs” di Walter Isaacson

 

 

Brano musicale scelto da Bianca su Jamendo.com: “Skibidubap”  by Potta la Motta

 

InsideOut 03×07

testata 3x07

Buongiorno ascoltatori ed ascoltatrici di Insideout, siamo già arrivati a fine aprile e come tutti sappiamo ora la vita scolastica comincia a diventare un vero inferno. Eppure tra un’interrogazione di latino e una verifica di matematica sono certo che troverete un ritaglio di tempo per ascoltare la settima imperdibile puntata del nostro podcast, che per questa nuova uscita ha in serbo delle vere e proprie bombe pronte ad esplodere.

Si parte con un supermanifesto preparato da tutta la redazione di InsideOut riguardo gli avvenimenti dello scorso capodanno a Colonia, in cui ogni membro del nostro gruppo vi offrirà uno spunto per riflettere su questi fatti tanto indecenti quanto, purtroppo, attuali.

Cambiamo poi totalmente registro e dirigiamoci verso la storica libreria Castelli Podavini di Desenzano per un’intervista alla signora Mariella Podavini che per Do not disturb, I’m reading  ci guiderà in un viaggio all’interno della storia di una delle più belle e antiche librerie della nostra città.

Chiude la puntata la nostra Martina che per Get your Ticket ha preparato un fantastico pezzo su “Il Piccolo Principe”, offrendoci la sua personale opinione riguardo uno dei maggiori eventi cinematografici di questi ultimi mesi.

Buon ascolto a tutti!

Andreapiana

 

Tasto destro del mouse qui per scaricare il file – clicca qui per abbonarti gratuitamente su iTunes –  clicca qui per abbonarti gratuitamente tramite altri podreader

 

In questa puntata trovate:

20151124153253_violenzadonneUn nuovo Manifesto per InsideOut. E’ il nostro modo di rendere chiaro ed esplicito il nostro pensiero riguardo questioni che ci stanno a cuore.

Abbiamo aspettato un po’ prima di affrontare questo argomento, la Violenza sulle Donne, perché avevamo bisogno di tempo per riflettere e per trovare il modo migliore per noi per esprimerci.

Siamo soddisfatti del risultato ottenuto, siamo sicuri che non ci sia possibilità di fraintendimento: il nostro NO è talmente forte e talmente fermo, in ogni circostanza, in ogni luogo, in ogni tempo, che risuonerà alle vostre orecchie così come noi lo abbiamo voluto.

 

Brano musicale scelto per voi da Michele in Jamendo.com: “Gray Flowers” by  The Gray Havens 

 

dont-disturb-im-reading-blogSiamo andati in trasferta per un’intervista alla signora Mariella Podavini, la proprietaria della libreria più bella e più longeva di Desenzano del Garda: la Libreria Castelli-Castelli. La signora Mariella ha risposto alle nostre domande, noi ci siamo immersi nella ricerca di titoli interessanti da leggere e abbiamo respirato un po’ d’aria buona tra le pagine di centinaia di migliaia di libri.

Guardatevi la nostra foto-gallery e invidiateci un po’  ;-)  se volete dirci qual è la vostra libreria preferita scrivetecelo nei commenti sotto al nostro post!

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Brano musicale scelto per voi da Bianca in Jamendo.com: “Smalls” by Steady Hussle feat. Cory Feigen

 

Get-Your-Ticket-blogMartina ci parla de “Il Piccolo Principe” in versione cinematografica, ma poi si allarga anche al libro e poi… poi vi parla di un ricordo personale molto toccante. Questo perché ci sono storie che riescono a trasportarci in un luogo dove la realtà perde i connotati oscuri e possiamo ancora sperare di riportare un po’ di cuore in un mondo che spesso ci delude e ci rende insicuri e deboli.

 

 

INSIDEOUT a RADIO NOI MUSICA

Ospiti di Marika e Ciro nel loro programma “Il Tempo delle Mele” abbiamo parlato di InsideOut e della nostra esperienza di podcasters. Con noi c’erano anche i ragazzi della band del Liceo Bagatta e durante il programma hanno suonato un paio di pezzi, ci siamo divertiti un sacco! Grazie a Radio Noi Musica vi possiamo far ascoltare la nostra intervista se ve la siete persa, eccola qui:

Questo slideshow richiede JavaScript.

InsideOut 03×06

testata 3x06

Signori e signore la sesta puntata di Insideout sarà per voi un viaggio, siete pronti?

Iniziamo con un’intervista speciale con un fisico italiano, Claudio Giannetti, che ci aiuterà a capire meglio la passione che è all’origine del suo lavoro. Siamo certi vi piacerà.  ACTA DIURNA è dedicata a Katherine Johnson, protagonista della nostra copertina (la sua foto da bambina). Sara ci parlerà di tutte le cose straordinarie che questa donna è stata capace di fare, sorprenderà anche voi.  Una nuova rubrica, decisamente ce n’era bisogno, dedicata all’analisi della mente umana: SUL LETTINO DI FREUD! Elia e Federica ci faranno riflettere sulle potenzialità nascoste in ognuno di noi. Come potete notare, gli argomenti non ci mancano e neppure la voglia di condividere il nostro piccolo grande mondo con voi che ci ascoltate. Anche per questa puntata da parte mia è tutto, non mi resta altro che augurarvi buon ascolto.

Andreapiana

Tasto destro del mouse qui per scaricare il file – clicca qui per abbonarti gratuitamente su iTunes –  clicca qui per abbonarti gratuitamente tramite altri podreader.

 

In questa puntata trovate:

GreenroomIntervista speciale al fisico Claudio Giannetti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia – dipartimento matematica e fisica. Ci ha parlato di superconduttività, di laser e del perché la matematica e la fisica non sono SOLO quello che ci fanno studiare a scuola, ma come sia importante iniziare proprio da lì.

 

Brano musicale scelto dalla Redazione su Jamendo.com“YOU”  by  Sean Brookes

 

acta-diurna-blogUna storia che pochi conoscono, ma che merita di essere raccontata e raccontata ancora. Sara ci parla di Katherine Johnson che da bambina superdotata del genio della matematica si è trasformata in elemento fondamentale per far arrivare l’uomo sulla Luna. Volete sapere come? Ascoltate Sara e lo saprete!

 

Brano musica scelto dalla Redazione su Jamendo.com: “UNDER MY RED CARPET” by The Morning Light Project

 

FreudSUL LETTINO DI FREUD!

Elia e Federica ci parlano della Multiply Intelligence. Che cos’è? E’ un modo interessante per valutarsi e cercare in noi quelle qualità che magari ancora nessuno vede, ma che noi possiamo rendere evidente con pochi piccoli accorgimenti. Una possibilità alla portata di tutti per stupire gli altri, ma soprattutto stupire noi stessi.

 

“A spasso con il 6 Nazioni” by Andreapiana (3°)

rugby

Il sei nazioni è terminato e ora che sono finite anche le vacanze di Pasqua è giunto il momento di fare il punto della situazione.

Il torneo è finito nel peggiore dei modi: l’ennesima sconfitta (con la nazionale gallese) è un vero colpo di grazia per tutti coloro che seguono il rugby e hanno a cuore almeno i risultati della nazionale. Le note positive sono davvero poche, oltre al solito Parisse, più grande che mai, e a qualche buon giovane come Campagnaro o la neo-apertura Canna, tutto il resto, o quasi, va cambiato. Non ci sono scuse.

Gli unici passi fatti sono indietro. Non contano delle buone semi-prestazioni, non conta giocare bene sessanta minuti se poi nei soli venti minuti mancanti si vanifica tutto quanto si è conquistato concedendo all’avversario di fare ciò che vuole. Non mi sto riferendo all’ultima partita, è proprio una questione che riguarda l’intero percorso di crescita, o decrescita, che ci ha portato inizialmente a buoni risultati e poi ci ha condotto ad uscire nuovamente ai gironi durante il mondiale. E, come se non bastasse, a ricevere anche il cucchiaio di legno nel torneo di rugby più prestigioso del mondo.

Non è possibile che una nazione con più di sessanta milioni di abitanti abbia bisogno di ricorrere continuamente a giocatori stranieri per la propria nazionale quando ci sono, o almeno ci potrebbero essere se venissero formati nella maniera corretta, sportivi italiani più adeguati, o che meriterebbero almeno l’occasione di allenarsi e giocare ad alti livelli come si conviene a una nazione che vuole essere competitiva nel panorama internazionale. Il problema, credo, ha origini profonde, interne al sistema rugby italiano. Probabilmente c’è veramente bisogno di un cambiamento ai vertici, il metodo di selezionamento e l’intero staff della Federazione dovrebbe essere cambiato.

Non voglio incolpare qualcuno nascondendomi dietro allo schermo, ben difeso dalla rete, ma quanto da me affermato è evidente, è sotto gli occhi di tutti. Un problema c’è, ed è sempre lo stesso. Forse conviene fare marcia indietro e prendere come esempio, per farne la nostra guida, coloro che il grande rugby lo hanno fatto, e non chi promette grandi conquiste nel breve periodo.

Nonostante tutto, sempre e comunque forza azzurri! C’è una Nazione intera con voi, e sta a voi non deluderla.

Andreapiana

InsideOut 03×05

testata 3x05

 

Signori e signore anche la quinta puntata di Insideout è pronta per essere ascoltata da tutti voi che ci seguite senza mollarci mai (grazie!).
Partiamo con l’irrinunciabile Acta diurna: Martina, Sara e Michele hanno provato per noi un nuovo videogame. No, non c’era nulla di divertente, ma scoprirete meglio di che si tratta dalla loro viva voce. Scivoliamo poi verso qualcosa di più leggero, addentrandoci nel mondo dello sport: Michela ci guiderà in un’avvincente immersione alla scoperta delle grandi donne che hanno dato e stanno dando lustro allo sport.
Chiudiamo, infine, con un po’ di cultura in Rise and Shine, il che non ci fa poi così male: Michela, Michele e Veronica ci fanno fare un viaggio in rete nell’Archivio della Biblioteca Nazionale di New York. Sono certo apprezzerete.
Anche per questa puntata da parte mia è tutto, non mi resta che augurarvi buon ascolto!

Andreapiana

Tasto destro del mouse qui per scaricare il file – clicca qui per abbonarti gratuitamente su iTunes –  clicca qui per abbonarti gratuitamente tramite altri podreaders.

In questa puntata trovate:

acta-diurna-blog

The Syrian Journey – è un videogioco anomalo che ci ha fatto discutere per qualche giorno sui suoi perché. Se volete sapere come è andata a finire, Martina, Sara e Michele vi diranno la loro.

 

 

Brano musicale scelto da Bianca in Jamendo.com“Likely Story” by Great White Buffalo.

 

sportbox-blog

Nello sport le donne hanno sempre avuto meno visibilità degli uomini. E’ ora di cambiare le cose! Michela vi fa una rapida quanto efficace panoramica delle donne che hanno fatto, e fanno la differenza, nell’ambito dello sport nazionale e internazionale.

 

 

Brano musicale scelto da Michele in Jamendo.com“Shadows” by Draco and the Zodiac.

 

Rise-and-shineLa New York Public Library ha aperto il suo preziosissimo archivio mettendolo on-line. Ce ne parlano Michela, Veronica e Michele e ci raccontano perché è un’occasione da non perdere per farsi un’immersione sorprendente nella storia americana.

VINILI CHE PASSIONE! by Bianca

Music icon vector illustration
Music icon vector illustration

Ciao, sono Bianca e sono qui per darvi ancora un buon consiglio d’ascolto scelto dalla mia raccolta di vinili.

Indie, minimal, new sensation, Londinesi: questi sono i termini che collego istintivamente ai The xx, la band formata da quattro (ora sono rimasti in tre) elementi: Romy Madley Croft (voce, chitarra), Oliver Sim (voce, basso) e Jamie xx (beats, tastiere, batteria). Hanno pubblicato due album, “xx” e “Coexist”, oggi vi parlerò del primo.

Uscito il 17 agosto del 2009, loro album d’esordio accolto molto bene dal pubblico e dalla critica, soprattutto inglese. E’ composto da 12 brani che sono  storie d’amore ingenue e sognanti, immerse in un’atmosfera assolutamente malinconica. Si apre con una “Intro”, caratterizzata dal suono di echeggianti chitarre e un lievissimo coro in sottofondo (di sicuro lo avrete già sentito, perché è stato inserito in molte pubblicità e in alcune colonne sonore di film):

Il singolo di debutto è “Crystalised”: canzone leggermente diversa dalle altre, principalmente perché all’inizio la chitarra offre dei suoni quasi country, ma per il resto continua con il duetto di Romy e Oliver che caratterizza quasi tutte le loro canzoni. Alla fine l’album si chiude con “Stars”, che sottolinea in particolare lo stile indie pop.

Questo album lo consiglio se volete perdervi in visioni di sound ipnotizzante, capace di creare atmosfere intime. Comunque, la canzone che personalmente preferisco dell’album è intitolata “Fantasy”: si apre con la voce nostalgica di Oliver Sim che canta

Don’t rest with the less.

I’m burning to impress.

It’s deep in the middle of me.

I can be fantasy.

(Trad. Non accontentarti di poco. Sto bruciando per cercare di sorprenderti. È nel profondo del mio corpo. Io posso essere fantasia.)

Uno stato mentale etereo, che è subito seguito dal basso e dalla chitarra: il primo forma come un tappeto di onde che risuona languido nelle orecchie in modo insistente e rilassante, il secondo crea una eco che ti trasporta in un mondo lontano, vellutato e calmo. Questo brano ha solo un difetto: quello di durare troppo poco.

Per oggi è tutto, buona musica!

Bianca

 

VINILI CHE PASSIONE! by Bianca

Music icon vector illustration
Music icon vector illustration

Ciao, sono Bianca, e sono ritornata per raccontarvi della coinvolgente raccolta di storie che è l’album “Dalla” di Lucio Dalla. Ricordate? Vi avevo promesso qualche buon consiglio d’ascolto qualche settimana fa, quindi mettetevi comodi e fate questo viaggio con me.

d88a33969022a2e295f156cda08c390f_origUn cappello scuro, sormontato da un paio d’occhiali rotondi e due occhi curiosi rivolti verso l’alto, tutto rigorosamente in bianco e nero: questa è la copertina dell’album uscito nel 1980. Tutto comincia con “Balla balla ballerino”, una canzone ritmata e coinvolgente (probabilmente una delle poche che mi porta a ballare saltando sul letto), che racconta di questo ballerino che balla per i violenti, per i sofferenti, per i cuori, nonostante la pistola puntata e il tempo che corre veloce come un treno. Di seguito ci sono: “Il parco della luna” – una giostra dell’infanzia con Sonni Boi e la sua donna Fortuna, “La sera dei miracoli” – ambientata nei vicoli di Roma, che ti fa sentire come se fossi davvero lì a guardare le piazze, i giardini, la gente nei bar, gli innamorati, e ad ascoltare qualcuno che con la bocca fa a pezzi una canzone; “Mambo”– una storia d’amore agrodolce con un’ironia surreale, dove si sente il rimpianto di non aver dormito per una settimana e lo sbattere della porta con dentro la mano dell’innamorato.
Così finisce il lato A, mentre il lato B riparte subito con “Meri Luis” – il susseguirsi di diverse storie che si concludono con chi ha scelto di fermarsi a guardare la vita passare o chi ha rincorso quel treno. Dopodiché c’è “Cara” – un testo malinconico con un po’ di pentimento, e una melodia avvolgente cullata dal piano, come a simulare il movimento delle ali della farfalla che vuole volare lontano, o il vento che tira in un posto del cuore. Successivamente la canzone “Siamo Dei” – che interroga delle ottuse Divinità sul senso della vita. Infine l’attesissima “Futura” – la canzone che è entrata a far parte della nostra cultura, e che ha un’affascinante storia dietro: era nata come sceneggiatura, a Berlino. Seduto su una panchina scrisse la storia di due amanti, uno di Berlino Est e l’altro di Berlino Ovest che si interrogano su possibilità e paure del futuro.

L’intero disco è un viaggio a ritroso in un tormentato percorso sentimentale, un destino che fa paura, un viaggio fatto di malinconie e di solitudini: “A metà strada tra Ferrara e la luna”.

In questa raccolta di 8 appassionanti canzoni è difficile identificare la mia preferita, ma ammetto che “Cara” ha un posto speciale nel mio cuore. L’ingenua e giovane donna con tanti capelli, che mangia il gelato mentre l’innamorato sta morendo per lei, che vuole seguire il proprio istinto anche se ha paura di andare troppo lontano, ma allo stesso tempo non vuole rinunciare alla sua libertà e, dall’altra parte, l’uomo che la ama, che prova anche lui a volare, ma si accorge che lei ormai se n’è andata. Allora prova a nascondere il suo dolore con un sorriso e, alla fine, accetta il tutto dicendo: “E così sia”.

Posso solo aggiungere che hanno suonato in questo album musicisti veramene importanti, come Ron (pianoforte, chitarra acustica e cori), Ricky Portera (chitarra elettrica, acustica e cori), Marco Nanni (basso), Giovanni Pezzoli (degli Stadio -batteria), Aldo Banfi (synth), Gaetano Curreri (degli Stadio – tastiera), Cecco la Notte e Paolo Del Conte (chitarra acustica). Insomma, non poteva che uscire un capolavoro, vero?

Alla prossima settimana, buona musica a tutti!

Bianca

“A spasso con il 6 Nazioni” by Andreapiana (2°)

6nazioni2016-italia-inghilterra-risultato

Domenica 14 febbraio, seconda giornata nel secondo fine settimana di rugby per l’RBS six nations. Sabato Francia e Irlanda hanno giocato nel corso del pomeriggio, e in serata il Galles ha sfidato la Scozia.
Domenica invece è tutta dedicata agli azzurri che si scontrano con gli Inglesi a Roma. La partita è molto dura, la difesa Inglese impeccabile. Gli azzurri giocano con decisione e rigore,  tant’è che ai punti gli Inglesi sono avanti di poco, 12-9. Nel secondo tempo però,  a seguito di una meta maledetta su intercetto degli Inglesi, i nostri 15 si trovano in grande difficoltà. Alla fine il tabellino (bugiardo), mostra glli Inglesi avanti per 40-9. Un risultato pesante da accettare per una squadra che ha lottato con le unghie e con i denti per tutta la partita, fino all’ultimo.
Tuttavia, preso amaramente atto del risultato, non ci rimane che sperare per il meglio per le prossime giornate di rugby, rimanendo sempre al fianco dei nostri 15 nel corso di tutto il torneo senza mai mollare.
Forza azzurri!

(10)_FANTASTIC BEASTS/IL MONDO REALE by SENEX

Fenice mari3

 

LA FENICE DEI MARI

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla decima e ultima puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici. Ebbene sì, eccoci giunti all’ultima tappa del nostro viaggio: stavolta ci dobbiamo recare ai Caraibi, nel bel mezzo di una cornice paradisiaca fatta di spiagge bianchissime, clima caldo e acqua cristallina. Acqua nella quale, neanche a dirlo, vive l’ultimo animale fantastico che incontreremo nel nostro percorso e, fidatevi, “fantastico” è davvero l’unica parola che mi viene in mente per definirlo.

Immergiamoci dunque, e che la ricerca abbia inizio. Ci sono innumerevoli pesci intorno a noi, e man mano che ci allontaniamo dalla riva entriamo in un vero e proprio arcobaleno di coralli, ma non siamo qui per loro. Il nostro obiettivo è molto, molto più piccolo, e talmente trasparente da risultare praticamente invisibile. Tuttavia, avvalendoci di tutta l’attenzione di cui siamo capaci, possiamo riuscire a vedere minuscoli organismi di forma bizzarra che si lasciano placidamente trasportare dalle onde intorno a noi: tra di essi c’è una piccolissima medusa, apparentemente insignificante e senza alcuna caratteristica degna di nota, ma non fermatevi alle apparenze. Come reagireste, per esempio, se vi dicessi che questa creatura è l’unico essere vivente al mondo in grado di sfuggire alle grinfie della morte? Amici di InsideOut, vi presento la medusa immortale.

fenice mari1

Sì, avete capito bene: la nostra amica di 5 mm (Turritopsis nutricula) è potenzialmente in grado di restare in vita per sempre; per scoprire come, dobbiamo prima di tutto fornire una premessa su cosa sia esattamente una medusa. Questi invertebrati acquatici, appartenenti al phylum degli Cnidari o Celenterati (Cnidaria) non possono infatti essere considerati come un organismo unico, ma sono composti da colonie di minuscoli polipi, come del resto i coralli (i polpi, senza la “i”, sono invece i cefalopodi tentacolati che tutti noi conosciamo e mangiamo). Ognuna di queste colonie ha un proprio compito nel quadro delle funzioni vitali della medusa: alcuni polipi compongono la campana, altri invece i tentacoli, altri ancora si occupano della digestione delle prede, e così via. Quando una medusa nasce, il primo passo del suo sviluppo è proprio il passaggio dal cosiddetto “stadio polipoide”, dove le colonie di polipi sono ancora più o meno separate e continuano a moltiplicarsi, a quello “medusoide”, in cui la medusa è ormai completamente formata e i ruoli delle diverse colonie di polipi sono ormai stabiliti. Una volta compiuta questa transizione, la medusa prosegue il suo ciclo vitale per un periodo che, a seconda della specie, può variare da qualche ora a qualche mese.

La medusa immortale, però, possiede un’abilità sconcertante: essa può invertire il suo ciclo vitale, ritornando dallo stadio medusoide a quello polipoide a completo piacimento. Il processo, documentato a più riprese, può ragionevolmente ripetersi illimitatamente. Per farmi capire meglio, sarebbe come se noi potessimo tornare ad essere una cellula uovo appena fecondata e ricominciare la nostra vita praticamente dal concepimento.
Ma come riesce la nostra amica a mettere in atto qualcosa che nessun altro essere vivente può nemmeno sognare? In sostanza, la medusa adulta va incontro a una progressiva de-differenziazione, con i polipi che perdono ogni adattamento a una funzione specifica e tornano a comportarsi alla stregua di cellule staminali totipotenti, capaci cioè di differenziarsi in qualunque tipo di cellula che componga l’organismo. In questo modo, la medusa può tranquillamente “rinascere” da se stessa, una sorta di minuscola fenice che può vantarsi di aver sconfitto la morte.

A dire il vero, l’inversione del ciclo vitale della medusa immortale è stato finora osservato soltanto in cattività, ma non dobbiamo meravigliarcene: questo processo è estremamente rapido, e l’osservazione di animali tanto piccoli in natura è già problematica di per sé, rendendo ancora più irrealizzabili le nostre speranze di assistere in prima persona allo strepitoso evento.

Lasciamo quindi la nostra amica in pace, libera di vivere la sua vita eterna nel meraviglioso mare caraibico, e torniamo indietro, verso la terraferma.
Amici, ora il viaggio di Fantastic Beasts è ufficialmente giunto alla fine. Il messaggio che la rubrica degli animali fantastici vuole lasciarvi, però, non dovrà mai morire, proprio come la medusa immortale: il mondo nasconde innumerevoli animali meravigliosi che troppo spesso non vengono degnati della minima attenzione da parte dell’uomo che distrugge sistematicamente il loro habitat per la sua sete insaziabile di richezza ed espansione. Conoscere anche solo un’infinitesima parte della biodiversità presente sul nostro pianeta può però aiutarci ad aprire gli occhi  e a impegnarci attivamente per la salvaguardia del nostro inestimabile patrimonio naturale.

Per quanto riguarda me, non crediate che abbia appeso la penna al chiodo: presto tornerò a proporvi un nuovo viaggio, completamente diverso da tutti quelli che abbiamo intrapreso finora. Se vorrete seguirmi ancora una volta, io sono sempre qui, su InsideOut, in trepida attesa di ripartire.

Da Senex, alla prossima!

THE SEA PHOENIX

Fenice mari4

Ladies and gentlemen, good morning. My name is Senex, and I welcome you to the tenth and last episode of Fantastic Beasts, a space for fantastic animals. Yes, here we are, at the last stop of our journey. This time we have to get to the Caribbean islands, in the middle of a heaven-like landscape made of bright white sand, warm weather and crystalline water. Water where, needless to say, our last fantastic animal lives. And, believe me, “fantastic” is the only word I can think of to describe it.
Let’s go underwater then, and let the quest begin. There are innumerable fishes all around us, and the further we swim from the shore, the deeper we enter a rainbow of corals. But we are not here for them. Our target is much, much smaller, and so transparent that it is almost invisible. However, making use of all our focusing capabilities, we could be able to see minuscule organisms with weird shapes being gently carried by the waves. Among them there is a strikingly small jellyfish, apparently insignificant and without any interesting feature whatsoever. But don’t be so superficial. How would you react, for example, if I told you that this creature is the only living being on Earth that is capable of escape from the grasp of death? Ladies and gentlemen, allow me to introduce to you the immortal jellyfish.

Fenice mari2Yes, you heard it right: our 5 mm long friend (Turritopsis nutricula) is potentially able to stay alive forever. To find out how, we must first of all make a premise about what a jellyfish is. In fact, these marine invertebrates belonging to the phylum Cnidaria cannot be considered as one single organism, but are composed of colonies of minuscule polyps, just like corals (themselves being included in Cnidaria). Each of these colonies has its own task in the context of the jellyfish’s vital functions: some polyps build up the bell (or umbrella), other ones are part of the tentacles, and so on. When a jellyfish is born, the first step in its development is the transition from the so-called “polypoid phase”, in which the colonies of polyps are still more or less independent and undifferentiated and keep reproducing, to the “medusoid phase”, when the jellyfish is completely shaped and the polyps have taken up their definitive roles. Once this step is completed, the jellyfish undergoes a lifecycle lasting from few hours to several months based on the species the animal belongs to. But the immortal jellyfish has a stunning ability: it can basically turn its lifecycle backwards, going back from the medusoid phase to the polypoid phase whenever it wants. This process, documented by researchers on a regular basis, could potentially go on forever. To make things simpler, it would be like if we could return to be a just fertilized egg cell and start our life all over again from the very moment of our conception.
But how can our friend make real something that no other living being on this planet could ever dream of doing? Basically, the adult immortal jellyfish undergoes a progressive de-differentiation, with the polyps losing any adaptation to a specific function and behaving once again like totipotent stem cells, thus being capable of differentiating in any of the cells composing a fully developed organism (muscle cells, neurons, and so on). In this way, the jellyfish can be “re-born” from itself, like some sort of a sea phoenix that can be proud of having defeated death. Actually, the reversing process of the immortal jellyfish’s lifecycle has only been observed in captivity, but it should be no wonder: in fact, it is completed very quickly, and the observation of such tiny animals in the wild is by itself problematic. Let’s therefore leave our friend alone, free to live its eternal life in the wonderful Caribbean sea, and head back towards the mainland.

Ladies and gentlemen, the journey of Fantastic Beasts has now officially come to its end. Nevertheless, the message that the space for fantastic animals wants to give you shall never die, just like the immortal jellyfish: the world is home of a lot of marvelous animals that are too often neglected by human beings, who actually keep destroying their habitats to satisfy their lust for wealth and expansion. However, getting to know even the smallest possible amount of the biodiversity inhabiting our planet can help us open our eyes and actively participate in the conservation of our priceless natural richness. For what concerns me, don’t think I will ever drop my pen: I am going to come back soon with yet another journey, completely different from all those we have faced so far. If you would still like to follow me, I’ll be right here on InsideOut, ready to go for it once again.
See you there!

SENEX

“STAR WARS Ep. VII” by Elia

star-wars-il-risveglio-della-forza-trailer

“Il Risveglio della Forza” di nome, “Il Risveglio della Forza” di fatto! È proprio così: Star Wars episodio VII è riuscito nel suo intento: riportare la Forza alla sua massima potenza!
Non ha affatto deluso le aspettative né del pubblico né degli addetti ai lavori, battendo giorno dopo giorno ogni record di incasso precedente (fino ad oggi più di 1miliardo e 500 milioni di dollari e ancora non è approdato nel mercato cinese), l’ipotesi che riesca a superare i 2 miliardi e superare “Avatar” di J.Cameron è sempre più vicina nel diventare realtà.
Un grande applauso senza remore lo dobbiamo a J.J.Abrams che è riuscito pienamente nell’impresa, sì, perché di impresa si tratta e adesso vi spiego il motivo di questa mia affermazione.
La responsabilità era pesante, la possibilità di realizzare un pessimo film era molto alta, infatti è più facile cadere in errore quando hai in mano un colosso come Star Wars che quando realizzi un nuovo film e Abrams, forse anche sorpendendo chi storceva il naso nel saperlo alla regia, ha realizzato un ottimo prodotto.

Partiamo subito dal primo punto di forza: il format.
Il film ha un’impostazione (script, scenografie, riprese e montaggio) puramente classica, ma riportata in chiave moderna: esperimento riuscito!
Star Wars ha fatto la storia del cinema, ha creato il suo genere, ha una sua impostazione, ha i suoi canoni che, sebbene nella seconda trilogia “Episodio I-II-III” non siano stati rispettati del tutto, vengono riproposti in questo episodio, trasportando i fans storici così come i nuovi spettatori a vedere un film di altissima qualità ma con le stesse atmosfere degli anni 70′; le riprese, inquadrature e montaggio, creano un perfetto mix tra i primi episodi e questo nuovo già dalle prime scene: sembra proprio di stare dentro alla prima trilogia. Insomma un salto nel passato con la tecnologia del presente!
Si spengono le luci, dopo i classici minuti di pubblicità fatti apposta per far salire l’ansia, il pubblico trattiene il respiro. Buio.

incipit Star Wars

Titolo, colonna sonora: delirio del pubblico! Urla di gioia e anche qualche lacrima (io in primis): la forza si è già risvegliata.
Io ero già felice così, ma accanto a me avevo una bambina con suo padre e entrambi piangevano (la stessa bambina durante il film ogni volta che rivedeva personaggi come Han Solo, Leia, R2d2 guardava suo padre e diceva: “Guarda papi è lui!”, per tutto il film).
Parliamo, ora, dei personaggi principali, ma soprattutto del nuovo cast: Finn – soldato troopper che ribellatosi al primo ordine fugge, Kylo Ren – passato al lato oscuro della Forza si propone come il nuovo Darth Fener, Rey – protagonista del film, abbandonata fin da piccola nel Pianeta disperso di Jaku, sarà a risvegliare la Forza. Un cast di attori giovanissimi che sebbene siano stati scelti apposta con poca esperienza attoriale, come voluto da Abrams e da Lucas prima di lui, e nonostante il grande carico di responsabilità sulle spalle hanno superato ogni aspettativa.
Credo sia doveroso elogiare per la sua grande prestazione attoriale Daisy Ridely (Rey, la protagonista), a ventitre anni è riuscita a tenere vivo tutto il film anche nei momenti dove il ritmo narrativo si faceva più lento. Viso espressivo e naturale, i suoi occhi sono capaci di emozionare. Ti amo, Daisy. Grazie.
Che dire del vecchio cast, beh, è bello rivederlo dopo tanti anni, anche se questi anni (sopratutto per Harrison Ford) cominciano a farsi sentire. Ah! Quasi dimenticato: c’è anche BB8, il nuovo robottino – più vero che mai, che accompagnava i personaggi anche durante le riprese. Daisy in un’intervista ha detto: “Sembrava di avere un attore in più, anche durante le prove interagivo con lui, è magnifico!”.

star-wars-7-cast-660x330
Un ulteriore punto di forza del film è sicuramente l’utilizzo dei Computer Graphics (ovvero, dell’elaborazione di immagini mediante il computer): la maggior parte dei personaggi alieni sono persone reali in costume (tranne, ahimé, Lord Snoke, colui che guida KyloRen, e il Mercante di Jaku che interagisce spesso con Rey nelle prime scene), ma i combattimenti aerei sono realizzati veramente bene: effetti speciali al top.
Passiamo adesso al lato oscuro: il colossal ha i suoi punti di forza, ma anche i suoi punti deboli.
La trama è la prima suscettibile di critiche perché è molto, molto simile al primo film (soprattutto la Morte Nera, l’arma a cui il Primo Ordine pensa di ricorrere per imporre il suo predominio. Veramente? Dopo esser stata distrutta per ben due volte, ci riprovano ancora? Bah!). In realtà, la trama non è priva di contenuti, sia chiaro, è soltanto un po’ troppo diluita nei 136 minuti di durata, risultando in alcune parti troppo lenta.
Altro punto a sfavore: la comicità. C’è stato il tentativo di inserire scene con l’intenzione di strappare un sorriso, ma alcune di queste risultano piuttosto squallide e snervanti (come i tentativi di Finn di far colpo su Rey, spesso fuori luogo). Per finire, il doppiaggio non è particolarmente azzeccato rispetto all’espressività dei personaggi.
Concludendo, Star Wars Episodio VII non è un capolavoro, ma è un buon film ed è una perfetta introduzione alla nuova trilogia. Il suo intento era di far risvegliare la Forza nell’anima dei fans e ci è riuscito coinvlgendo anche chi non aveva mai visto gli episodi precedenti.
Bravo Abrams, bravi gli attori, brava Disney, ma per i prossimi film vi raccomando di non approfittare di tanta enfasi solo per vendere e realizzare film indecenti (come con il cartone animato che… aiuto!). Quindi, a nome di tutti i fans vi dico: che la forza sia con voi!

E con questo è tutto, Elia vi saluta e vi ringrazia per la vostra attenzione e alla prossima!

“Il ponte di Christo” by Veronica

artist-jeanne-claudechristo
Christo and Jeanne-Claude

Christo è il nome del progetto artistico dei coniugi statunitensi Christo Vladimirov Yavachev e Jeanne-Claude, scomparsa nel 2009. Christo si inserisce tra le personalità più importanti della Land Art.
La Land Art è una forma d’arte contemporanea caratterizzata dall’intervento dell’artista sul paesaggio naturale (specialmente deserti, laghi salati, praterie) modificandolo, ma senza danneggiarlo, esaltando l’armonia tra creazione umana e Natura.
Già conosciuto in Italia per “L’impacchettamento di Porta Pinciana” che realizzò a Roma nel 1974, Christo torna ad attrarre la curiosità mondiale sul nostro paese, e lo fa grazie a una delle sue ultime trovate: il Floating Piers. Si tratta di un ponte fluttuante che prenderà forma quest’anno sul Lago d’Iseo e rimarrà installato dal 18 giugno al 3 luglio 2016.

foto 2L’opera sarà realizzata da 200 cubi di polietilene ricoperti da tessuto giallo, rigorosamente composto da materiali riciclabili. Il ponte creerà un percorso pedonale di oltre 3 km che congiungerà isolette e terraferma nel bacino che si trova tra Bergamo e Brescia.
Opera innovativa e stupefacente, secondo la prestigiosa casa editrice Lonely Planet il Floating Piers merita il sesto posto nella classifica delle 10 tappe da non perdere nel 2016, mentre nella top ten dello Shangai Daily il “ponte fluttuante” si trova al quarto posto (ex-aequo al Giubileo).
A prescindere dai consigli, o meglio, dai must delle celebri guide turistiche, sia per la fama dell’artista che per la particolarità dell’opera bisogna approfittare della poca distanza a cui ci troviamo dal Lago d’Iseo e approfittare dell’occasione unica di ammirare il capolavoro dell’artista bulgaro-newyorkese senza esitare neppure un istante!

Nei giorni scorsi è stata pubblicata una notizia piuttosto interessante per molti: Christo cerca 500 persone, che saranno retribuite, per realizzare la sua opera (basta spedire la propria candidatura al sito: http://christojeanneclaude.net/

Un’esperienza unica, non c’è ombra di dubbio.

Alla prossima,

Veronica

(9)_FANTASTIC BEASTS/IL MONDO REALE by SENEX

pitone ametista

IL PIU’ RARO DEI GIOIELLI

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla nona puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici. Il nostro viaggio sta ormai per concludersi, ma vi garantisco che nelle ultime puntate vi ho riservato due animali che vi faranno rimanere a dir poco esterrefatti. Il primo vive in Australia, per la precisione nella regione nordorientale, il Queensland: è proprio qui, nelle foreste pluviali della penisola di Cape York, che stiamo per addentrarci alla ricerca del nostro protagonista. Intorno a noi ci sono solo alberi, l’umidità è difficilmente sopportabile, ma fidatevi: manca poco. Eccoci arrivati lungo il corso di un piccolo fiume, dove potremo trovare sollievo dalla fatica e dal caldo. E, a quanto pare, l’idea non è venuta solo a noi: guardate le rocce vicino all’acqua. Alcune sono occupate da grandi serpenti che bevono e si crogiolano al sole, ma avvicinandoci con cautela, notiamo lo strepitoso effetto cromatico della loro pelle sotto la luce del sole: le loro squame sembrano colorarsi di un viola splendido, più di quanto già non sia di per sé la loro livrea. Sembrano fatti di pietre preziose, e non è un paragone casuale: amici di InsideOut, vi presento il pitone ametista.
Sediamoci anche noi su queste pietre e osserviamo il nostro amico, cercando di fornire qualche informazione su di lui. Il pitone ametista (Morelia amethistina, con varie sottospecie) appartiene alla famiglia dei boidi (boa e pitoni) e, come possiamo notare, è un serpente di grandi dimensioni: i maschi possono raggiungere i 5 metri di lunghezza, mentre le femmine, più piccole, non superano i 3.5-4 metri. Tuttavia, questo serpente è ben diverso dai suoi stretti parenti anche più grandi, come il pitone reticolato (Broghammerus reticulatus) e quello birmano (Python molurus): il pitone ametista è snello e sottile, e non si avvicina nemmeno al peso di oltre un quintale che gli altri boidi giganti raggiungono. Questa caratteristica è dovuta allo stile di vita del nostro amico, davvero insolito per un serpente così grande: il pitone ametista è prevalentemente arboricolo, e non può permettersi di essere troppo pesante e massiccio per arrampicarsi e muoversi sugli alberi. Per quanto riguarda la colorazione, possiamo trovare esemplari quasi dorati, altri giallo ocra molto più scuro; comune a tutti gli esemplari è il disegno a macchie e striature marrone molto scuro che contribuisce in gran misura alla bellezza dell’animale, grazie allo straordinario effetto ottico prodotto dalla rifrazione dei raggi solari sulle sue squame a cui il nostro amico deve il nome.

pitone ametista2Il pitone ametista, come tutti i boidi, non è velenoso, uccide le sue prede (solitamente roditori e uccelli) avvolgendole nelle sue spire per stritolarle. Piccola curiosità: fino a tempi recentissimi si credeva che i serpenti costrittori come il nostro amico ricorressero a questo sistema per asfissiare le loro vittime, stringendo talmente forte da ucciderle per soffocamento. Le ultime ricerche, però, hanno messo in luce un quadro ben diverso: molto spesso, le prede muoiono perché la stretta del serpente blocca la circolazione sanguigna più che per asfissia. Questo animale è molto schivo, e incontrarlo in natura è un’opportunità unica nella vita: dovremmo esserne a dir poco orgogliosi. La distribuzione del pitone ametista, in ogni caso, è piuttosto ampia: oltre all’Australia, popola anche la Nuova Guinea e parte dell’Indonesia composta da innumerevoli isole. Vista la sua straordinaria bellezza, il nostro amico è stato in passato a rischio d’estinzione per via del collezionismo illegale più ancora che per lo sfruttamento della sua pelle: molti esemplari venivano catturati ed esportati clandestinamente in tutto il mondo dai bracconieri. Tuttavia, oggi questo serpente non è più ritenuto in pericolo, nonostante il traffico illegale debba ancora essere debellato.
Guardate, il pitone si sta muovendo: penso voglia tornare nel fitto della foresta, per nascondersi di nuovo tra le chiome degli alberi. Prendiamoci ancora qualche secondo per osservarlo muoversi elegantemente tra le rocce, e ripartiamo, pronti per l’ultima tappa del nostro viaggio. Stavolta ci aspetta una tranquilla visita nel Mar dei Caraibi, dove potremo anche regalarci un meritato riposo dopo aver incontrato il nostro ultimo animale fantastico. E non ci sarà bisogno di fare in fretta, perché il nostro prossimo amico, in effetti, non muore mai. Se vorrete seguirmi un’ultima volta, io vi aspetto sempre qui con una nuova puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici.
Da Senex, alla prossima!

THE RAREST OF ALL JEWELS

Ladies and gentlemen, good morning. My name is Senex, and I welcome you to the ninth episode of Fantastic Beasts, a space for fantastic animals. Our journey is about to end, but I assure you that for the last two episodes I chose two animals that will leave you completely speechless, to say the least. The first one lives in Australia, more specifically in the northeastern region of Queensland: it’s right here, in the rainforest of Cape York’s peninsula, that we are going to search for the protagonist of this episode. We only see trees all around us, the heat is almost unbearable, but trust me: we’re almost there. Here we are, indeed, next to a small river, where we will be able to find a shelter from heat and fatigue. And, as we see, this idea has not come only to our minds. Look at the rocks near the water: some of them are occupied by large snakes drinking and exposing themselves to the sun. After carefully getting closer, we notice the marvelous chromatic effect of their skin under the sunlight: their scales seem to change their color into a bright purple, even more beautiful than their skin already is. In fact, they look like they were made of precious minerals, and it’s not a random comparison: ladies and gentlemen, allow me to introduce to you the amethystine python.

pitone ametista3Let’s now sit on these stones and observe our new friend, as we try to provide some useful information about it. The amethystine python (Morelia amethistina, with several subspecies) belongs to the family of boids (boas and pythons) and, as we can see, it’s a large snake: males can reach a length of 5 meters, while females are smaller and don’t go over 3.5-4 meters. However, this snake is much different from its even bigger relatives, such as the reticulated python (Broghammerus reticulatus) and the Burmese python (Python molurus): the amethystine python is thin and slender, and it is nowhere near the weight of more than 100 kg the other giant boids can reach. This is due to the lifestyle of our friend, very unusual for a snake of this size: the amethystine python is, in fact, an arboreal animal, and it can’t afford to be too heavy and thick in order to be able to climb trees and move from a twig to the next one. As for its coloration, we can find nearly golden pythons as well as way darker-brownish ones. Common to all of them is the complex pattern of dark brown spots and stripes on their back, which greatly contributes to the beautiful aspect of this animal alongside the optic effect provoked by the refraction of sunrays on its scales.
The amethystine python, like all boids, has no venom, thus killing its preys (usually rodents and birds) by constricting them thanks to the enormous strength of its muscles. A little clarification: until very recent times, it was widely assumed that constrictor snakes like our friend relied on this system to suffocate their preys, thus exerting such a strong pressure that they were no longer able to breathe. However, the last studies showed a very different scenario: the preys often die because the snake’s clutch prevents blood to circulate rather than by suffocation. This animal is very shy, and meeting one in the wild is a once in a lifetime opportunity: we should consider ourselves privileged for it. Anyway, the distribution of the amethystine python is relatively wide: it can be found not only here in Australia, but also all around New Guinea and in some regions of the Indonesian archipelago.

pitone ametista4Given its stunning beauty, our friend has been endangered for a long time in the past because of illegal export rather than hunting: snakes were caught in the wild and illegally sent all over the world to collectors. However, as of today this snake is no longer considered in danger, although illegal trade still has to be completely eliminated.
Look, the python is moving: I think it wants to go back deep into the forest, to hide again on the trees. Let’s take just a few more seconds to observe it slither elegantly among the rocks, and then leave, getting ready for the last stop of our journey. This time a relaxing trip to the Caribeean Sea is waiting for us, and there we will be able to get our well-deserved rest after meeting the last one of our fantastic animals. And we don’t even need to hurry, because our friend actually never dies. If you would like to come with me one last time, I’ll be waiting right here with another episode of Fantastic Beasts, a space for fantastic animals.
See you next week!
SENEX

InsideOut 03×04

testata 3x04

Signore e signori la quarta, e dico quarta puntata della terza stagione di Insideout, è ormai cotta a puntino!

Partiamo con un meraviglioso antipasto a base di ACTA DIURNA in cui parleremo di Essena O’Neill e della sua ribellione intelligente al mondo dei social networkds. Come piatto principale offriamo, invece, una strepitosa portata preparata dalla nostra Federica che ci propone una recensione personalissima RISE&SHINE dello spettacolo teatrale: “Credo in un solo Dio”.
Chiudiamo infine con il dolce cucinato da Sandy a base di Stand Up Comedy, splendidamente preparato per  COGITO ERGO SUM.
Detto ciò non mi rimane che augurarvi buon ascolto… Anzi, buon appetito!

Andreapiana

Tasto destro del mouse qui per scaricare il file – clicca qui per abbonarti gratuitamente su iTunes –  clicca qui per abbonarti gratuitamente tramite altri podreader

In questa puntata trovate:

acta-diurna-blogEssena O’Neill, da ragazzina piena di sogni a vent’enne disperata, la sua storia attraverso i social network.

Ce ne parlano: Michele, Bianca, Martina, Paolo, Elia.

 

 

 

Brano musicale scelto da Bianca in Jamendo.com: “Gates”  by BELLEVUE

Rise-and-shineFederica ci vuole parlare di uno spettacolo teatrale che l’ha colpita particolarmente: “Credoinunsolodio” di Stefano Massini, andato in scena al Piccolo di Milano lo scorso dicembre. Parla di guerra, di scelte difficili, di condizioni estreme, di confusione. Un modo per mettersi nei panni degli altri e capire meglio come si può stare.

 

 

Brano musicale scelto da Bianca in Jamendo.com:  “Knowledge is the power” by BRYAN ART

cogito-ergoSiamo sicuri che i grandi pensatori siano solo quelli che troviamo nei libri? Noi di InsideOut pensiamo che i filosofi metropolitani si possano trovare anche su un palco: dissacrati, velenosi, disarmanti, coraggiosi. Oggi Sandy vi parla di uno di loro, uno tra i migliori: Louis C. K.

 

 

Alla prossima!

 

“A spasso con il 6 NAZIONI” by Andreapiana

francia-italia-rugby1
Francia 23 – 21 Italia

Il grande rugby è tornato. Come di consueto, l’appuntamento con RBS Six Nations è iniziato nel mese di febbraio; in particolare la nostra nazionale è entrata in campo nella giornata d’apertura del torneo sul prato verde di Parigi, dove ha incrociato le spade con i galletti francesi. Il match si è svolto sabato 6 febbraio e ha visto consolidarsi, ma non troppo, la supremazia francese ai danni dei quindici azzurri. Il risultato non è stato una condanna capitale per i nostri compatrioti: il pallino della partita è stato conteso da entrambe le squadre nel corso di tutto il match. L’incontro si è concluso in seguito a un drop effettuato da Capitan Parisse, che, con una tanto onorevole quanto discutibile presa di responsabilità, ha deciso di tentare il sorpasso nei confronti dei francesi che conducevano per 23-21 la partita.
L’avventura azzurra continuerà a Roma il 14 febbraio contro l’Inghilterra, l’impresa è ardua, ma le aspettative sono alte, e a S.Valentino si assisterà sicuramente a un bello spettacolo nel contesto dell’arena olimpica dell’Urbe contemporanea.
Detto ciò, attendiamo con le rose in una mano e l’ovale nell’altra il 14 febbraio.
Forza azzurri!

(to be continued)

Andreapiana

(8)_FANTASTIC BEASTS/IL MONDO REALE by SENEX

Celacanto

IL SOPRAVVISSUTO

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto all’ottava puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici. Oggi torniamo nell’Oceano Indiano, dove già abbiamo incontrato il calamaro vampiro, per fare la conoscenza di un’altra creatura straordinaria. Prima di immergerci, però, dobbiamo tuffarci nel passato, per la precisione nel 1938: in quell’anno, un gruppo di pescatori trovò nelle reti uno strano pesce blu che catturò subito l’interesse della naturalista sudafricana Marjorie Courtenay-Latimer, la quale lo inviò, opportunamente imbalsamato, al collega inglese James Leonard Smith affinché lo identificasse. Quando Smith vide l’animale, non poté credere ai suoi occhi. Perché, almeno teoricamente, quel pesce doveva essere estinto da 65 milioni di anni. Ora buttiamoci in acqua con bombole e muta, e andiamo ad incontrarlo di persona: eccolo lì, con le sue macchie bianche a tappezzare un corpo effettivamente blu scuro, e un muso che già di per sé trasuda antichità. Amici di InsideOut, vi presento il Celacanto!

celancanto2Questo pesce, battezzato Latimeria chalumnae in onore della dottoressa Latimer, è l’ultimo rappresentante ancora esistente di un ordine antichissimo, comparso qualcosa come 390 milioni di anni fa durante il Devoniano, uno dei periodi che compongono il Paleozoico. Per spiegarmi meglio, il nostro amico è oltre 300 milioni di anni più vecchio del tirannosauro; quando lui già nuotava placidamente nei mari del nostro pianeta, i primi anfibi dovevano ancora colonizzare la terraferma, fino ad allora abitata solo da vegetali e invertebrati; questo pesce è sopravvissuto a due estinzioni di massa, nel Permiano e nel Cretaceo, che hanno sterminato rispettivamente il 95 e il 75% della vita allora presente sulla Terra, ha attraversato quattro ere geologiche ed è cambiato molto poco rispetto a come era allora. Non so voi, ma io non penso serva dire altro. Durante il Paleozoico e il Mesozoico, i celacanti contavano numerose specie e proliferavano nelle acque salate di tutto il mondo, con diversità e numero che andarono progressivamente diminuendo fino a far ipotizzare ai paleontologi la totale scomparsa di questo ordine di pesci (Coelacanthiformes) nell’estinzione di massa del Cretaceo che spazzò via i dinosauri 65 milioni di anni fa (vi ricordate di Jurassic Week?); tuttavia, il ritrovamento del 1938 smentì clamorosamente questa teoria, dimostrando che i celacanti, di cui oggi si conoscono due specie (il nostro amico e il suo strettissimo parente Latimeria menadoensis), erano vivi e vegeti e continuavano a popolare gli oceani.
Nei decenni successivi, molti altri ritrovamenti si susseguirono e lo studio dei celacanti divenne ambito di pertinenza non solo della paleontologia, ma anche dell’ittiologia, e per questo ora ci concentreremo sulle caratteristiche fisiche e comportamentali dei nostri nuovi amici. I celacanti sono lunghi fino a due metri e raggiungono gli 80 kg di peso; si nutrono prevalentemente di pesci più piccoli inghiottendoli interi grazie alla straordinaria elasticità della loro mandibola: sono gli unici animali al mondo in grado di separare la parte superiore del cranio da quella inferiore. I celacanti prediligono solitamente le acque profonde, ma non è raro trovarli anche in prossimità della superficie, tanto che talvolta finiscono intrappolati nelle reti dei pescatori. Questi pesci sono diffusi nel sud-est dell’Oceano Indiano, dal Sudafrica al Mozambico, ma la loro distribuzione non può ancora dirsi determinata con perfezione. Anatomicamente parlando, i celacanti presentano una pinna caudale costituita da tre diverse sezioni, nonché due pinne dorsali e altrettante anali oltre alle due ventrali.
A questo punto lasciamo il nostro amico nel suo nascondiglio abissale, dove speriamo potrà proliferare per altri 300 milioni di anni, con o senza esseri umani a disturbarlo. La penultima tappa del nostro viaggio ci porterà in un continente che non abbiamo ancora visitato, l’Oceania, per incontrare un misterioso serpente dal fascino straordinario. Se vorrete ancora seguirmi, io vi aspetto sempre qui con un’altra puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici.
Da Senex, alla prossima!

THE SURVIVOR

Ladies and gentlemen, good morning. My name is Senex, and I welcome you to the eighth episode of Fantastic Beasts, a space for fantastic animals. Today we travel back to the Indian Ocean, where we have already met the vampire squid, to find another extraordinary creature. However, before we dive into the sea we have to dive into the past, namely back in 1938: at that time, a group of fishermen found a strange blue fish in their nets. This fish immediately captured the curiosity of the South African naturalist Marjorie Courtenay-Latimer, who sent it to her British colleague James Leonard Smith to classify it. When Smith looked at the animal, he couldn’t believe what he was seeing. Why? Because, at least theoretically, that fish should have been extinct since 65 million years ago. Now let’s go deep into the water with oxygen and diving suits and meet it personally: there it is, with its white spots and a body that is indeed dark blue; even its head gives an impression of astonishing antiquity. Ladies and gentlemen, allow me to introduce to you the coelacanth.
This fish, named Latimeria chalumnae after Ds Latimer, is the last representative of an incredibly ancient order, first appeared as early as 390 million years ago during Devonian, one of the periods of the Paleozoic era. To clarify what this implies, I’ll just provide you with some information: first, our friend is more than 300 million years older than the T-rex. When it was already swimming in the seas of our planet, the first amphibians still had to colonize the land, which until then was only inhabited by plants and invertebrates.

celacanto3This fish survived not one, but two mass extinctions, the ones at the end of Permian and Cretaceous, which exterminated, respectively, 95 and 75% of all living beings present on Earth. It has seen as much as four eras (Paleozoic, Mesozoic, Tertiary and Quaternary) and it has changed little throughout all that time. I don’t know what you think, but for me this is enough. Actually, during Paleozoic and Mesozoic there were many different species of coelacanths all around the world’s seas, with their number and diversity progressively decreasing towards the end of the Cretaceous, thus leading paleontologists to believe this order (Coelacanthiformes) to have completely disappeared in the Cretaceous mass extinction about 65 million years ago, the same that exterminated the dinosaurs (remember Jurassic Week?). However, the event of 1938 proved this hypothesis completely wrong, thus incontrovertibly showing that coelacanths, now divided in two separate species (our friend here and its strict relative Latimeria menadoensis), were safe and sound and still populated the oceans.
In the following decades, many other findings of coelacanths were reported and the study of these fishes became a business not only for paleontologists, but also for ichthyologists; therefore, we will now focus on physical and behavioral characteristics of our new friends. Coelacanths are up to two meters long and can reach a weight of 80 kg. They mainly feed on smaller fish, which they swallow thanks to the flexibility of their jaws: they are the only animals in the world capable of separating the upper section of the cranium from the lower one. Coelacanths normally prefer deep waters as their habitat, but it’s not unusual to find them also near the surface, as sometimes fishermen do. These fishes live in the south-eastern region of the Indian Ocean, from South Africa to Mozambique, but their distribution still has to be certainly determined. Anatomically speaking, coelacanths present a caudal fin consisting in three different sections, alongside two dorsal as well as two ventral and anal fins.
At this point, we shall now leave our friend in its abyssal shelter, where we hope it will prosper for yet 300 million years, with or without human beings bothering it. The penultimate stop of our journey will take us to a continent we haven’t visited yet, Australia, where we will meet a snake of extraordinary charm. If you still feel like coming with me, I’ll be waiting right here with another episode of Fantastic Beasts, a space for fantastic animals.
See you next week!
SENEX

(7)_FANTASTIC BEASTS/IL MONDO REALE by SENEX

TARTA-DRAGO

IL MOSTRO DELLA PALUDE

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla settima puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici. Oggi andiamo negli States, ma non illudetevi, non vi sto portando a New York, Miami o Los Angeles. No, il nostro viaggio ci condurrà in mezzo alle paludi della Louisiana, nel sud-est del Paese, per incontrare un animale dall’aspetto preistorico che spadroneggia in queste acque stagnanti. Il vostro pensiero sarà molto probabilmente corso all’alligatore americano, ed è un bel tentativo, tanto che dall’alligatore il nostro nuovo amico prende anche il nome. Le somiglianze tra i due, però, finiscono qui, e in quanto ad aspetto fisico il protagonista di questa puntata stravince quando si tratta di fare paura. Secondo voi, cosa otterrei se ibridassi una tartaruga con un drago? Come quesito può sembrare piuttosto assurdo, ma io una risposta ben precisa ce l’ho, ed è questa:

TARTA-DRAGO2Ora che è uscita dall’acqua e la vedete anche voi, ditemi se non avevo ragione quando vi dicevo che ha un aspetto grottesco. Un carapace durissimo tempestato di escrescenze appuntite, zampe tozze e bitorzolute e soprattutto una testa enorme, composta quasi interamente da quello spropositato becco pronto a perforare qualsiasi cosa. Amici di InsideOut, vi presento la tartaruga alligatore.
Questo mostruoso rettile è diffuso nelle aree fluviali e paludose della regione sudorientale degli Stati Uniti, dunque Florida, Georgia e Louisiana, e lo si può trovare anche in alcune zone del Texas, del Kansas, del Missouri e di altri stati circostanti. La tartaruga alligatore, in realtà, non è una specie unica: recenti studi hanno dimostrato che ne esistono tre varietà, tutte comunque appartenenti allo stesso genere (Macrochelys temmincki, Macrochelys suwanniensis e Macrochelys apachicolae). Queste tartarughe non sono da confondere con la conterranea tartaruga azzannatrice (Chelydra serpentina), più nota ma ben più piccola di quella che abbiamo davanti. La colorazione di questo rettile può variare dal nero al verde palude passando per il marrone, e lo aiuta a confondersi con il fango e la vegetazione che caratterizzano il suo habitat: la tartaruga alligatore è infatti un predatore da imboscata, che resta nascosto finché un’ignara preda non si avvicina troppo. A quel punto, la nostra amica allunga repentinamente il collo e serra la vittima tra le sue poderose fauci, non lasciandole alcuno scampo. La sua dieta consiste prevalentemente di pesce e anfibi, ma gli esemplari più grandi (la nostra amica può crescere fino a 90 cm di lunghezza per un peso che arriva ai 50 kg, con punte di 80) possono tranquillamente predare mammiferi acquatici come le nutrie e addirittura piccoli alligatori, la pelle pur corazzata dei quali non può niente contro la forza devastante delle mascelle della tartaruga.
Il metodo che la nostra amica utilizza per attirare i pesci di cui abitualmente si nutre merita una menzione speciale: ora che ha aperto la bocca, guardate con attenzione al suo interno. Vedrete una piccola lingua rosa, che la tartaruga può muovere in modo da farla sembrare un verme pronto per essere mangiato. I pesci, vedendolo, si avvicinano pregustando il pasto, senza essere minimamente a consapevoli che a breve saranno loro a diventare il pasto della tartaruga che li ha abilmente ingannati. La tartaruga alligatore è distribuita in un areale molto vasto, ma localmente la sua sopravvivenza è minacciata dalla bonifica delle paludi a scopo agricolo così come dalla caccia e dal contrabbando (questo animale è molto richiesto dai collezionisti di tutto il mondo). Questo è il caso, ad esempio, dell’Illinois e del Missouri, dove apposite leggi tutelano questi animali in conseguenza del declino della loro popolazione nella regione.
Ora lasciamo la nostra amica ipercorazzata a sguazzare nella sua palude, e proseguiamo nel nostro viaggio alla ricerca di altri animali. Più specificamente, ci immergeremo di nuovo nell’Oceano Indiano, ma stavolta la creatura che ci troveremo davanti sarà letteralmente un fossile vivente. Se vorrete seguirmi, io vi aspetto qui, come sempre, con una nuova puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli aninmali fantastici.
Da Senex, alla prossima settimana!

THE MONSTER OF THE SWAMP

Ladies and gentlemen, good morning. My name is Senex, and I welcome you to the seventh episode of Fantastic Beasts, a space for fantastic animals. Today we’re flying to the US, but don’t freak out, I’m not going to take you to New York, Miami or Los Angeles. No, our journey will take in the middle of the swamps in Louisiana to meet a prehistoric-looking animal that reigns in these stinky waters. I guess that you are all thinking of the American alligator, and it’s for sure a nice try, since our friend takes even its name from the alligator. But the similarities between the two stop here, and actually the protagonist of this episode outclasses the alligator when it comes to scary physical features. To better explain what I’m talking about, let me ask you something: according to you, what would I obtain by hybridizing a turtle with a dragon? It could easily look like a nonsense question, but it is actually very reasonable, and my answer is simply this:

TARTA-DRAGO3

Now that it has come out of the water and you can see finally see it, tell me if I wasn’t right when I told you it is grotesque to look at. A carapace as hard as rock and full of sharp bulges, stubby and knobby legs, and most of all a huge head consisting almost entirely in an impressive beak ready to break down anything. Ladies and gentlemen, allow me to introduce to you the alligator snapping turtle.
This monstrous reptile inhabits the swamps and rivers in the south-eastern region of the United States, that is, Florida, Georgia and Louisiana, and it can also be found in some areas in Texas, Kansas, Missouri and other nearby states. Actually, the alligator snapping turtle is not a single species: recent studies have demonstrated that there are three varieties of it, all of them anyway belonging to the same genus (Macrochelys temmincki, Macrochelys suwanniensis and Macrochelys apalachicolae). These turtles are not to be confused with the related common snapping turtle, better known but way smaller than the one we are now observing. The color of this animal can vary from black to brown to dark green, thus permitting camouflage in the mud and algae that characterize its habitat: in fact, the alligator snapping turtle is an ambush predator, remaining hidden until an unaware prey gets too close. At that point, our friend rapidly stretches its neck and captures the victim in its tremendous jaws, not leaving it any chance to escape. Its diet primarily consists in fish and amphibians, but the biggest specimens (this turtle can grow up to 90 cm in length and 50 kg in weight, with some reaching 80) can easily prey on aquatic mammals like nutrias and even on small alligators, the armored skin of which is yet useless against the astonishing strength of this turtle’s beak.

TARTA-DRAGO4The method our friend uses to attract the fish it habitually feeds on is certainly worth a special mention: now that it is keeping its mouth wide open, look at it. You will notice a small pink tongue the turtle can move around as it was a worm ready to be eaten. Fishes, after seeing it, get closer, already looking forward to their meal, but they are completely unaware that in few seconds they will be the meal of the turtle that masterly deceived them. The alligator snapping turtle is widely distributed in a large area, but locally speaking its presence may still be threatened by the clearance of swamps from agricultural purposes as well as by hunting and illegal trade of specimens (this animal is very popular among collectors from all over the world). This is the case, for example, in Illinois and Missouri, where specific laws protect these animals after the deacrease of their population in the region.
Now let’s leave our ultra-armored friend in its beloved swamp and go further with our journey to meet new animals. More specifically, for the next stop we will immerge in the Indian Ocean yet again, but this time the creature we are going to meet is literally a living fossil. If you would still like to follow me, I’ll be waiting right here, as always, with another episode of Fantastic Beasts, a space for fantastic animals.
See you next week!
SENEX

(6)_FANTASTIC BEASTS/IL MONDO REALE by SENEX

vespa dissennatrice

L’ASSASSINO CEREBRALE

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla sesta puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici. Oggi torniamo in Asia, per incontrare un insetto piccolo ma spaventoso come pochi. Siamo in Cambogia, nella regione del delta del fiume Mekong, una delle aree più ricche di biodiversità al mondo: qui, una spedizione condotta nel 2014 da una équipe tedesca ha portato a scoprire ben 139 nuove specie animali, tra uccelli, pesci, rettili, mammiferi e, naturalmente, invertebrati. Proprio una di queste nuove specie è la protagonista di questa puntata. Guardate, eccola lì: è una vespa di colore arancione e nero, con due lunghe antenne che si protendono dalla sua testa già di per sé abbastanza minacciosa, ma quando vedrete come questo insetto uccide le sue prede, vi verranno letteralmente i brividi. Eccola che attacca uno scarafaggio: gli vola sopra, all’improvviso lo punge iniettandogli il suo veleno; a questo punto, ci aspetteremmo che lo scarafaggio tenti la fuga, o quantomeno le opponga resistenza. Non lo fa, anzi, fa qualcosa di pazzesco: la segue! La vespa, neanche a dirlo, ne è ben felice, e conduce in tutta tranquillità la sua vittima verso un luogo dove poterla divorare, senza neanche doversi affaticare per trascinarcela. Non credete ai vostri occhi, vero? Non avevo dubbi: amici di InsideOut, vi presento la vespa dissennatrice.
Se qualcuno di voi è fan di Harry Potter, il nome di questo inquietante artropode vi avrà sicuramente richiamato alla mente i Dissennatori, le malvage entità demoniache che succhiavano letteralmente l’anima dal corpo delle loro vittime. La vespa dissennatrice (Ampulex dementor) deve il suo nome proprio a loro, e mentre lei si gode la sua cena, noi cercheremo di capire il perché. Prima di tutto, però, soffermiamoci su una descrizione generale di questo insetto: la vespa dissennatrice, non fosse per le ali, è piuttosto simile a una formica, con zampe molto lunghe e le già citate antenne ricurve. La testa è di colore nero, mentre torace e addome presentano varie combinazioni di nero e rosso-arancio. I dati di cui disponiamo sulla vespa dissennatrice sono piuttosto scarsi, e non c’è da stupirsi visto che questa specie è stata scoperta meno di due anni fa: la lunghezza delle femmine è stimata intorno ai 9-10 mm, mentre quella dei maschi è sconosciuta.

vespa dissennatrice2Ora veniamo al motivo per cui siamo arrivati fin qui ad incontrare la nostra vespa: stando a quanto riportano i biologi tedeschi che per primi l’hanno osservata, il suo veleno agisce specificamente sul neurotrasmettitore octopamina, che riveste un ruolo cruciale sulla componente motoria del sistema nervoso degli scarafaggi. Una volta che le tossine iniettate dalla vespa bloccano l’octopamina, i muscoli dello scarafaggio sono comunque in grado di muoversi, ma non ricevono più segnali di controllo dal sistema nervoso centrale: in sostanza, la preda non è più in grado di decidere dove e come muovere i suoi arti, diventando una sorta di zombie. A questo punto, alla vespa non resta che “dirigere” lo scarafaggio tenendolo per le antenne, fino a condurlo nel rifugio dove lo divorerà. Non preoccupatevi, però: il veleno della vespa dissennatrice, anche se non è ancora stato estensivamente analizzato in laboratorio, non dovrebbe essere causa di sintomi del genere in animali di dimensioni pari a quelle di un essere umano. La sua azione è comunque estremamente affascinante, e sicuramente meriterà un’attenzione speciale da parte dei ricercatori in futuro.
A questo punto, direi di lasciare in pace la nostra vespa, che ha appena concluso il suo pasto, e prepararci per la prossima tappa del nostro viaggio. Stavolta ci recheremo nelle paludi della Louisiana, negli Stati Uniti, per incontrare un animale che sembra uscito da un libro di storie dell’orrore. Se vorrete ancora seguirmi, io vi aspetto qui, come sempre, con una nuova puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici.
Da Senex, alla prossima!

THE CEREBRAL ASSASSIN

Ladies and gentlemen, good morning. My name is Senex, and I welcome you to the sixth episode of Fantastic Beasts, a space for fantastic animals. Today we go back to Asia, in order to meet a small insect that is nevertheless frightening like no other. We are in Cambodia, in the region of Mekong river’s delta, one of the world’s richest areas in biodiversity. Here, an expedition conducted in 2014 by a German team led to the discovery of as many as 139 new animal species, among which there were fishes, reptiles, birds, mammals and, obviously, invertebrates. And one of these invertebrates is the protagonist of this episode. Look, here it comes: it is an orange and black wasp, with two long antennae stretching from its already scary head. But when you see how this insect kill its preys, you will literally shiver. Right now it’s about to attack a cockroach, flying above it and stinging it to inject its venom. At this point, we would expect the cockroach to flee, or at least to fight back: it doesn’t. Actually, it does something crazy. It seems that it is… Following the wasp, which, needless to say, looks quite happy about it, and slowly leads its victim towards a place to eat it without having to stress that much. You can’t believe what you are looking at, right? I knew it: ladies and gentlemen, allow me to introduce to you the dementor wasp.
If anybody of you happens to be fan of the Harry Potter saga, this name surely reminds you of the dementors, those evil demonic entities that literally sucked their victims’ soul out of their body. The dementor wasp (Ampulex dementor) takes its name from them, and, while it is enjoying its meal, we will figure out why. First of all, however, let’s provide those who are reading from home with a general description of this animal’s aspect: the dementor wasp looks very much like an ant, with the only remarkable difference being its wings. It has long legs and, as we have already noticed, curled antennae. Its head is black, while the thorax and the abdomen present variable combinations of black and orange-reddish. The information we have about the dementor wasp are scarce, due to the fact that this insect was discovered less than two years ago: female length is thought to be about 9-10 mm, while male length is unknown.

vespa dissennatrice3Now, let’s focus on the reason why we came here to meet our wasp. According to the German biologists who first discovered it, its venom acts specifically against the neurotransmitter octopamine, which plays a crucial role in the motor component of the nervous system in cockroaches. Once the toxins injected by the wasp block octopamine, the cockroach’s muscles are still able to move, but they no longer receive regulatory signals from the central nervous system: basically, the prey is no longer capable of deciding where and how to move its limbs, thus becoming some sort of zombie. At this point, the wasp only has to “direct” the cockroach by holding its antennae, until it is taken to the predator’s shelter and ultimately devoured. But don’t worry: although the venom of the dementor wasp has not been thoroughly analyzed in laboratory yet, it is very unlikely that it could cause such effects on animals of the size of a human being. Nevertheless, its action is particularly fascinating, and it surely deserves special attention from researchers in the future.
Now, I’d suggest we should leave our wasp, now done with its meal, alone, and get ready for the next stop of our journey. This time we will explore the swamps of Louisiana, in the United States, to meet an animal that looks like it came out of a horror story. If you still want to follow me, I’ll be waiting right here, as always, with another episode of Fantastic Beasts, a space for fantastic animals.
See you next week!
SENEX

InsideOut 03×03

testata 3x03

 

Bentornati ascoltatori e ascoltatrici di Insideout, sono Andrea e vi presento la terza super puntata del nostro podcast.
Partiamo subito a bomba con Acta Diurna che apre le danze portando in campo un tema molto caldo per i giovani d’oggi: l’alcool. Però non pensate alla solita storiella trita e ritrita sugli effetti dannosi dell’alcool, anche questa volta vi stupiremo!
Passiamo, poi, in volata a Corto Circuito, dove Sara ci parlerà un po’ di Watson: una tecnologia di ultima generazione che potrebbe cambiare radicalmente le nostre vite, tanto nelle piccole azioni quotidiane, quanto nelle grandi imprese che coinvolgono l’intero genere umano.
Dopo questo tema di natura potenzialmente apocalittica dirigiamoci verso le acque più tranquille, ma non troppo, di Rise & Shine: Michela ci ha preparato un viaggetto nell’ambiente della Street Art e, in particolare, nel mondo ribelle e coraggioso di Banksy con le sue opere più note.
Detto ciò, cari ascoltatori, io chiudo e vi lascio immergere nella puntata vera e propria che vi piacerà, ne sono sicuro.
Buon ascolto!

Andreapiana

Tasto destro del mouse qui per scaricare il file – clicca qui per abbonarti gratuitamente su iTunes –  clicca qui per abbonarti gratuitamente tramite altri podreader

 

In questa puntata trovate:

 

acta-diurna-blogSapete che esistono i locali alcohol-free? Cosa ne pensate? Noi vi diciamo la nostra, ascoltate e scoprirete dove la discussione ci ha portato.

(Sara, Andrea, Sandy, Michela, Nevio, Federica, Veronica)

 

cocktails
Apple Mock-jito – Lettuce Spray – Virgin Bloody Mary

 

Brano musicale da Jamendo.com  scelto per voi da Michele “Do it in the Post- apocalypse” by Ugly, Ugly Words.

 

corto-circuito1Parliamo di Intelligenza Artificiale e dell’incredibile WATSON, la nuova creatura IBM capace di stravolgere la nostra concezione di “macchina” e di “uomo”.

Sara Smith ha scoperto che…

 

 

Brano musicale da Jamendo.com scelto per voi da Michele: “Maybe I’m in Love” by Zack Linton.

 

Rise-and-shineMichela ci parla della sua passione per l’Arte e vuole iniziare con un personaggio intrigante e visionario: Banksy.

Se non sapete chi è e cosa crea (clicca qui) avete ora una possibilità per conoscerlo… d’ora in avanti non avrete più giustificazioni!

 

Kids-On-Guns-Hill-by-Banksy
Kids on Guns Hill

 

queen-ziggy_2238705b
Omaggio a David Bowie

 

Banksy141
[trad. Quello che facciamo nella vita avrà echi eterni]

(5)_FANTASTIC BEASTS/IL MONDO REALE by SENEX

Arpia

IL FLAGELLO DEI CIELI

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla quinta puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici. Per questa tappa del nostro viaggio siamo appena atterrati in Brasile, e ora ci addentriamo nella foresta pluviale più grande del mondo: l’Amazzonia. Arriviamo in una zona dove la vegetazione si dirada abbastanza da permetterci di osservare attentamente i dintorni, e davanti a noi vedo un ramo che fa proprio al caso nostro. Mi sono assicurato di portare un bel pezzo di carne fresca e sanguinolenta, e ora, amici, vi chiedo di aiutarmi a legarlo a quel ramo. Non sono sicuro che funzionerà come esca, ma la protagonista di questa puntata è sicuramente abituata a consumare pasti del genere. Presto, nascondiamoci tra la vegetazione! C’è qualcosa nel cielo e si sta avvicinando a grande velocità: è un uccello. Un gigantesco uccello. In quei pochi secondi che gli servono per coprire la distanza che lo separa dalla carne, ci rendiamo davvero conto delle dimensioni di questo animale: le sue ali sono enormi, e una grande testa ricoperta di piume grigie termina in un becco acuminato pronto a lacerare e dilaniare. È quasi arrivato, ecco che sfodera i suoi artigli impressionanti e li affonda nell’esca, mangiando avidamente dopo aver ripiegato le ali. Amici di InsideOut, vi presento uno dei più grandi rapaci al mondo: l’aquila arpia.

arpia2
Già, questo impressionante uccello prende il nome dai mostri della mitologia greco-romana che avevano teste di donna su un corpo d’aquila. Tuttavia, l’arpia che abbiamo davanti (Harpia harpyja) è senza dubbio un uccello da preda al 100%. Ora che possiamo osservarla in tranquillità mentre è concentrata sul suo pasto, notiamo che la sua colorazione è tra il nero e il marrone sul dorso, mentre le zampe, il ventre e la superficie inferiore delle ali sono prevalentemente bianchi. La testa, invece, è di un grigio tendente al metallizzato. Come abbiamo già potuto notare, le dimensioni di questo rapace lasciano ammutoliti: le femmine di aquila arpia possono raggiungere un peso di circa dieci chili (i maschi, invece, sono molto più piccoli, solitamente la metà rispetto alle partner), imponendosi così come credibili aspiranti al trono di “più grande tra le aquile”, che si contendono con l’aquila di Papua (Harpyospis novaeguineae) e l’aquila di mare di Steller (Haliaeetus pelagicus). Per quanto riguarda l’apertura alare, invece, l’arpia è sicuramente inferiore alle due rivali, ma non per caso: questo uccello vive in un ambiente costituito da fitte foreste tropicali, dove ali troppo lunghe sarebbero esposte al rischio di urti e fratture. Ciononostante, l’arpia vanta comunque un’apertura alare di tutto rispetto, che può tranquillamente superare i due metri.

Il suo becco è piuttosto corto rispetto a quello di altri suoi cugini rapaci, ma comunque in grado di strappare brandelli di carne dalle prede. In ogni caso, la vera arma letale dell’arpia sono i suoi artigli. Sono tre per zampa, lunghi fino a 15 cm, e ricordano molto quelli dei dromeosauridi che abbiamo incontrato molto tempo fa in Jurassic Week. L’aquila li usa per afferrare saldamente le sue prede, solitamente scimmie di vario tipo e bradipi, e sollevarle in aria grazie alla straordinaria forza delle sue zamp: se volesse, questo uccello potrebbe tranquillamente alzarsi in volo stringendo nella sua morsa un bambino di cinque anni.
L’aquila arpia è, almeno teoricamente, diffusa dal Messico al nord dell’Argentina, e regna nei cieli delle foreste pluviali. Dico teoricamente perché questo uccello è sempre più raro allo stato brado, per via della sistematica distruzione del suo habitat che viene trasformato in terreni agricoli o di pascolo: questo processo, che ha portato alla sua quasi completa estinzione in America centrale, minaccia l’arpia anche in Brasile, dove la popolazione di aquile si è drasticamente ridotta anche a causa della caccia indiscriminata; è perciò fondamentale supportare attivamente i progetti di conservazione in atto per impedire che questo straordinario animale scompaia dai cieli dell’America Latina.
Beh, sembra che la nostra aquila abbia concluso il suo pasto: eccola che dispiega di nuovo le ali e si alza in volo, mentre noi ci prepariamo per la prossima tappa del nostro viaggio. Di nuovo Asia, amici miei, ma stavolta andremo in cerca di un animale molto, molto più piccolo. Ciò non vuol dire che sia privo di caratteristiche a dir poco inquietanti. Se vi fidate ancora di me, vi aspetto qui, come sempre, per un’altra puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici.
Da Senex, alla prossima settimana!
SENEX

THE RUTHLESS RAPTOR OF THE SKIES

Ladies and gentlemen, good morning. My name is Senex, and I welcome you to the fifth episode of Fantastic Beasts, a space for fantastic animals. This stop of our journey has brought us in Brazil, and now we only have to go deep inside the world’s biggest rainforest, in the Amazon basin. We finally find a zone where the trees leave us some room, and in front of us I see a twig that is exactly what we need right now. I’ve made sure to bring a big piece of fresh meat, and now, my friends, I ask you to help me tie it to the twig with a rope. I’m not sure whether it will actually work as a lure, but what I do know for sure is that the protagonist of this episode is more than used to have meals of this kind. Come on, let’s hide behind the trees: there is something in the sky, and it’s quickly getting closer. It’s a bird. A huge bird. The few seconds it takes this animal to get to the meat are enough for us to realize how big it is: its wings are majestic, and a large head full of grey feathers ends in a sharp beak ready to tear apart and dismember. It’s almost there, and now it shows its claws, grabbing the meat and voraciously eating it after closing its wings. Ladies and gentlemen, allow me to introduce to you one of the largest birds of prey in the world: the harpy eagle.

arpia3This impressive birds takes its name from the Greco-Roman mythological monsters with a woman head on the body of an eagle. However, the harpy we see in front of us (Harpia harpyja) is undoubtedly a 100% bird. Now that we can observe it with no worries while its attention is directed on eating, we see that its coloration is black-brownish on the back, while the belly is white as well as the legs and the inner side of the wings. The head, on the other hand, is rather metal grey. As we have already noticed, the size of this raptor is astonishing: female harpy eagles can reach a 10 kg weight (males, instead, are way smaller, usually half their partners), thus establishing themselves as competitors for the position of largest eagles in the world, with their main rivals being the Papuan eagle (Harpyospis novaeguineae) and the Steller’s sea eagle (Haliaeetus pelagicus). When it comes to wingspan, the harpy eagle is inferior to its two adversaries, but it’s not hard to understand why: this bird lives in an environment mainly composed of rainforests, where too large wings would be exposed to the risks of collisions and broken bones. Nevertheless, the harpy eagle still presents a remarkable wingspan, which consistently goes over two meters.
Its beak is relatively short in comparison to that of other raptors, but still perfectly useful for ripping pieces of meat from its preys. Anyway, the main weapon of the harpy eagle are its claws. There are three for each paw and up to 15 cm long, thus resembling those we found on dromaeosaurids long ago during Jurassic Week. The eagle uses them to tightly grab its victims, usually monkeys and sloths, and lift them up in the air thanks to the tremendous strength of its legs: this bird could easily hold a 5-year old kid while flying.
The harpy eagle is, in theory, widespread from Mexico to northern Argentina, where it dominates the rainforest’s skies.

arpia4However, this bird keeps becoming rarer in the wild, due to the methodical destruction of its habitat for agricultural and farming purposes: this process, which has already caused the almost complete extinction of this species in central America, is now threatening it also in Brazil, where the eagles’ population underwent a drastic decrease also due to reckless hunting. It is therefore fundamental to actively support the ongoing conservation projects to prevent the harpy eagle to disappear from Latin American skies.
Well, it seems that our raptor has finished its meal: here it opens its wings again and takes off, while we start getting ready for the next stop in our journey. Asia yet again, my friends, but this time we will search for a much, much smaller animal. That does not mean, however, that it doesn’t present some utterly disturbing characteristics. If you still trust me, I’ll be waiting for you right here, as always, with another episode of Fantastic Beasts, a space for fantastic animals.

See you next week!

SENEX

VINILI, CHE PASSIONE! by Bianca

Music icon vector illustration

Tutte le passioni nascono da un’esperienza che, tradotta in emozione, lascia un segno indelebile nella nostra memoria; almeno, la mia passione è iniziata così. Tre anni fa, a Natale, mio padre mi mostrò per la prima volta il suo giradischi, che per la mia generazione è uno strumento un po’ misterioso (a meno che tu non faccia il deejay), perché la produzione di vinili rallentò fino a fermarsi del tutto nei primi anni novanta. In poche parole, soltanto venticinque anni fa non c’erano i CD e tanto meno gli MP3, ma soltanto i vinili. Lo sapete vero?
Quel giorno avevo quasi paura a toccarlo, anche considerato che erano trent’anni che non veniva utilizzato, ma l’istante in cui ho posizionato il pick-up (con estrema delicatezza e precisione) sul vinile me lo ricorderò per sempre.
Dalle casse uscì il suono di vecchie canzoni natalizie: un suono sporco e graffiato, sembrava che qualcuno stesse suonando proprio in quella stanza, sgombrando in un istante dalla mia mente il timore che quel marchingegno potesse non funzionare.

fonografo_edisonChiesi a mio padre delucidazioni in merito e questo è quello che scoprii: il primo fonografo fu ideato da Thomas Alva Edison nel 1877. I primi fonografi di Edison usavano come supporto di registrazione un cilindro e sfruttavano un movimento verticale dello stilo, la pressione sonora dipendeva dalla profondità di incisione dei solchi. Dopo diversi tentativi, Berliner lanciò sul mercato l’apparecchio e i primi dischi (1892). I dischi avevano un diametro di 12,7 cm ed erano registrati solo su un lato, dopo arrivarono  quelli da 17 e poi da 25 cm (antenati dei dischi in vinile a 78, 45 e 33 giri). Nel 1908 il disco venne inciso su entrambi i lati e furono prodotti in serie. Nel 1948 negli Stati Uniti uscì il disco in vinile, ma poi ci fu la musicassetta (molto più pratica da portarsi in giro, e con l’autoradio le cose si evolsero ancora). Agli inizi degli anni novanta il vinile ha ceduto definitivamente il posto al CD audio e questo agli mp3. Però, dalla seconda metà degli anni duemila il disco in vinile è ritornato alla luce, soprattutto come prodotto di nicchia.

Notando il mio interesse, mio padre mi ha passato alcuni dei suoi dischi e in questi ultimi anni mi sono impegnata ad ampliare la mia collezione curiosando nei mercatini dell’usato, nelle fiere e nei negozi di musica considerato che stiamo vivendo una vera e propria rinascita del vinile. Mi piacerebbe condividere con voi alcuni dei miei album preferiti, qui sul blog di InsideOut, spaziando dai classici italiani al rock anni 70, fino ad arrivare ad alcuni artisti contemporanei.

pink-floyd-dark-side-of-the-moon-original-uk-vinyl-pressing-1973-with-posters-stickers-9Ho deciso di iniziare con “The dark side of the moon” dei Pink Floyd, questo album uscì 1° marzo 1973 e questa data è rimasta nella storia della musica. L’album, composto da 10 brani, racconta la storia della vita dell’uomo che è ripercorsa da tutte le tracce. Già dal primo brano, cioè Speak to me”, si sentono i suoni che accompagnano l’uomo dall’inizio alla fine della sua esistenza, come ad esempio il battito cardiaco a cui si sovrappongono delle voci inquietanti e dei rumori, come quello di un treno sui binari o delle pale di un elicottero.
Arrivati all’ultimo brano, intitolato “Eclipse”, ci si accorge di come piano piano la vita si stia spegnendo, e si ritorna a un regolare battito cardiaco accompagnato da una frase velata di un certo cinismo “in realtà non c’è nessun lato oscuro della luna. Di fatto è tutta oscura. L’unica cosa che la fa sembrare luminosa è il sole”. Personalmente quando ascolto questo album, mi lascio trasportare in uno stato di trans, dove esistono solo suoni psichedelici e storie di un’esistenza imperfetta.

Con molta fatica sono riuscita ad estrapolare dall’album il mio brano preferito, che è intitolato “Time”, questo pezzo comincia con un ticchettio di orologi seguito dall’esplosione di decine di sveglie che lasciano poi spazio a un brano rock. Ho scelto Time” perché racconta di come noi giovani perdiamo tempo, per poi accorgerci, troppo tardi, di non aver fatto quello che si desiderava, infatti il testo dice “nessuno ti ha detto quando correre e hai perso lo sparo della partenza. E tu corri e corri per raggiungere il sole ma sta tramontando, e sta correndo attorno per spuntarti alle spalle. Il sole è lo stesso ma tu sei più vecchio. Col respiro più corto e un giorno più vicino alla morte”.

Per ora è tutto, ci troviamo qui tra qualche giorno con una nuova puntata dedicata ai vinili, con un album imperdibile!

Ciao da Bianca

 

 

 

(4) FANTASTIC BEASTS/IL MONDO REALE by SENEX

fantastic beasts_and where to find them

CADERE CON STILE

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla quarta puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici. Dopo esserci riposati a dovere in seguito alla nostra scalata sui monti dell’Himalaya, oggi ci spostiamo più a sud-est, nell’isola di Giava, in Indonesia. Eccoci arrivati nel bel mezzo della foresta pluviale, con alberi altissimi che ci sovrastano quasi bloccando la luce del sole. Indovinate un po’? Dobbiamo arrampicarci di nuovo, proprio su uno di questi. Tranquilli, non è troppo impegnativo, siamo già quasi in cima, e a quanto vedo non serve andare oltre. Guardate quel ramo, proprio lì davanti: c’è un piccolo serpente che si fa strada tra il fogliame. Ha una livrea meravigliosa: una combinazione di squame nere, gialle e verdi incastonate tra loro con una perfezione degna dei più preziosi gioielli. Volete vederlo più da vicino? E sia, proverò a catturarlo, ma so già che sarà inutile, visto quello che farà quando tenderò la mano verso di lui. E infatti, ecco che di colpo il serpente si lancia letteralmente giù dal ramo, precipitando nel vuoto da un’altezza di cento metri. Ma siamo sicuri che precipiti? Perché sembra controllare perfettamente la sua caduta… ma sta… sta… volando!? Per certi versi, sì. Amici di InsideOut, vi presento il serpente volante del paradiso.

serpente volante
Venite, scendiamo dall’albero: ho visto dove è atterrato, stavolta magari riusciamo a catturarlo e osservarlo meglio. Eccolo lì! Preso! Tranquillo, non vogliamo farti alcun male: concedici solo il tempo di esaminarti un po’. Come abbiamo già notato, il nostro amico è piuttosto piccolo: il serpente volante del paradiso (Chrysopelea paradisi) si aggira di solito sul metro di lunghezza, senza mai superare il metro e mezzo. È un colubride, appartenente cioè alla stessa famiglia delle nostre bisce, ma a differenza di loro possiede un apparato velenifero. Non spaventatevi, però, il veleno di questo serpente è completamente innocuo per l’uomo, gli serve solo per uccidere piccole prede come roditori o lucertole. Questo animale è inoltre molto snello e leggero, una caratteristica che gli torna utile nella vita totalmente arboricola che conduce assieme al suo colore che gli permette di mimetizzarsi tra il fogliame. Esistono diverse specie di serpenti volanti, tutte diffuse in un areale che va dall’India orientale alle Filippine, passando per Indonesia, Thailandia e Myanmar: tra queste deve essere menzionato il serpente volante ornato (Chrysopelea ornata), molto simile al nostro amico, ma, se possibile, ancora più bello data la presenza di piccole macchie rosse sul dorso.

sv
Ora, però, veniamo al particolare più interessante: come riesce, questo serpente, a planare per 150 metri senza incorrere nel minimo infortunio durante e dopo la caduta? Semplice: quando si lancia nel vuoto, aumenta la superficie della sua pelle allargando le costole per usarla come paracadute, eseguendo movimenti ondulatori può mantenere o addirittura cambiare direzione mentre è in aria. Questo stratagemma difensivo lo fa allontanare notevolmente dall’eventuale pericolo seminando senza problemi il nemico. Un vero capolavoro di biomeccanica, che permette ad un animale non solo senza ali, ma addirittura senza arti, di librarsi nell’aria con una facilità sorprendente.
Adesso lasciamo in pace il nostro serpente volante, che vedo piuttosto stressato dalla nostra intrusione nel suo paradiso. Dopo averlo visto sparire rapidamente tra i rami e le foglie, prepariamoci a partire per raggiungere l’altra parte del mondo: il Sud America. Altre foreste pluviali, e un altro animale volante, che però, stavolta, vola davvero. E, per di più, è tutt’altro che innocuo. Se vorrete seguirmi, io vi aspetto qui, come al solito, per un’altra puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici.
Da Senex, alla prossima!

FALLING WITH STYLE

Ladies and gentlemen, good morning. My name is Senex, and I welcome you to the fourth episode of Fantastic Beasts, a space for fantastic animals. After a well-deserved rest following our climbing trip to Himalaya, today we move south-eastwards, in the island of Java, the largest of the Indonesian archipelago. Here we are, in the middle of the jungle, with marvelously tall trees towering upon us, almost blocking the sunlight. Guess what? We precisely have to climb up one of them. Chill guys, that’s nothing compared to a 4000 m mountain. See? We’re already almost on the top, and, as I see, we can just stop here.

sv2Look at that twig right in front of us: there is a small snake moving through the leaves. Its coloration is astonishing: a combination of green, black and yellow scales intertwined with a perfection matching that of the most precious jewels in the world. You want to observe it more closely? Fine, I’ll try to catch it. But I already know it will be in vain, because I know what it will do when I stretch my arm towards it. Indeed, all of a sudden it literally jumps off the twig, falling from a height of 100 m. But, is it actually falling? Because, now that we notice, it seems like it perfectly controls its fall. Wait, is it… Flying!? To some extent, yes. Ladies and gentlemen, allow me to introduce to you the paradise flying snake.

Come, let’s go back down to the ground: I saw where it landed, maybe this time we will manage to catch it. There it is! Ha, gotcha! Calm down, we don’t want to harm you at all, dear: just give us some time to better observe you. As we have already noticed, our friend is quite small: the paradise flying snake (Chrysopelea paradisi) usually grows up to 1 m, and it never goes over 1,5. It is a colubrid, that is, it belongs to the same family that includes our water snakes, but unlike them, it possesses a venom apparatus. No need to worry, though: the venom of this snake is totally harmless for humans, being only useful when it comes to kill small rodents and lizards the snake feeds on. Moreover, this animal is very slender and agile, an important adaptive characteristic for the completely arboreal lifestyle it conducts. Lastly, its coloration makes a camouflage among the leaves possible for it. There are several species of flying snakes, all of them present from north-east India to the Philippines, as well as in Indonesia, Thailand and Myanmar. Among them, I think we should mention the golden flying snake (Chrysopelea ornata), very similar to our friend but, if possible, more beautiful, due to the small red spots on its back making its coloration even brighter.
But now let’s focus on the most interesting trait of this snake: how can it glide for 150 m without incurring in any injury during and after the fall? Simple: when it jumps off a tree, this animal increases its body surface by enlarging its ribs and uses it as a parachute, while making sinusoidal movements in order to maintain or even change its direction in mid air. This defensive tactic greatly helps it in case of danger, allowing it to get way far from the threat with no risk of being pursued. A real masterpiece of biomechanics, which makes an animal with not only no wings, but no limbs, able to glide in the air with astonishing ease.

sv3

Let’s now leave our flying snake alone, as I see that it is very annoyed because of our intrusion in its paradise. After seeing it quickly disappear in the twigs and leaves, let’s get ready to take a plan to the other side of the world, South America. Again rainforests, again a flying animal, but this time, it actually flies. And, keep that in mind, is anything but harmless. If you would like to follow me again, I’ll be waiting right here, as usual, with another episode of Fantastic beasts, a space for fantastic animals.
See you next week!

(3) FANTASTIC BEASTS/IL MONDO REALE by SENEX

fantastic beasts_and where to find them

 

IL SIGNORE DELLE VETTE

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla terza puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici. Il nostro viaggio si fa sempre più impervio e tormentoso: siamo appena usciti dagli abissi dell’Oceano Indiano, e ora dobbiamo prepararci per scalare le vette dell’Hymalaya tibetana. Niente facce rassegnate, prendiamo zaini, ossigeno e provviste e incamminiamoci: ci aspetta una lunga arrampicata. Vi chiedete perché vi ho voluti portare fin qui, a 4000 metri, con un freddo glaciale e un vento sferzante che non ci dà pace? La risposta è su quella roccia laggiù: guardate bene, non fatevi confondere dalla neve. C’è un animale che salta da una cresta all’altra con un’eleganza impareggiabile. Un felino, bianco e grigio, con una folta pelliccia tappezzata di macchie nere. Ed è uno degli animali più belli e rari presenti al mondo. Amici di InsideOut, vi presento il leopardo delle nevi.

1
Come fa a sopravvivere a queste altitudini? Come riesce a muoversi tanto agilmente in un ambiente simile? Che razza di prede può mai trovare? Tutte domande legittime, amici, vediamo di trovare insieme qualche risposta. Il leopardo delle nevi (Panthera uncia) si è specificamente adattato alla vita tra i 3000 e i 4500 metri d’altezza: in primo luogo, abbiamo già notato la pesante pelliccia che lo ricopre, e possiamo inoltre vedere che questo animale non è molto grande. Le sue dimensioni, infatti, si aggirano mediamente intorno ai due metri di lunghezza per 50 kg di peso, anche se alcuni esemplari superano questi limiti: questo permette al leopardo di essere abbastanza leggero e agile da camminare e cacciare nell’impervio ambiente montano che è la sua casa, e per mantenere l’equilibrio si serve anche della lunga e flessibile coda, che da sola ammonta a metà della lunghezza dell’animale. Infine, le zampe del leopardo delle nevi sono corte e massicce per consentirgli di mantenere un baricentro basso durante la locomozione e aggrapparsi saldamente alle rocce. Per quanto riguarda le sue prede, queste montagne sono popolate dal noto yak, ma questo ungulato è, almeno in età adulta, troppo grosso perché il leopardo possa cacciarlo (anche se, è bene ricordarlo, questo felino può benissimo uccidere un animale anche quattro volte più grande di lui); tra le sue vittime preferite troviamo il markhor, una grande capra di montagna con lunghe corna ritorte, e il thar himalayano, che ricorda vagamente un camoscio.

3
Sulla carta, l’areale del leopardo delle nevi è molto vasto, si può trovare in gran parte delle zone montane dell’Asia centrale, così come in quasi tutta la catena himalayana. Tuttavia, ad oggi si contano non più di 6500 esemplari allo stato brado, e le stime sono piuttosto ottimiste: nel corso degli anni, questo predatore è stato oggetto di intensiva caccia da parte degli allevatori locali per proteggere i capi di bestiame, e il suo habitat è costantemente minacciato dalla crescente penetrazione umana nella regione. Ciononostante, i paesi che possono vantare una popolazione di leopardi delle nevi nel loro territorio sono sensibili riguardo alla conservazione di questa specie, e molti accordi internazionali sono stati stipulati per avviare nuovi progetti oltre a proseguire quelli già esistenti. Inoltre, molti esemplari sono allevati in cattività negli zoo di tutto il mondo, così da allontanare questo meraviglioso felino dallo spettro dell’estinzione.
Osserviamo ancora un po’ il nostro nuovo amico mentre si inerpica sulle rocce dell’Himalaya prima di iniziare la discesa che ci riporterà ai piedi delle montagne. Per la prossima tappa del nostro viaggio resteremo in Asia, ma per addentrarci nel fitto della giungla dove vive uno dei miei serpenti preferiti. Se vorrete seguirmi, io vi aspetto sempre qui, come al solito, per un’altra puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici.
Da Senex, alla prossima!

THE LORD OF THE HEIGHTS

Ladies and gentlemen, good morning. My name is Senex, and I welcome you to the third episode of Fantastic Beasts, the space for fantastic animals. Our journey is becoming more and more impervious and tormented: we just came out of the Indian Ocean’s abyss, and now we have to prepare to climb the heights of Tibetan Hymalaya. No fed up faces guys, let’s take bags, oxygen and food supplies and walk: it will be a very long climb. You wonder why I wanted to take you up here, at 4000 m, with an ice-cold climate and a terrible wind freezing us? The answer is on that rock down there: look closely, don’t let yourselves be misled by the snow. There is an animal jumping from crest to crest with unmatchable elegance. A felid, and quite a big one: it’s white and grey, with a thick fur full of black spots. And it’s one of the rarest and most beautiful animals in the world. Guys, let me introduce to you the snow leopard.

2But how on earth does it manage to live at these altitudes? How can it move so rapidly in such a place? And what kind of a prey can it found here? All reasonable questions, my friends. Let’s try to find some appropriate answers. The snow leopard (Panthera uncia) has specifically adapted to life between 3000 and 4500 m: first of all, we’ve already noticed the thick fur covering it, and we can also see that this animal is not that big after all. In fact, its size amounts on average to two meters in length and a weight of 50 kg, although some specimens go over these limits: this allows the leopard to be light and agile enough to walk and hunt in the impervious environment that is its home, and to keep the balance this felid also relies on its long and flexible tail, which alone represents half of the overall length of the animal. Lastly, the snow leopard’s legs are thick and short, thus making it able to keep a low barycenter during locomotion as well as to tightly grasp the rocks with its large paws. Passing on to its preys, these mountains are inhabited by the famous yak, but these ungulate is, at least in adult age, too big for the leopard to hunt it (although we should keep in mind that this felid is perfectly capable of killing animals up to four times larger than itself). Among its favorite victims we find the markhor, a great mountain goat with long, spiral-shaped horns, and the Himalayan thar, which vaguely resembles a chamois.
Theoretically speaking, the snow leopard’s distribution is very wide: this predator can be found throughout all mountain regions in central Asia, as well as in most of the Himalayan territory. However, no more than 6500 specimens are left in the wild by now, and this number is rather optimistic: this animal has been intensively hunted over the years from local shepherds to protect their cattle, and its habitat is constantly threatened by the more and more invasive human penetration in the area.

3Nevertheless, the countries that host a snow leopard population in their national territory are sensible about the conservation of this species, and many international agreements have been stipulated to start new projects related to this task and to carry on already existing ones. Moreover, many leopards are kept in captivity in zoos all over the world, thus taking the spectre of extinction away from this wonderful felid.

Let’s watch our new friend climbing the rocks of Himalaya before starting to go back down at the feet of the mountains. For the next stop of our journey we will stay in Asia, but only to walk deep inside the jungle where one of my favorite snakes lives. If you would like to follow me, I’ll be waiting, as always, right here, with another episode of Fantastic Beasts, the space for fantastic animals.
See you there!
SENEX

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 4.700 volte nel 2015. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

JOVANOTTI LIVE in MONTICHIARI (by MICHELE)

jovanotti

12 Dicembre, ore 21:30 precise.

Le luci si spengono, la band sale sul palco e Jovanotti inizia il suo concerto, che sicuramente è da inserire nella lista dei migliori ai quali ho assistito. Sulle note di “E non hai visto ancora niente” il Pala George di Montichiari si infiamma e non azzarda a spegnersi fino a un minuto prima di mezzanotte. Due ore e mezza di concerto che ha permesso di mettere in luce non solo la professionalità di Lorenzo Cherubini, ma anche le sue doti artistiche. Uno spettacolo emozionante per i temi portati in scena (l’amore, la famiglia, il rispetto reciproco e per le varie culture), ma anche per le ingegnose scenografie con luci, video e un intero palco sul quale scorrevano immagini e disegni.
jova_cover_itunesAvendo già organizzato quest’estate un altro tour, “Lorenzo negli stadi”, per la promozione del suo ultimo album “Lorenzo 2015 cc”, mi aspettavo per questa serie di show invernali  “Lorenzo nei palazzi dello sport” una versione ridotta del precedente spettacolo. Invece è riuscito a sorprendermi presentando una scaletta completamente diversa, che alterna le ultime hit ai suoi pezzi classici (“Bella”, “Gente della notte”, “Ragazzo fortunato” etc), nuove scenografie e visual art. Per tutta la durata del concerto Jovanotti ha mantenuto un rapporto stretto col pubblico, mostrando Lorenzo che vive dietro l’immagine dell’artista. Ha confessato lui stesso l’importanza che aveva lo show di Montichiari, essendo infatti il primo spettacolo di questo nuovo tour al quale assistevano la moglie e la figlia (alla quale ha fatto gli auguri di compleanno alla fine del live).

Dall’inizio alla fine dello show la tensione non è mai andata diminuendo: si è passati dal potente pop malinconico del grande successo “Sabato”, alla psichedelica “Tensione evolutiva”, alla tribale “L’ombelico nel mondo”, fino alle ballate emozionanti come “A te” o “La terra degli uomini” nelle quali il pubblico ha alzato al cielo gli accendini e le torce dei cellulari.
Lorenzo ha sorpreso tutti quando ha portato sulla scena “Una tribù che balla” e “[Tanto]³” accompagnandosi da una loop station a forma di diamante che rifletteva le luci colorate del palco creando meravigliosi effetti ottici, oppure quando è uscito correndo dal palco per riapparire pochi secondi dopo tra il pubblico, esibendosi da una piattaforma da dj direttamente nel centro della folla.
È stato uno spettacolo entusiasmante in ogni suo singolo istante e proprio per l’enfasi vissuta attraverso ogni canzone pareva non finire mai. Ma proprio mai. Nell’ultima ora del concerto ogni brano mi sembrava la conclusione perfetta per la serata, ma ad ogni pezzo terminato ne seguiva subito un altro. E quando finalmente siamo arrivati agli ultimi accordi di “Ti porto via con me” e Jovanotti e la sua band hanno salutato per l’ultimissima volta il pubblico bresciano, gli spalti non hanno smesso di tremare e le voci dell’audience non si sono spente. Continuavano infatti i cori anche dopo la chiusura del concerto; questo dice tutto.

foto-di-jovanottiAvevo già assistito ad un concerto di Jovanotti, nel 2013, nell’immenso stadio San Siro, ma in quell’occasione avevo visto lo spettacolo da una delle tribune più alte. Questa volta lo show l’ho vissuto in pieno, in mezzo alla folla esultante a due passi dal palco, dove ci si sente tutti parte dello stesso mondo, dello stesso spettacolo. Ho quindi paradossalmente preferito il “piccolo” show di Montichiari rispetto al mastodontico concerto di Milano.
Mi sento veramente vicino a questo artista, non solo perché è l’unico ascoltato da tutta la mia famiglia (e che con i quali posso quindi condividere la mia passione), ma anche perché trovo le sue canzoni molto poetiche e molto dirette. Non utilizza un linguaggio forbito: la sua è una poesia semplice, che tutti sono in grado di comprendere.
Spero che possa continuare a regalarci nuove canzoni e nuove emozioni per molto tempo ancora e di riuscire ancora una volta a provare la bellissima esperienza di sentirlo live e rivivere quello che a Montichiari ha saputo donare a tutti noi.

Da Michele per ora è tutto, ciao e alla prossima!

STAR WARS vs. STAR TREK

star wars vs star trek

Ma vi immaginate Spock in un duello con Yoda? No probabilmente, data la caratteristica dei personaggi non si metterebbero mai uno contro l’altro a patto che Yoda non consideri Spock come “Servo del lato oscuro”.
Ma aspettate un momento, è successo davvero! O meglio, non in un film o serie tv alcuna, ma nei classici Comic-On c’è sempre il rappresentate “Yoda” che accusa il rappresentante “Spock” di essere un soldato oscuro e parte la sfida a suon di insulti su cui è meglio non soffermarci.
Io, nel vedere tanta foga tra questi due contendenti, mi son chiesto quale effettivamente fosse il brand migliore e ho cercato di analizzarli per fare un po’ di chiarezza.
Star Trek è nato negli anni in cui la fantascienza poteva “cambiare la visione del mondo” e la gente era convinta di questo, e Star Trek lo ha fatto; il telefilm in vari episodi ha affrontato temi sociali importanti quali il razzismo ( negli anni sessanta erano ricorrenti le battaglie sociali negli Stati Uniti ) e la comprensione tra i popoli, già soltanto osservando la composizione del cast possiamo notarlo tra i protagonisti: uno scozzese (Scott), un russo (Chekov, in piena guerra fredda), un giapponese (Sulu), addirittura un alieno (Spock), e anche l’attrice Nichelle Nichols (Uhura), la prima donna di colore a figurare in un ruolo di comando nella storia della televisione e, assieme al capitano Kirk, protagonista del primo bacio interrazziale nella storia della televisione negli USA (nel 1968).
Star Wars uscito 10 anni dopo (1977) rappresenta il punto di svolta non solo nella tecnica cinematografica (ripresa e montaggio), ma anche nella colonna sonora e nella struttura degli effetti sonori oltre a quella degli effetti speciali scenografici; George Lucas ha posto l’intrattimento al centro della storia, realizzando un vero e proprio capolavoro: spade laser, astronavi, morte nera, Darth Fener, i soldati imperiali, i fulmini, il potere della forza, Il Millenium Falcon, Han Solo, Luke Skywalker, Chewbacca, Yoda…
Diciamolo, i personaggi di Star Wars sono riconoscibilissimi, forse sì, grazie ad un merchandising che ancora oggi è sparso ovunque e di cui non si può non subire il fascino.
Star Wars rispetto a Star Trek è anche riuscito a distribuire le razze su ogni sistema solare preso in considerazione, in ogni città, in ogni locale (indimenticabile la Cantina di Mos Eisly, in cui si suona il miglior jazz della Galassia), miscelando colori, facce, abiti, armi, edifici, ambientazioni: un mix affascinante. Certo, Star Trek è in tutto e per tutto un lungo viaggio di esplorazione dell’Universo, pianeta dopo pianeta, di specie in specie, ma gli alieni raramente sono mescolati così bene come in Star Wars.
Al contempo, se si vuole analizzare con obiettività le due opere si deve anche considerare l’imperdonabile ingenuità nell’ostinarsi a comparare una serie tv con una saga cinematografica: i budget sono totalmente diversi, i mezzi sono diversi e ineguali, e lo scarto di dieci anni fra l’uscita dei primi episodi di Star Trek e il primo film di Lucas gioca un ruolo fondamentale riguardo alle possibilità in ambito scenografico e tecnologico.
Io non ho una preferenza, mi schiero al centro delle due parti, sono dell’idea che valga la pena porsi a favore “della pace interiore” senza mai cedere “al lato oscuro”, ovvero: non me la sento di prendere una posizione estremista. Sono entrambe opere di genere fantascientifico, ma con storie diverse e tematiche diverse. Stiamo pur sempre parlando di una serie Tv e di una saga cinematografica che hanno fatto la storia, quindi penso sia doveroso guardarle entrambe per coglierne il meglio da ciascuna, sia a livello morale sia per quanto riguarda il divertimento.
E voi da che parte state? Fatecelo sapere, se vi va.
Un Saluto Volcaniano e che il Podcast sia con voi…
Elia (in collaborazione con Nevio)

(2) FANTASTIC BEASTS/IL MONDO REALE by SENEX

cv

GLI OCCHI DEL VAMPIRO

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla seconda puntata di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici. Prima di incontrare il protagonista di questo episodio, vi faccio una domanda: secondo voi, quale creatura può vantare gli occhi più belli del regno animale? Qualcuno avrà pensato ad un grande felino, altri, forse, ad un canide, altri ancora non vedono occhi più belli di quelli dell’uomo. Ma, se me lo permettete, io inserirei nella competizione un animale ben diverso. Amici di InsideOut, preparatevi, perché per trovarlo dovremo immergerci nel profondo degli abissi.
Eccoci qui, da qualche parte nell’Oceano Indiano, a quasi un chilometro di profondità (sì, so che è scientificamente impossibile, ma importa davvero?). Non si vede praticamente nulla, e del resto è ovvio dato che la luce solare fatica a penetrare fin qui. Per fortuna ci siamo portati dietro delle torce subacquee, con cui possiamo perlomeno illuminare l’acqua nelle nostre immediate vicinanze. Ecco, guardate là: la luce ci mostra un curioso animale che si sta lentamente facendo strada verso di noi. Ha una forma strana, con un corpo vagamente cilindrico che poi si allarga improvvisamente in una conformazione quasi a campana; ora che guardiamo meglio, ci accorgiamo che quest’ultima parte del corpo è costituita da otto tentacoli uniti da una fibra simile a quella che troviamo nelle zampe palmate di anfibi e uccelli acquatici; il particolare che ci cattura di più sono sicuramente i suoi occhi: enormi e di un azzurro che farebbe impallidire il più limpido dei cieli, gli permettono di competere con ottime speranze per il titolo di animale con gli occhi più belli al mondo. Signore e signori, vi presento il calamaro vampiro.

occhi vampiro 1Niente panico, non è qui per succhiare il vostro sangue: il calamaro vampiro (Vampyroteuthis infernalis), come del resto tutti i suoi cugini cefalopodi (polpi, seppie e altri calamari), si nutre di pesce, che cattura grazie ai tentacoli pieni di uncini appuntiti. L’appellativo di “vampiro” gli viene dal fatto che vive nel buio delle profondità marine, oltre che dalla stessa conformazione dei suoi tentacoli che ricorda il mantello del conte Dracula. Ora che siamo così vicini a lui, notiamo anche le due piccole pinne poste vicino agli occhi: è grazie ad esse che il calamaro vampiro si muove, anche se, all’occorrenza, può sfruttare i suoi tentacoli per darsi potenti spinte con rapidi movimenti di apertura-chiusura. La sua colorazione è solitamente rosso non molto acceso, anche se non è raro trovare calamari grigio-neri. Per quanto riguarda le dimensioni, il nostro amico è piuttosto piccolo: di norma non supera i 30 cm, e i piccoli appena usciti dall’uovo sono lunghi 8 mm.
No, non provate a toccarlo! Ecco, lo sapevo. Va bene che è innocuo, però se si sente minacciato ovviamente reagisce. E il suo sistema difensivo consiste nell’assumere la cosiddetta “postura a zucca\ananas”, ossia nel rovesciare all’indietro il suo “mantello”, mostrandocene il lato interno cosparso di spine dette “cirri”. Di colpo, un lampo di luce ci acceca per un momento e facciamo appena in tempo a vedere il nostro calamaro dileguarsi con una potente spinta dei suoi tentacoli: non cercatelo, molto difficilmente lo rivedremo. Ora vi chiederete, cos’era quell’abbaglio? Semplice: il calamaro vampiro è praticamente ricoperto da cellule dette “fotofori”, la maggior parte delle quali si trova proprio nella parte interna del mantello. Queste cellule hanno la capacità di emettere una forte luce che disorienta momentaneamente i predatori, permettendo così al calamaro di scappare; il nostro amico è addirittura in grado di regolare a suo piacimento l’intensità della luce da rilasciare a seconda della situazione.
A questo punto, con il nostro calamaro ormai fuggito, non ci resta che tornare in superficie e da lì sulla terraferma, per la precisione nel continente asiatico. Se oggi abbiamo esplorato gli abissi, nella prossima puntata dovremo arrampicarci sulle più alte e impervie vette del mondo. Ma se saremo fortunati, incontreremo un animale che ci farà di colpo dimenticare ogni fatica. Se vi fidate ancora di me, vi aspetto tra una settimana per una nuova tappa del viaggio di Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici.
Da Senex, alla prossima!
SENEX

THE VAMPIRE’S EYES

Ladies and gentlemen, good morning. My name is Senex, and I welcome you to the second episode of Fantastic Beasts, the space for fantastic animals. Before we meet the protagonist of this stop, let me ask you something: which animal do you think has the most beautiful eyes in nature? Somebody may have thought of a big felid, others, maybe, of a canid, yet someone else might not see any eyes more beautiful that human ones. But, if you allow me, I would like to introduce in the competition a very different animal. Dear friends of InsideOut, get ready, because to find it we will have to immerge in a deep abyss.
Here we are, somewhere in the Indian Ocean, at a depth of nearly a kilometer (yes, I know it’s scientifically impossible. But does it really matter, after all?). We can barely see anything, and all in all it’s obvious, because the sunlight cannot easily reach this down. Fortunately we brought our subaqueous torches we can at least shed light on our immediate proximities with. Hey, look there: the light reveals to us a curious animal slowly approaching us. It has a strange shape, with a roughly cylindrical body progressively enlarging in a conformation that reminds us of a bell; now that we can see it better, we realize that this section of its body is made of eight tentacles bound together by webbing similar to the ones we found in the paws of ducks and amphibians. But the particular that attracts us the most are undoubtedly its eyes: they are huge, and their light blue would outclass the clearest sky, easily allowing it to compete for the title of animal with the most beautiful eyes in the world. Ladies and gentleman, let me introduce to you the vampire squid.

occhi vampiro 2Calm down guys, it’s not here to suck your blood away. The vampire squid (Vampyroteuthis infernalis) feeds on fish, as do all its cephalopods relatives (octopuses, cuttlefishes and other squids). It catches them with its tentacles, which are full of sharp hooks. The label of “vampire” comes from the fact that it resides in the dark abysses as well as from the already discussed conformation of its tentacles, which reminds us of Dracula’s mantel. Now that we are so close to it, we also notice the two small fins located near its eyes: it is thanks to them that the vampire squid swims, although it can also use its tentacles to rapidly push itself with potent open-close movements. Its coloration is usually reddish, as we can observe in this one, but it’s not rare to find grey and even black specimens. Speaking of size, the vampire squid is relatively small: it usually does not go over 30 cm in length, and hatchlings are as short as 8 mm.

No, don’t try to touch it! Damn, I knew it. Okay, it is harmless, but when it feels threatened, it does react. Its defensive system consists in displaying the so-called “pineapple” or “pumpkin posture”, that it, turning its “mantel” inside out and showing us its inner side, full of spines called “cirri”. But it’s not all: suddenly, a flash of light blinds us for a moment and we can only see our squid flee away with a strong push of its tentacles: don’t look for it, it’s unlikely that we will see it ever again. But what was that flash? Simple: the vampire squid is basically covered by cells called “photophores”, most of which are located right in the inner side of the mantel. These cells are capable of releasing a strong light that momentarily confuses predators, thus allowing the squid to flee; our friend is even able to regulate the intensity of the light to release as it wishes.
Now, with our squid already gone, we shall go back to the surface and then to the mainland, more specifically in Asia. If today we have explored the abyss, in the next episode we will have to climb up the highest and most impervious mountains in the world. But if we are lucky enough, we will find an animal that will make us immediately forget all the pain and fatigue. If you still trust me, I’m going to wait for you next week with another episode of Fantastic Beasts, the space for fantastic animals.
See you there!
SENEX

Questi siamo noi…

Andrea, Barbara, Bianca, Chiara, Elia, Federica, Giovanni, Martina, Michela, Michele, Nevio, Paolo, Sandy, Sara, Veronica… e ancora con noi anche se da lontano: Senex, Sofia, Filippo, Silvia, Aldo, Maria Elisa, Federica, Alessia, Lorenzo, Tommaso, Jacopo, Beatrice, Chiara…

L’augurio della redazione di INSIDEOUT!!!

merry-christmas

Tasto destro del mouse qui per scaricare il file – clicca qui per abbonarti gratuitamente su iTunes –  clicca qui per abbonarti gratuitamente tramite altri podreader

 

 

 

InsideOut 03×02

testata 3x02

 

Buongiorno a tutti ragazzi,

finalmente ecco a voi anche la seconda imperdibile puntata di InsideOut, nonché il nostro ultimo appuntamento per il 2015. Partiamo subito in quarta con un supermanifesto dedicato agli Italiani all’estero, egregiamente aperto dal nostro neo-podcaster Paolo per Acta Diurna. Passiamo poi a un’altra delle nostre nuove eccezionali leve, Elia, che ci offre una speciale recensione del film “Welcome” per Get Your Ticket, concludiamo infine con Do Not Disturb I’m Reading, dove Michele affronterà il romanzo “Nel mare ci sono i coccodrilli” di Fabio Geda.

Non mi resta che augurarvi buon ascolto e… vi avverto: riceverete i nostri auguri prestissimo!

Andreapiana

 

Tasto destro del mouse qui per scaricare il file – clicca qui per abbonarti gratuitamente su iTunes –  clicca qui per abbonarti gratuitamente tramite altri podreader

 

acta-diurna-blog Fieri di essere Italiani: vi presentiamo connazionali che all’estero hanno fatto la differenza. Da Frank Sinatra a Rita Levi Montalcini, da Arturo Toscanini a Enrico Fermi e… altri personaggi che forse non conoscete, ma che vi interesseranno parecchio. Fidatevi!

 

Brano musicale scelto da Jamendo da Michele: “18 (I want you close to me)” by JARA.

 

Get-Your-Ticket-blog “WELCOME” un film del 2009 diretto da Philippe Lioret parla di partire per realizzare il proprio sogno. Ascolterete la recensione di Elia e sicuramente avrete voglia di guardarvelo. Scomettiamo?😉

 

 

 

Brano musicale scelto da Jamendo da Michele: “Possibilities” by JASMINE JORDAN.

 

dont-disturb-im-reading-blog” NEL MARE CI SONO I COCCODRILLI –  Storia vera di Enaiatollah Akbari” di Fabio Geda è il romanzo di cui vi parlerà Michele. Un libro che vale la pena di essere letto, capirete il perché ascoltando la recensione all’interno della puntata!

(clicca qui per l’audiolibro)

 

A prestissimo!

La Redazione di InsideOut

(01) FANTASTIC BEASTS/IL MONDO REALE by SENEX

fantastic beasts_and where to find them

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e sono qui per accompagnarvi in un nuovo viaggio alla scoperta di alcune delle più spettacolari e sconosciute meraviglie che la natura offre. Già, perché, dopo essere tornato dal nostro tour di dieci settimane nel mondo dei dinosauri con Jurassic Week, un annuncio su Facebook ha catturato la mia attenzione: indicava l’uscita del trailer di Fantastic Beasts and where to find them, spin-off della celeberrima saga di Harry Potter incentrato sugli stupefacenti animali mitologici comparsi nel corso della storia. Leggendo di questo nuovo film, non ho potuto fare a meno di chiedermi: ma abbiamo davvero bisogno di inventare un mondo magico e fittizio per incontrare animali fantastici? Inutile dirlo: assolutamente no. Per dimostrarvelo, ho scelto alcune tra le specie più bizzarre, rare e incredibili presenti sul nostro pianeta, e ogni settimana il nostro itinerario ci porterà ad incontrarne una nuova. Benvenuti, dunque, a Fantastic Beasts, la rubrica degli animali fantastici. Che il viaggio abbia inizio!

UNA REGINA ESILIATA IN CERCA DI AIUTO

Per la nostra prima tappa ho deciso di prendere spunto da un articolo che ho letto oggi stesso, in cui si parlava di un pescatore cinese che, entrato con la sua piccola barca in una caverna semi-sommersa dalle acque di un fiume, ha improvvisamente visto una strana sagoma scura nuotare vicino a lui. Saltiamo dunque su un aereo, e andiamo a scoprire di cosa si tratta. Eccoci qui, nel luogo dove è avvenuto il fatto: entriamo nella caverna, ed ecco che, in effetti, qualcosa si muove nell’acqua. Questo animale somiglia molto ad una lucertola, ha un corpo cilindrico, una lunga coda, oltre ad una grande testa piatta e tondeggiante e quattro zampe che lo aiutano a muoversi agevolmente nel fiume. Un coccodrillo? No, niente affatto. Un varano? Nemmeno. Che ci crediate o no, l’animale che abbiamo davanti è il più grande anfibio del mondo, antichissimo abitante e un tempo padrone di queste acque: signore e signori, vi presento la salamandra gigante della Cina.

Chinese-giant-salamander-on-leaves
Sì, avete capito bene: questo mostro delle cave cinesi altro non è che una salamandra, stretta parente di quelle lunghe appena una quindicina di centimetri che possiamo trovare sulle nostre montagne. Eppure, la salamandra gigante della Cina (Andrias davidianus) può raggiungere una lunghezza di quasi due metri, anche se solitamente si aggira sul metro e mezzo, battendo così la leggermente più piccola omonima giapponese per il primato di anfibio più grande al mondo. Come potete vedere, questa salamandra vive prevalentemente in acqua, prediligendo ambienti riparati e ricchi del pesce di cui si nutre. Il suo colore marrone e le sue inusuali dimensioni potrebbero indurci a considerarlo minaccioso, ma in realtà questo animale è di carattere mansueto, e preferisce fuggire in caso di pericolo. A contribuire ulteriormente al fascino della nostra amica è la sua illustre ascendenza: la salamandra gigante della Cina è tra gli ultimi rappresentanti di quella stirpe di anfibi giganteschi che dominarono il mondo nel lontanissimo Carbonifero, periodo geologico durato pressappoco da 350 a 300 milioni di anni fa. A quei tempi, il mondo era ricoperto da fitte foreste paludose dove gli anfibi regnavano sovrani, prima di cedere il passo ai rettili alle soglie del Mesozoico. Questi veri e propri mostri, noti agli studiosi sotto forma di resti fossili e molto somiglianti alla nostra salamandra, potevano crescere fino a sei metri e oltre, come moderni coccodrilli, ed erano in grado di predare qualunque animale condividesse il loro habitat. L’animale che stiamo osservando, dunque, discende da una stirpe di dominatori: una ragione in più per mostrargli rispetto.

chinese-giant-salamander
Tuttavia, a dispetto di tutto questo, la salamandra gigante della Cina è oggi a critico rischio d’estinzione, malgrado fosse un tempo largamente diffusa in gran parte del Paese: la sua carne è considerata una prelibatezza dalla popolazione locale, e la caccia indiscriminata, unita alla sistematica distruzione del suo habitat (inquinamento delle acque, canalizzazione dei fiumi, ecc), ha portato la popolazione di salamandre cinesi a ridursi dell’80% dagli anni ’50 ad oggi. Anche la conservazione in cattività presenta notevoli difficoltà: questo animale necessita di condizioni altamente specifiche per sopravvivere, e pochi centri possono permettersi di mantenere più esemplari. Al momento, sono cinque le salamandre allevate in zoo americani e quattro in strutture europee. Incontrarne una allo stato brado, come quella che ora abbiamo davanti, è da considerarsi un privilegio, e per permettere ad altri di farlo dopo di noi dobbiamo impegnarci per proteggere questa antichissima e meravigliosa specie.
Ora lasciamo la nostra salamandra nella sua purtroppo precaria tranquillità, e procediamo verso la seconda tappa del nostro viaggio. Stavolta dovremo scendere nel più profondo degli abissi oceanici, ma vi garantisco che, per incontrare il nostro prossimo protagonista, ne vale sicuramente la pena.
Da Senex, alla prossima!
SENEX

 

FANTASTIC BEASTS- REAL WORLD  by Senex

Ladies and gentlemen, good morning. My name is Senex, and I am here to take you with me in a new journey to discover some of the most spectacular and unknown marvels that nature has to offer. Yes, because after coming back from our ten-week tour in the world of the dinosaurs with Jurassic Week, my attention was diverted on an announcement on Facebook: it was about the trailer of Fantastic Beasts and Where to Find Them, spin-off of the notorious Harry Potter saga focusing on the amazing mythological animals that appear throughout the story. After reading of this new movie, I couldn’t help asking myself: do we really need to invent a fake magic world to meet fantastic animals? Needless to say, absolutely not. To prove it, I chose some of the rarest, most bizarre and incredible species living on our planet, and every week our new itinerary will allow us to meet a new one. Therefore, welcome to Fantastic Beasts, the space of fantastic animals. Let the journey start.

AN EXILED QUEEN LOOKING FOR HELP

For our first stop, I have decided to take inspiration from an article I read right today about a Chinese fisherman who, after entering a half-flooded cave with his small boat, suddenly saw a strange dark figure swimming next to him. So, let’s take a plane and figure out what that thing was. Here we are, in the place where the event happened. We enter the cave, and we indeed notice something moving in the water. This animal looks much like some sort of a lizard, it has a cylindrical shaped body and a long tail, with a big, flat and round head and four legs helping it move elegantly in the river. A crocodile? Not at all. A monitor lizard? Neither. Believe it or not, the animal we see in front of us is the largest amphibian in the world, incredibly ancient inhabitant, and once undisputed lord, of Chinese rivers and swamps. Ladies and gentlemen, allow me to introduce to you the Chinese giant salamander.
Yes, you got it right: this monster of the Chinese caves is nothing but a salamander, closely related to those 15-cm long ones we can find here in Europe. However, the Chinese giant salamander can reach a length of almost two meters, thus defeating the slightly smaller Japanese homonym for the position of largest amphibian in the world. As you can see, this salamander spends most of its time in the water, choosing hidden and watery places where it can find the fish it preys on. Its dark brown color and unusual size may lead us to consider it frightening, but this animal is actually gentle and it rather flees when threatened. The illustrious ancestry of our new friend adds even more to its charm: the Chinese giant salamander is one of the last representatives of the lineage of huge amphibians that dominated the world during the Carboniferous, a geological period roughly corresponding to the period between 350 and 300 million years ago. At that time, the world was covered by intricate swampy jungles where amphibians reigned supreme, before having to surrender to reptiles in the Mesozoic era. These monsters, known to researchers thanks to fossil remains and very similar to out salamander, could grow up to more than six meters, like modern crocodiles, and were able to prey on any animals they happened to share their habitat with. Thus, the animal we are now observing is the descendant of a lineage of dominators: yet another reason to show respect.

5.18 16:35

However, the Chinese giant salamander is nowadays critically endangered, in spite of it once being diffused and common all over the country. Its flesh is considered a delicacy by local people, and ruthless hunting, alongside the methodical destruction of its habitat (water pollution, river canalization, etc) brought the population of Chinese salamanders to an astonishing 80% decrease since the 1950s. Conservation in captivity is also problematic: this species requires highly specific conditions to survive, and few centers can afford to keep many specimens. At the moment, there are five salamanders kept in American zoos and four in European structures. Meeting a giant salamander like the one we are looking at now is a privilege, and we have to protect these ancient and marvelous animals in order to allow other people to benefit from it as well.
Now let’s leave our salamander in its unfortunately threatened peace, and go on to the next stop of our journey. This time we will have to go deep down the abysses, but I assure that our next protagonist will make everything worth it.
See you next week!
SENEX

STAR WARS: L’UNIVERSO ESPANSO!

star-wars-episode-7

 

Ciao lettori di InsideOut, sono Nevio!

Da appassionato di Star Wars anche io sono in febbricitante attesa del nuovo film della saga che apparirà a breve su grande schermo, e per ingannare il tempo mi sono immerso nel suo cosiddetto “Universo Espanso” .

La domanda Che cos’è l’universo espanso? è più che legittima, io stesso ho scoperto a cosa si riferisse questo termine soltanto poco tempo fa.
In poche parole si tratta di tutti quei romanzi, serie tv ma soprattutto fumetti che narrano gli eventi che ebbero luogo nell’universo di Guerre Stellari prima delle vicenda a cui assistiamo nel film “Star Wars: La minaccia fantasma”, e credetemi se vi dico che sono tantisissimi.
Se i film di Lucas si svolgono in 36 anni circa, i fumetti coprono un arco temporale di decine di millenni e ci permettono di venire a conoscenza di avvenimenti come la fondazione dell’ordine Jedi e della Repubblica Galattica, o di scoprire cosa succede due secoli dopo la vittoria dei ribelli nel film “Il ritorno dello Jedi”, oltre a introdurre centinaia di nuovi personaggi, ovviamente.

Le prime opere, come i romanzi “The Han Solo adventures” (1979) o “La gemma di Kaibur” (1978) , sono contemporanee o di poco successive alla distribuzione del primo film e sono state un vero e proprio azzardo visto che nessuno si aspettava un così grande successo. Fortunatamente gli incassi al botteghino di “Una nuova speranza” e la trasformazione del film in un fenomeno di culto hanno permesso una pubblicazione ininterrotta dal 1977 ad oggi di fumetti targati Marvels-Lucas Art.
Molti dei racconti originali dei fumetti vennero usati come ambientazione per i videogiochi, i più famosi sono “Star Wars knight of the Old Republic”, il più recente MMORPG “Star Wars the Old Republic” e il celeberrimo videogioco che ha accompagnato la mia infanzia (videogioco semi-serio): “Lego Star Wars”.

lego star wars

Parlare della storia dell’Universo Espanso come potrete immaginare è un’impresa titanica, direi impossibile, servirebbe una vita intera e tanta dedizione per leggere e vedere tutto ciò che riguarda questa materia in continua espansione, ma il bello sta proprio nel fatto che non è necessario conoscere tutti i dettagli per godersi appieno le avventure dei cavalieri Jedi e degli Imperiali.
Anzi molto del fascino del primo film, quello del 1977, sta proprio in quell’aura di mistero che pervade il concetto di Sith e di Jedi, le uniche cose che sapevamo riguardo a queste due figure, su cui si baserà l’intera trilogia principale, erano che padroneggiavano l’arte della spada e che appartenevano ad un antica religione ormai scomparsa che incentrava la sua filosofia su un concetto al limite tra l’astratto e il concreto: la Forza; e l’Imperatore era e rimane tutt’ora uno degli antagonisti più riusciti nonostante di lui non si sa nulla della sua vita e neppure si conosce il suo nome.

Anche in questo suo lasciare le cose nel vago si nota la genialità di Lucas: così facendo ha permesso a decine se non a centinaia di scrittori, sviluppatori, e disegnatori di sbizzarrirsi con la fantasia e contribuire all’evoluzione di questa storia che ormai ha raggiunto una dimensione corale, e che permette ormai da decenni ai più appassionati di continuare a seguire le vicende dei loro eroi preferiti.

locandina star wars

Se, invece, appartenete a quel gruppo di fans che vogliono una risposta ai molti interrogativi alla quale la saga cinematografica (almeno per ora) non ha dato risposta vi lascio un paio di titoli di fumetti (si tratta per lo più di serie autoconclusive di 7/8 capitoli) che potrebbero fare al caso vostro:

Cronache Jedi: La guerra dei Sith
Star Wars: Darth Maul – Son of Dathomir
Dawn of the Jedi: Force Storm

 

 

Per il momento è tutto, ci vediamo il 16 dicembre in sala!

(10) JURASSIC WEEK by SENEX

Cratere di Chicxulub (penisola dello Yucatàn) - Messico.
Cratere di Chicxulub (penisola dello Yucatàn) – Messico.

L’APOCALISSE DEGLI IMMORTALI

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla decima e ultima puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti. Ebbene sì, il nostro viaggio è arrivato all’ultima tappa: per concluderlo, dobbiamo tornare là dove lo avevamo iniziato, nelle pianure nordamericane del Cretaceo superiore, 65 milioni di anni fa. A prima vista, tutto sembra normale: vediamo molti dinosauri, tra triceratopi, anchilosauri e adrosauri di vario tipo, e se siamo fortunati potrebbe anche arrivare un T-Rex. Se guardate in alto, però, al cielo, vi accorgerete di un puntino luminoso che sta viaggiando a grande velocità verso la Terra: no, non è una stella cadente. E’ un asteroide. E quando si scontrerà con il nostro pianeta, tutti gli animali che ora abbiamo davanti a noi moriranno.

Ma come possiamo ragionevolmente ritenere che sia stato proprio l’impatto di un asteroide, anzi di molteplici corpi celesti, a provocare l’estinzione di massa del Cretaceo? La risposta arriva dal sottosuolo: ogni periodo geologico presenta infatti uno strato nella crosta terrestre, diverso per composizione chimica da quelli delle altre ere. Nel caso del Cretaceo, il suo strato è separato da quello del Paleocene, primo periodo dell’Era Terziaria, da una linea di demarcazione detta “limite K-T” (dove K sta per Cretaceo e T per Terziario): ora, il limite K-T presenta un’altissima concentrazione di iridio, pari anche a 130 volte oltre la norma. L’iridio è un metallo rarissimo nella crosta terrestre: le sue caratteristiche siderofile, che lo spingono cioè a legarsi al ferro, lo portano a concentrarsi negli strati inferiori del mantello e del nucleo, molto più ricchi della crosta di questo elemento. Nel 1980 il fisico Luis Alvarez formulò una teoria per spiegare una così alta quantità di iridio nel limite K-T: questo metallo è tanto raro nella crosta terrestre quanto comunissimo negli asteroidi, di cui è elemento costitutivo determinante, e di conseguenza l’iridio trovato nel limite K-T si sarebbe depositato in tale sede dopo l’impatto di un gigantesco planetoide con la Terra.

Formazione rocciosa che presenta in evidenza il limite K-T, corrispondente alla fascia di colore grigio-nerastro.
Formazione rocciosa che presenta in evidenza il limite K-T, corrispondente alla fascia di colore grigio-nerastro.

L’ipotesi di Alvarez ha subito riscosso grande credito nella comunità scientifica, anche per importantissimi riscontri di crateri di enormi dimensioni in ogni parte del globo: il più famoso di tutti è senza dubbio il cratere di Chicxulub, nella penisola dello Yucatàn, con un diametro di 120 km,

Chicxulub
Chicxulub

mentre più piccoli sono quelli individuati in Ucraina e nel Mare del Nord, il cui diametro si aggira intorno ai 20-25 km. Il più colossale di tutti è invece il cratere di Shiva, nell’Oceano Indiano, con i suoi impressionanti 500 km di diametro. A generare voragini del genere possono essere stati solo asteroidi di notevoli dimensioni: per quanto riguarda Chicxulub, si ritiene che il corpo celeste responsabile del cratere raggiungesse un diametro di 12 km e avesse provocato un’esplosione milioni e milioni di volte più devastante

Shiva Crater
Shiva Crater

di quella generata dalla più potente bomba atomica mai fatta detonare dall’uomo. In più, l’età del cratere stesso è stimata proprio in 65,95 milioni di anni, rendendolo compatibile con l’estinzione del Cretaceo.

Quali effetti può causare una collisione di tali proporzioni sulla fauna e la flora di un pianeta? Sicuramente una simile catastrofe potrebbe portare all’estinzione di numerose specie viventi: il fortissimo impatto provocherebbe scosse telluriche di intensità inaudita, generando terremoti terrificanti e tsunami alti fino a 2-3 km che spazzerebbero via qualunque cosa si trovasse sulla loro strada. Ma gli effetti dello scontro si propagherebbero anche a lunghissimo raggio: l’impatto libererebbe enormi quantità di gas rinchiusi nel sottosuolo, facendo sì che una gigantesca nube sulfurea intossicasse l’aria e oscurasse addirittura il Sole: nel caso dell’estinzione del Cretaceo, si stima che la nube gassosa abbia impiegato circa dieci anni prima di dissolversi. La contaminazione dell’aria renderebbe difficoltosa la respirazione per gli animali, e impossibile per quelli di dimensioni maggiori come i grandi dinosauri. Anche molte specie di piante, private della luce solare, dovrebbero soccombere.

L’estinzione di massa del Cretaceo vide la scomparsa del 75% delle specie viventi e la collisione di diversi asteroidi sulla Terra può essere sicuramente una delle cause principali di questa ecatombe. Ma è davvero l’unica? Probabilmente no.

Un asteroide simile a quelli che potrebbero aver provocato l’estinzione di massa del Cretaceo.
Un asteroide simile a quelli che potrebbero aver provocato l’estinzione di massa del Cretaceo.

Negli ultimi anni alcuni ricercatori hanno ipotizzato che questi impatti ebbero luogo circa 300.000 anni prima dell’estinzione completa dei dinosauri, che quindi ricevettero il colpo di grazia da un’altra catastrofe naturale, nella fattispecie un’impressionante catena di eruzioni vulcaniche in quello che oggi è l’altopiano del Deccan, in India. Anche in questo caso sarebbero state le esalazioni di gas tossici liberate dai vulcani a sterminare dinosauri, pterosauri e rettili marini, lasciando il Terziario in mano ai mammiferi. Potrebbero anche essersi verificati repentini cambiamenti climatici in varie zone del pianeta, con raffreddamenti e surriscaldamenti che avrebbero condotto le specie locali, inadatte ad affrontare sconvolgimenti simili, all’estinzione.

In definitiva, il motivo reale della scomparsa dei dinosauri è ancora oggi sconosciuto, e noi possiamo soltanto parlare in termini di teorie, per quanto attendibili e accreditate. Fatto sta che i dinosauri non sono più tra noi. E, se devo essere sincero, forse dovremmo solo prenderne atto piuttosto che parlare di riportarli in vita tramite clonazione e quant’altro. Perché loro non hanno avuto bisogno di tornare in vita per affascinare gli uomini dall’Ottocento ad oggi. I dinosauri ci raccontano una storia molto più antica della nostra, la storia del mondo, e ci ricordano, nei momenti in cui crediamo di essere sempre stati il centro dell’universo, che la storia non è fatta di soli uomini: lo scheletro quasi completo del tirannosauro Sue ha un valore storico per nulla inferiore a quello di un affresco di Pompei, di un dipinto di Leonardo, di un trattato di Platone.

E’ questo il messaggio con cui Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti, vi saluta.

Con la certezza che basta molto poco per riuscire a sentire i dinosauri ancora in mezzo a noi.

Da Senex, alla prossima!

ASPETTANDO IL RISVEGLIO DELLA FORZA!

star-wars-episode-7

Ciao, sono Elia!

Entrato quest’anno a far parte di InsideOut per dare il mio contributo in veste di appassionato d’arte cinematografica, non potevo esimermi dall’affrontare la questione che sta facendo trattenere il respiro a milioni di fans sparsi in tutto il Pianeta Terra: l’uscita nelle sale di Star Wars- Episodio VII – Il Risveglio della Forza previsto per il 16 dicembre 2015.

Vorrei, però, andare a ritroso e parlare di come tutto questo sia iniziato, valutare l’ambiente in cui ha preso forma per capire la portata del fenomeno (questo è il sito della saga di Star Wars), che va ben al di là di quel che si può immaginare.

Star Wars Episodio IV – Una nuova speranza, uscito il 25 maggio 1977, oltre che essere il primo capitolo della saga, è il film che ha segnato un grande cambiamento nella storia del cinema e non solo per il genere fantascientifico.
Prima di allora, infatti, il genere fantascientifico, che annoverava tra i suoi titoli film del calibro di L’uomo che fuggi dal futuro diretto da George Lucas, con Robert Duvall (1971), o 2022: i sopravvissuti/Soylent green di Richard Fleischer (1973), Terrore dallo spazio profondo/ Invasion of the Body Snatchers di Philip Kaufman (1978), era segnato da una visione pessimistica del futuro, metteva in scena un mondo devastato dalle epidemie, o minacciato dai robot intenzionati ad avere il predominio sull’uomo , o un mondo post-apocalittico, o sottomesso a ipotetici regimi dittatoriali, o amari viaggi spaziali che, il più delle volte, lasciavano poche speranze alla razza umana. Questa visione piuttosto demoralizzante non stava riscuotendo un grande plauso da parte del pubblico, era ancora un genere per pochi, diciamo non adatto a tutti, per lo più frequentato dai fanatici dello spazio, magari ossessionati da Roswell, o da qualche cinofilo che all’alcool preferiva il grande schermo (una scelta che consiglio vivamente).
Sebbene Star Trek avesse già conquistato il suo posto d’onore nel palinsesto televisivo ipnotizzando una grossa fetta di pubblico, e 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968) avesse già conquistato la critica, ecco che George Lucas attua la fusione perfetta (fortuna o visione?) che permise a Guerre Stellari di diventare la saga di genere fantascientifico più famosa del Pianeta Terra (e degli Universi paralleli).
Guerre Stellari rappresenta una nuova speranza (sebbene il titolo esteso sia stato attribuito nel 1999, non è stato per caso) per la salvezza della razza umana, capace di reagire in modo compatto ed efficace all’Impero del Lato Oscuro della Forza che cerca di sottometterla, sconfiggendolo.

Ma non è soltanto la visione positiva a toccare il cuore degli spettatori: Star Wars è un racconto alla portata di tutti (dai bambini con astronavi, navicelle, spade laser, agli adulti con… astronavi, navicelle e spade laser!). George Lucas ha trovato la formula per conquistare qualsiasi tipo di pubblico (fatta eccezione per la critica che, non ha mai speso parole entusiaste per il film) e a far sì che incassasse fino a 200 milioni di dollari in un anno; ha cambiato il cinema, ha cambiato il destino del genere fantascientifico e ha cambiato la vita di moltissime persone (e, ahimé, forse alcune le ha distrutte – ndr. vedi Comic-On – ma di questo parleremo presto).

Pertanto, riuscirà l’Episodio VII a risvegliare questa forza? Lo scopriremo nelle prossime puntate, per il momento Elia Paghera vi saluta e vi dà appuntamento qui tra qualche giorno.

Nell’attesa non mi resta altro da dire se non: che il Podcast sia con voi!

INSIDEOUT 03×01

testata 3x01

Signore e signori,

InsideOut dopo essersi riposato a dovere è pronto per ripartire in grande stile, forte di una redazione fresca di stampa e ricca di facce pulite che non vedono l’ora di condividere, dibattere e raccontare tutto il condividibile, dibattibile e raccontabile.

Dopo aver fatto il pieno di gelato in estate e dopo aver ripreso un po’ a malincuore le insegne scolastiche, ci accingiamo a condurre il nostro progetto verso l’infinito ed oltre, insieme ai nostri editors Barbara Favaro e Giovanni Boscaini, in collaborazione con la titanica ed inossidabile professoressa Chiara Robazzi.

Partiamo subito con il botto, la prima puntata si  intitola: “Partire o restare ?”. Tratteremo un dirompente tema d’attualità, l’emigrazione, affrontato dai podcasters bagattiani in maniera lucida e obiettiva senza scadere in ovvietà o borborigmi in politichese.

Le danze si aprono con un nuovo MANIFESTO, la nostra voce autentica, per passare il gioco ad Acta Diurna, in cui Paolo, Bianca, Michele, Michela e Martina affrontano l’argomento immigrazione da un punto di vista prettamente personale. Chiudiamo poi con Green Room dove la new entry Federica ci parla della sua esperienza di studentessa all’estero, lanciando l’amo nel campo scolastico, e non solo scolastico, vissuto in un contesto differente da quello del Bel paese; tema tanto caro soprattutto ai nostri liceali più anziani che devono scegliere la strada da intraprendere una volta concluso il loro quinto anno.
Detto ciò non mi resta che augurarvi buon ascolto!

Ciao da Andreapiana

 

Tasto destro del mouse qui per scaricare il file – clicca qui per abbonarti gratuitamente su iTunes –  clicca qui per abbonarti gratuitamente tramite altri podreader

 

In questa puntata trovate:

1_  MANIFESTO “PARTIRE O RESTARE?”

Brano musicale da Jamendo scelto per voi da Veronica: “IT COULD BE YOU”  by  STEEP

acta-diurna-blog

 

Paolo, Bianca, Michela, Martina ci parlano di immigrazione ed emigrazione: le due facce di una stessa medaglia.

 

Brano musicale da Jamendo scelto per voi da Veronica “ELEVATE”   by TOMMY MULA

 

Greenroom

Federica ci racconta la sua esperienza come exchange-student negli Stati Uniti.

 

 

Brano musicale da Jamendo scelto per voi da Elia“IF ONLY” by ELISABETH DEVON

 

"I clandestini che eravamo" di Marcella Brancaforte
“I clandestini che eravamo” di Marcella Brancaforte

 

 

 

SI DIA INIZIO ALLA TERZA STAGIONE DI INSIDEOUT-il podcast del Liceo Bagatta!

ready steady go

 

Tasto destro del mouse qui per scaricare il file – clicca qui per abbonarti gratuitamente su iTunes –  clicca qui per abbonarti gratuitamente tramite altri podreader.

(9) JURASSIC WEEK by SENEX

Saltriosaurus
Saltriosaurus

ITALIANS DO IT BETTER

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla nona puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti.

Oggi ce ne torniamo tutti a casa: no, non è ancora la fine del nostro viaggio, semplicemente andremo a scoprire chi abitava l’Italia nel Mesozoico, quando la nostra penisola aveva una forma e un clima ben diversi da quelli odierni.

Partiamo dal Giurassico inferiore, circa 200 milioni di anni fa: a quel tempo l’Italia era una lingua di terra circondata dal gigantesco oceano Tetide, e le sue foreste erano dominate da uno dei più antichi grandi carnivori conosciuti. Eccolo che arriva: somiglia vagamente all’allosauro che abbiamo incontrato nella sesta puntata, anche se è un po’ più piccolo e sicuramente più primitivo. Questo animale venne scoperto nel 1996 in un giacimento di fossili vicino a Saltrio, nel Varesotto, e venne perciò battezzato “saltriosauro” (Saltriosaurus).

Saltriosaurus
Saltriosaurus

Questo allosauride è il più antico tetanuro (Tetanurae: gruppo di carnivori evoluti con coda rigida, che comprendeva i vari allosauridi, tirannosauridi, dromeosauridi, ecc) comparso sul pianeta, e con i suoi 8 metri di lunghezza per 1,5 tonnellate di peso era sicuramente il predatore dominante della regione. Il suo cranio, lungo intorno ai 70 cm, era forte di una bocca che nascondeva denti aguzzi di considerevole lunghezza, e i suoi arti anteriori terminavano con tre dita robustamente artigliate. Dal punto di vista paleontologico, la scoperta del saltriosauro ha grande rilevanza: è grazie a lui se sappiamo che i tetanuri comparvero già nel primo Giurassico (20 milioni di anni prima di quanto si credesse), che fino a non molto tempo fa si riteneva trovasse nei ceratosauri (Ceratosauria), predatori più primitivi, la sua unica rappresentanza di grandi carnivori. Inoltre, il fatto che un teropode di tali dimensioni abitasse il nostro Paese porta a pensare che all’epoca esso non fosse, come si è a lungo creduto, quasi interamente sommerso dal mare, ma che al contrario presentasse vaste porzioni di territorio continentale.

Spostandoci ancora più indietro nel tempo, arriviamo nel Triassico superiore: siamo nella Lombardia di 220 milioni di anni fa, nella zona in cui moltissimo tempo dopo sorgerà Bergamo. Guardando in alto, vediamo dei piccoli pterosauri lanciarsi a tutta velocità nell’acqua dell’oceano per catturare i pesci che costituiscono la loro dieta: sono eudimorfodonti (Eudimorphodon ranzii), animali che abbiamo già citato nella settima puntata.

Eudimorphodon ranzii_2
Eudimorphodon ranzii

Questi pterosauri erano lunghi circa 70 cm con un’apertura alare di 80, e durante il volo sfruttavano la lunga coda per bilanciarsi meglio in aria. Il becco dell’eudimorfodonte presentava ben 114 denti, acuminati e a cuspide per trattenere meglio i pesci. Questo rettile volante è stato il primo pterosauro risalente al Triassico ad essere riportato alla luce (la sua scoperta è datata 1973), altro primato di cui l’Italia mesozoica può a buon diritto andare fiera.

Eudimorphodon ranzii
Eudimorphodon ranzii

Lasciando gli pterosauri alla loro caccia, facciamo un balzo in avanti di 140 milioni di anni: siamo nel Cretaceo superiore, 80 milioni di anni fa, nei pressi di quella che oggi sarebbe Trieste. Ecco che arriva un giovane dinosauro erbivoro di dimensioni considerevoli: è un esemplare di tetisadro (Tethyshadros insularis), una specie strettamente imparentata con gli adrosauri (Adrosauridae), i famosi dinosauri “dal becco d’anatra”, dei quali era tuttavia leggermente meno evoluto. Questo animale venne rinvenuto durante una serie di scavi effettuati tra il 1992 e il 1996, e per i paleontologi si è trattato di una scoperta incredibile: il suo scheletro era quasi completo, tanto che l’esemplare venne addirittura battezzato “Antonio”.

Antonio (Tethyshadros insularis)
Antonio (Tethyshadros insularis)

Gli studi effettuati sulle sue ossa portano a presumere che avesse circa 6 anni, ma poteva già vantare un peso di circa 700 kg e una lunghezza di 4 metri. Anche grazie allo scheletro di Antonio si ritiene che gli adrosauri italiani fossero più piccoli dei loro cugini americani, arrivando a circa 5 di lunghezza al massimo, e loro impronte sono state rinvenute anche in Puglia, presso Altamura, confermando così che questi animali erano diffusi in tutto il territorio nazionale.

Tethyshadros insularis
Tethyshadros insularis

Salutiamo anche Antonio e spostiamoci nella Campania del Cretaceo inferiore (113 milioni di anni fa) per incontrare quello che è indubbiamente il più celebre dinosauro italiano. Non dobbiamo aspettare molto prima di vedere un piccolissimo teropode farsi strada nell’erba inseguendo un insetto, che alla sua tenera età rappresenta un pasto di prim’ordine: amici, vi presento Ciro lo scipionyx. Che carino che è, vero?

Scipionyx samniticus_1
Ciro (Scipionyx samniticus)

Ha degli occhioni enormi, e a vederlo sembra quasi un gattino che rincorre una farfalla, ma neanche lui, come Antonio, riuscirà a raggiungere l’età adulta: morirà presto e il suo scheletro verrà riportato alla luce solo nel 1980. A scoprirlo, stavolta, non è un’équipe di paleontologi ma un appassionato dilettante, Giovanni Todesco, che, esplorando la cava di Pietraroja presso Benevento, si imbattè in questo corpicino fossilizzato che scambiò inizialmente per una qualche lucertola.

Scipionyx samniticus
Scipionyx samniticus

Lo portò a casa sua, dove il reperto rimase fino al 1993: in quell’anno uscì nei cinema Jurassic Park, e Todesco, dopo averlo visto, si chiese se quel fossile che aveva trovato tredici anni prima potesse in realtà essere un dinosauro.
L’ipotesi divenne certezza quando Ciro venne esaminato da un paleontologo, che comprese subito l’enorme portata della scoperta e contattò le autorità per inserire il piccolo teropode nel novero dei beni statali. A quel punto il nostro amico ricevette il suo nome scientifico, Scipionyx samniticus, e quello che lo ha reso così famoso: Ciro. Ancora incerta è la famiglia a cui questo piccolo celurosauro apparteneva: la sua fisionomia è molto simile sia a quella di un dromeosauride che di un troodontide, con un corpo leggero e arti anteriori piuttosto lunghi e tridattili, nonché un presunto artiglio a falcetto sulle zampe posteriori. Un esemplare adulto di scipionyx doveva raggiungere dimensioni simili a quelle di un velociraptor: circa 2 metri di lunghezza e 1,30 di altezza, con un peso non superiore ai 15-20 kg.

A questo punto, lasciamo il piccolo Ciro ai suoi ultimi momenti di vita e riprendiamo il nostro cammino, non senza consigliare ai nostri lettori di visitare alcuni dei siti paleontologici più importanti d’Italia: si va dalla località dei Lavini di Marco, presso Rovereto, che rappresenta il più grande bacino di orme di dinosauro d’Europa per quanto riguarda il Giurassico inferiore, a quella di Altamura, in Puglia, sede anch’essa di numerose impronte mesozoiche. Se invece volete ritrovare i dinosauri che abbiamo incontrato oggi, non vi resta che recarvi al Museo Civico dei Fossili di Besano (VA), che ospita i resti del saltriosauro oltre a quelli di un ittiosauro anch’esso scoperto nella zona, il besanosauro (Besanosaurus Ieptorhynchus) al Paleolab di Pietraroja, che ospita un calco dello scheletro di Ciro, o al sito di Villaggio del Pescatore (Trieste), dove venne rinvenuto ed è tuttora custodito Antonio.

Amici di InsideOut, anche l’avventura di Jurassic Week sta per terminare: spero vi siate goduti fino in fondo la compagnia dei nostri dinosauri, perché nel prossimo episodio assisteremo alla loro estinzione.

Se vorrete seguirmi un’ultima volta, vi do appuntamento come sempre tra una settimana per una nuova puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti.

Da Senex, alla prossima!

IL PIANTO D’OVALIA di ANDREA PIANALTO

jonah-lomu

Ogni sport ha la sua stella, il suo campione, quell’atleta che sembra fuori dal tempo, ad un livello tanto superiore rispetto agli altri che pare non s’impegni neppure mentre compie azioni che rimarranno indelebili negli annali sportivi.

Il calcio ha il suo Maradona, il basket il suo Jordan, il nuoto il suo Phelps e il rugby? Beh, il rugby ha Lomu.
La sintesi perfetta delle caratteristiche migliori di un giocatore di rugby sono riassunte, e allo stesso tempo esaltate, in un gigante neozelandese di 120 kg per 1,96m di altezza che già al college infrangeva record in ogni categoria e specialità dell’atletica leggera: dal giavellotto ai 100 metri, dal salto in alto al salto triplo, dal lancio del disco ai 400 metri a ostacoli. Letteralmente un camion da cava, agile e scattante come una Ferrari.

Emblematiche sono le cavalcate di 80m di questo muro di mattoni maori che prosegue solo ed incontrastato verso la meta abbattendo uno dopo l’altro 2, 3, 4, 5 avversari. Sembra di parlare di un supereroe, ma è la realtà. O meglio, lo era. Il 18 novembre 2015 il più grande giocatore di rugby della storia si è dovuto arrendere ad un avversario che non è riuscito ad abbattere; lo stesso avversario che l’ha costretto ad abbandonare la carriera al suo apice precludendogli la possibilità di scolpire sempre più, meta dopo meta, la sua fama nella mente di ogni appassionato di rugby. Dopo una vita passata a correre e placcare su un campo di rugby, una rara forma di nefrite l’ha definitivamente condotto alla morte all’età di soli quarant’anni.
Tutta ovalia piange la scomparsa del suo paladino più grande e gli rende omaggio in ogni paese della Terra, perchè nessuno è mai stato come Lomu, e nessuno potrà esserlo di nuovo.

(7) JURASSIC WEEK by SENEX

quetz04
QUETZALCOATLUS

NELL’ALTO DEI CIELI

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla settima puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti. Dopo aver lasciato il temibile allosauro nel suo dominio giurassico, adesso ci spostiamo in avanti fino al pieno Cretaceo, in una prateria verdeggiante che ci offre occasione di rilassarci un po’. Ma, sinceramente, vi consiglio di non esporvi troppo.

quetz_1
QUETZALCOATLUS

Ecco infatti che arriva una strana creatura, con un collo lungo quanto quello di una giraffa. Un sauropode? Assolutamente no. Non vedete che ha un becco di due metri? E, in più, mentre cammina si aiuta facendo leva su quelle che sono indubbiamente due ali: due enormi ali. Mettetevi al riparo: sta per spiegarle. Appena le distende completamente, ci rendiamo davvero conto di quanto siano mostruose le dimensioni di questo volatile: ha un’apertura alare di 12 metri, paragonabile a quella di un aereo di linea. Certo, per alzarsi in volo gli ci vuole un po’: viste le sue dimensioni e il suo peso di quasi una tonnellata, la forza necessaria è davvero notevole. Ma ora è partito, finalmente: i colpi d’aria generati dal battito delle sue ali ci sferzano, ed eccolo lì, nel cielo, dove regna incontrastato. Signori, salutiamo insieme il più grande animale volante mai esistito sul nostro pianeta, che non per niente prende il nome addirittura da un’antica divinità precolombiana: il quetzalcoatlo.

quetz_2

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora, vediamo di testare un attimo le vostre conoscenze paleontologiche: come si chiamano, in generale, i rettili volanti del Mesozoico di cui è rappresentante il nostro gigantesco amico? Se avete detto “pterosauri”, voto 10. Se avete detto “pterodattili”, voto 4. Se avete detto “dinosauri volanti”, voto 0.
Già, perché l’ordine degli pterosauri (Pterosauria) non appartiene affatto a quello dei dinosauri. Se vi ricordate, già nella prima puntata l’avevamo ribadito: questi rettili non presentano le caratteristiche anatomiche necessarie perché un animale possa essere definito “dinosauro”, non essendo le loro ossa in linea con tali criteri. Per quanto riguarda invece la grossolana denominazione di “pterodattili”, dobbiamo tenere presente che il genere Pterodactylus è solo uno dei tanti compresi nell’ordine, e indica pterosauri piccoli, con apertura alare di massimo 1,5 metri, vissuti esclusivamente nel medio-tardo Giurassico.

Rappresentazione di pterodattilo (gen. Pterodactylus)
Rappresentazione di pterodattilo (gen. Pterodactylus)

Gli pterosauri comparvero sulla Terra già nel Triassico superiore, intorno ai 230 milioni di anni fa: si trattava di specie di dimensioni contenute, appartenenti al sottordine Rhamphorynchoidea. Questo gruppo, che annoverava pterosauri dalle caratteristiche piuttosto primitive, sopravvisse fino al Giurassico superiore, estinguendosi con l’inizio del Cretaceo. Il rappresentante più famoso nonché eponimo del gruppo è il ranforinco (Rhamphorynchus muensteri), piccolo pterosauro dall’apertura alare di 75 cm: questo animale presentava, come molti suoi parenti stretti, un becco dentato, che gli facilitava la cattura delle sue prede principali, i pesci marini. Nei Rhamphorynchoidea troviamo anche il dimorfodonte (Dimorphodon macronix\weintrambi) e l’eudimorfodonte (Eudimorphodon ranzii), quest’ultimo scoperto proprio in Italia, nel bergamasco.

Scheletro di pterodattilo (gen. Pterodactylus)
Scheletro di pterodattilo (gen. Pterodactylus)

L’altro grande sottordine di Pterosauria è quello degli pterodattiloidi (Pterodactyloidea), comparsi nel Giurassico medio ed estintisi alla fine del Cretaceo. Rispetto ai cugini e antenati ranforincoidi, questi animali presentavano code più corte, becchi perlopiù sdentati e, specie in alcune famiglie, creste più o meno pronunciate sul capo. Anche le ali erano diventate più lunghe per via dell’allungamento dei metacarpi oltre che, ovviamente, dell’aumento delle dimensioni. Oltre al genere Pterodactylus, gli pterodattiloidi includono altri pterosauri molto celebri: primo tra tutti lo pteranodonte (Pteranodon longiceps\sternbergi), con la sua lunga cresta cranica utilizzata vuoi come mezzo espositivo simile alla ruota di un pavone, vuoi come vero e proprio timone durante il volo. Lo pteranodonte, con i suoi 8 metri di apertura alare, era sicuramente maestoso, ma non poteva competere con il nostro quetzalcoatlo (Quetzalcoatlus northropi): a reggere il confronto era invece l’arcigno ornitocheiro (genere Ornithocheirus), che si aggirava sui 10 metri, ed era inoltre tra i pochi pterodattiloidi ad aver mantenuto i denti.

Pteranodon_1

 

 

 

 

 

Certo, questi pterosauri erano davvero imponenti… Forse, persino troppo per poter volare. E’ questa l’ipotesi sostenuta dallo studioso giapponese Katsufumi Sato, i cui studi sulla biomeccanica degli uccelli indicano che un animale pesante più di 41 kg e con un’apertura alare superiore a 5 m non avrebbe avuto la possibilità di battere le ali abbastanza velocemente per alzarsi in volo. In questo caso, quindi, i vari quetzalcoatlo, pteranodonte e ornitocheiro sarebbero stati animali terrestri, del tutto incapaci di volare come noi pensiamo.

Scheletro di pteranodonte (Pteranodon longiceps) maschio. Le femmine presentavano creste craniche più corte e smussate.
Scheletro di pteranodonte (Pteranodon longiceps) maschio. Le femmine presentavano creste craniche più corte e smussate.

Tuttavia, le ricerche del professor Sato non convincono tutti: già è capitato di incontrare animali capaci di volare andando contro le leggi della fisica, basti pensare al celeberrimo caso delle api. In ogni caso, molti paleontologi concordano nel ritenere che animali come il quetzalcoatlo cacciassero a terra, spostandosi sulle zampe con l’aiuto delle ali ripiegate come appigli supplementari. Questi animali erano carnivori: le prede variavano a seconda delle loro dimensioni, con i ranforinchi che si accontentavano di piccoli pesci mentre i più grandi pterodattiloidi potevano arrivare a cacciare dinosauri di piccola e media taglia.

Ormai è giunto il momento di lasciare che il nostro quetzalcoatlo si libri maestosamente nell’aria, e proseguire il viaggio. Se oggi ci siamo spinti nell’alto dei cieli, la prossima volta preparatevi per l’esatto opposto: ci aspetta un lungo e rischioso percorso nelle profondità dei mari del Mesozoico.

Se volete partecipare all’immersione, io vi do come sempre appuntamento tra una settimana per un’altra puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti.

Da Senex, alla prossima!

NON CADIAMOCI ANCHE NOI – WE SHALL NOT BECOME LIKE THEM

@banksy
@banksy

Ieri sera ero qui al college [ndr. Olanda], insieme a due mie amiche. Stavamo parlando del più e del meno, tranquillamente. Finché , ad un certo punto, Marianne (questo il nome di una di loro) controlla il suo cellulare, e il suo volto si raggela. Oh shit, there are shootings going on in Paris. Sparatorie a Parigi. Pochi minuti dopo le arriverà anche la notizia delle tre esplosioni allo Stade de France, durante l’amichevole Francia-Germania. Lei è francese. Sua sorella vive a Parigi. Come anche i suoi cugini, e molti amici. Minuto dopo minuto seguiamo gli aggiornamenti: 18 morti. No, 30. No, 60. No, 100. Marianne messaggia freneticamente i suoi parenti e amici che in quel momento si trovano nella città, per fortuna stanno tutti bene. Poi, la paura più grande che avevamo tutti si avvera: gli attentatori gridavano “Allah è grande”.
Siamo tutti agitati, nervosi, pieni di pensieri. Marianne più di tutti, ovviamente, perché vede il suo Paese, quando non i suoi stessi conoscenti, sotto attacco. Ci diciamo tante cose, in quei momenti. Proviamo a immaginare cosa accadrà, che ne sarà degli ostaggi ancora in mano ai terroristi nel Bataclan, siamo pieni di incertezze. Ma dalla bocca di Marianne non esce una sola parola d’odio. Appena abbiamo saputo che gli attacchi avevano matrice fondamentalista islamica, la sua prima preoccupazione è stata il pensiero di quello che potrebbe succedere in Francia alle comunità musulmane dopo questa tragedia. Già dopo gli eventi di Charlie Hebdo, diceva, erano stati registrati episodi di assalti a mano armata contro famiglie musulmane da parte di estremisti di vario tipo. Ora, ci saranno dei morti. Ci saranno delle spedizioni punitive. Nei confronti di chi non c’entra nulla. Marianne prosegue, dice che ora l’estrema destra di Marine Le Pen coglierà la palla al balzo e potrebbe trionfare alle prossime elezioni, portando uno tsunami di bigottismo, isteria paranoide e odio alla guida del Paese. Io non posso fare a meno di pensare a quello che succederà in Italia, dove sempre più persone non hanno paura di farsi immortalare esibendo saluti romani e marciando in cortei inneggiando ai campi di concentramento senza che nessuno si sogni neanche lontanamente di fermarle. Dove tutti vedono nemici ovunque, nessuno vuole fidarsi di nessuno e ormai non si è più capaci di costruire un discorso compiuto senza un insulto. Ho paura, sì. Ho paura di vedere il mio Paese trasformarsi in un focolaio di odio animale.
L’altra ragazza che in quel momento era con noi si chiama Roxana. Viene da Teheran, è arrivata in Olanda cinque anni fa fuggendo illegalmente da un governo che la costringeva a sottomettersi ad ideologie che non condivideva, e lasciando in Iran tutti i suoi amici e la sua famiglia, con la consapevolezza che non li avrebbe rivisti per molto, moltissimo tempo. E, come se non bastasse, una volta giunta qui, ormai apolide, si è trovata di fronte ad un Paese che non la voleva. Mi ha raccontato la sua storia, mi ha detto di come le autorità abbiano provato in tutti i modi a rimandarla indietro, minacciando di chiuderla in carcere da clandestina se non fosse tornata in Iran. Lei però non ha mollato, e ora eccola qui, a 24 anni, che finalmente può studiare all’università dopo aver aspettato tutto questo tempo per ottenere i permessi. Non è musulmana, non crede in nessun Dio, ma anche lei si irrigidisce di colpo alla notizia delle stragi di Parigi. Si sente toccata. Rivede quello contro cui ha sempre voluto combattere, quello che ha ridotto il suo Paese a una dittatura totalitaria, quello a cui non ha accettato di sottomettersi: il fanatismo religioso e politico.
Seguendo passo dopo passo lo svolgimento degli eventi, ero sempre più attonito di fronte a quanto male l’uomo può fare a se stesso. Ero troppo piccolo per capire cosa stesse succedendo dopo l’11 settembre, ma ora temo che lo sperimenteremo di nuovo. Ma la mia paura più grande non è quel fantomatico spettro di un’Europa dove la cultura occidentale viene sommersa dall’Islam cattivo e feroce che ci dichiara guerra e vuole annientarci. No, chiamatemi pazzo ma per me tutto questo non esiste. La mia paura più grande è vedere che in Europa sta germogliando il seme di quello stesso odio che ha portato gli attentatori di Parigi, di Boston, di New York, di Londra, di Madrid, di Nairobi e della Nigeria a fare quello che hanno fatto: l’odio nato dal disprezzo e dalla paura per il contatto con il diverso.
Da questa mentalità sono nati Al Qaeda, Boko Haram, Hamas, Hezbollah e adesso ISIS, e questo è l’obiettivo che perseguono: uno scontro di civiltà, che ai loro occhi è legittima difesa nei confronti di una cultura maligna e corrotta che intossica il vero Islam. Gli attacchi, i video delle esecuzioni rilasciati in rete, le minacce, tutto questo mira a destabilizzare psicologicamente il loro nemico, cioè noi, portandoci a considerare l’intera civiltà araba e musulmana come un nemico. Questo è quello che vogliono. E, purtroppo, ci stanno riuscendo perché su questa stessa idea, che stavolta vede la civiltà occidentale minacciata e infettata da un’invasione islamica sotto forma di immigrazione da Africa e Medio Oriente più ancora che di attentati terroristici, si fondano i proclami xenofobi, razzisti e violenti della famiglia Le Pen, di Farage, di Wilders, e di tutti coloro che ignobilmente sfruttano e strumentalizzano eventi drammatici per ottenere consenso politico. Personalmente, ho seri dubbi sul fatto che loro, come del resto il “califfo” al-Baghdadi credano veramente fino in fondo in quello che dicono. Il califfo sfrutta la religione e lo spettro dello scontro di civiltà per instillare paranoia e odio nei musulmani, in modo da portarli a sostenerlo nella sua guerra delirante che ha in realtà fini politici, vale a dire l’affermazione di una realtà statale sotto il suo diretto controllo. Allo stesso modo, i leader di quei partiti estremisti che stanno raccogliendo sempre più consenso in Europa mirano a istigare violenza e rancore verso un capro espiatorio rappresentato dai rifugiati, mascherandosi da difensori della cultura europea e dei diritti dei cittadini europei quando in realtà non cercano altro che voti per insediarsi al governo. Casi di attacchi violenti ai danni di musulmani e rifugiati si sono già verificati in tutto il continente, e anche se sul piano del numero di vittime non sono minimamente paragonabili all’11 settembre o alle stragi di ieri, rappresentano comunque una violenza ingiustificata e ingiustificabile.
I fanatici estremisti, che restano un’assoluta minoranza nel panorama dell’Islam, vogliono farci credere che tutti i musulmani siano come loro, e vogliono infettare anche noi con quel disgustoso germe dell’odio che li contraddistingue. Intorno a me, vedo che sempre più spesso ci stanno riuscendo, ma finché ci saranno persone come Marianne, che nonostante il suo stesso Paese si ritrovi per la seconda volta in un anno vittima di un crimine contro l’umanità, esprime solidarietà verso i musulmani francesi che sa non essere assolutamente rappresentati da quei mostri; finché ci saranno persone come Roxana, che hanno il coraggio di non rinunciare alle proprie convinzioni morali in nome di un’ideologia distorta imposta dall’alto e fondata su un’interpretazione malata e paranoica della religione; finché ci saranno persone così, saprò che non è tutto perduto. Francesi o iraniani, cristiani o musulmani, siamo tutti esseri umani. Chi agisce e parla per istigare violenza contro altri uomini, non lo è.

SENEX

WE SHALL NOT BECOME LIKE THEM

[english version]

Yesterday evening I was here on campus [in Holland], with two friends of mine. We were just chilling after a busy day. Then, suddenly, Marianne (this is the name of one of them) checked her phone, and shivered. Oh shit, there are shootings going on in Paris. Few minutes later, she would be informed of the three explosions at the stadium during the match between France and Germany. She is French. Her sister lives in Paris. As well as her cousins, and many of her friends. Minute by minute, we follow the updates: 18 people killed. No, 30. No, 60. No, 100. Marianne frenetically texts her relatives and friends in the city, fortunately they are all fine. Then, our greatest fear comes true: the shooters were shouting “Allah akhbar”.
We are all astonished, nervous, thoughtful. Marianne most of all, obviously, because she is seeing her country, and maybe her very acquaintances, under attack. We were telling each other many things, in those moments. We tried to imagine what would happen, what would they do with the hostages at the concert in the Bataclan building. We are full of uncertainties. But not a single word of hatred comes out of Marianne’s mouth. In the very moment when we learned of the Islamic extremist basis of the attacks, her first concern was what could happen to Muslim communities in France after this tragedy. Already after the events regarding Charlie Hebdo in January, she said, many assaults targeting Muslim families took place at the hands of radical extremists. Now, people would die. There will be punitive expeditions. Against people who have nothing to do with this. Marianne goes on, she says that now the radical right party of Marine Le Pen is going to rely on the massacres to gain consensus and probably win the next elections, bringing a tsunami of bigotry, paranoid hysteria and hatred at the government. I can’t help thinking of what will happen in Italy, where more and more people are not afraid of being photographed while exhibiting the Roman salute and invoking concentration camp without anybody even considering to stop them. Where everyone sees enemies everywhere, nobody trusts anybody and people are no more capable of expressing a concept without insulting someone. Yes, I am afraid. I am afraid of seeing my country turn into a tank of beastly hatred.
The other girl talking with us in that moment is named Roxana. She comes from Tehran, and she arrived in the Netherlands five years ago, illegally fleeing from a government that forced her to submit to ideologies she did not believe in and leaving there her entire family as well as her friends. She knew that she would not see them again for a very, very long time. And, as if that was not enough, when she arrived here she found herself in a country that did not want her. She told me her story, she told me about how the local authorities tried everything to make her go back to Iran, even threatening her to be put in jail if she had not done so. But she did not surrender, and now here she is, aged 24, finally studying at university after waiting all this time to get the permissions. She is not Muslim, she does not believe in any God, but she too became pale when she heard about the carnage in Paris. She felt touched, involved. She was witnessing again what she had always fought against, what reduced her country to a totalitarian dictatorship, what she did not accept to submit to: religious fanaticism.
While following step by step the events going on, I was utterly astonished for how much harm man can cause to himself. I was too young to understand what was happening after 9/11, but now I am afraid we are going to experience that once again. But my greatest nightmare is not that hypothetic haunting ghost of a Europe where Western culture gets overwhelmed by an evil and ferocious Islam declaring war to our civilization and aiming at annihilating us. No, feel free to say I am a fool, but for me this does not exist at all. My greatest fear is seeing in Europeans the virus of that very hatred that brought terrorists to do what they did in New York, Madrid, London, Boston, Paris, Nairobi and Nigeria: the hatred born from despise and fear of the contact with what is different.
It is from this mentality that Al Qaeda, Boko Haram, Hezbollah and now ISIS are born, and this is the goal they pursue so strenuously: a war of cultures and civilizations, which they see as legitimate defense against an evil and corrupt way of life intoxicating pure Islam. The attacks, the videos of executions released on the Internet, the threats, all this aims at psychologically destabilizing their enemy, that is, us, by leading us to consider the entire Arab and Muslim civilization as an enemy. This is what they want. And, sadly, they are succeeding. Because this very same idea, this time picturing Western civilization infected by an Islamic invasion consisting in immigration from Africa and the Middle East rather than terroristic attacks, is the basis of the xenophobic, racist and violent declarations of the Le Pen family, Farage, Wilders, and everyone who disgustingly exploit and make use of dramatic events to gain political consensus. Personally, I am very doubtful whether they, as well as “caliph” al-Baghdadi, actually believe everything they say. The caliphs makes use of religion and the idea of the war between civilizations to inject paranoia and hatred among Muslims, thus leading them to support him in his disturbed war that, on the contrary, has mainly political aims: that is, the establishment of a statal reality under his direct control. Similarly, the leaders of those radical parties that are obtaining increasing support all over Europe aim at promoting violence and mistrust towards African and Arabic refugees, claiming to be defenders of the European culture and citizens while they are only seeking votes to reach the government. Cases of violent attacks on Muslims and refugees have already been documented in the whole continent, and, even if they are not comparable to the carnages of 9/11 as well as of yesterday, they nevertheless represent unacceptable and unreasonable violence.
The extremist fanatics, who still remain a restricted minority among Muslims, want us to believe that all Muslims are like them, and they are trying to infect us with that disgusting hatred virus that characterizes them. All around me, I see that they are reaching their goal more and more often. But as long as there will be people like Marianne, who expresses solidarity to French Muslims regardless of the fact that her country has been victim of a crime against humanity for the second time in a year because she knows they are not represented by those monsters at all; people like Roxana, who are brave enough not to sacrifice their moral beliefs in the name of a distorted ideology imposed by a despotic authority and based upon an idiotic and paranoid interpretation of religion; as long as there will be people like them, I will know that not all is lost. French or Iranian Christian or Muslim, we are all humans. Whoever acts and talks to promote violence against other human beings, is not.

 

by SENEX

Dimensione GREEN by Martina

Kenwood House Hampstead London
Kenwood House Hampstead London

Durante le vacanze trascorse in Inghilterra mi sono confrontata con una realtà ben diversa dalla mia; girando e visitando il paese in lungo e in largo, mi sono accorta che dai più piccoli paesini della campagna inglese fino ad arrivare alla grande metropoli londinese c’è una cosa che non può mai mancare: i parchi.

L’Inghilterra è un tripudio di parchi e giardini!

Uno dei punti forti dei parchi inglesi è l’erba, sempre verde e ben curata, le dimensioni degli appezzamenti sono sempre molto grandi, e i laghetti e i fiori che li animano fanno rimanere a bocca aperta.

Westminster Park
Westminster Park

Partendo da questi presupposti voglio fare una piccola riflessione sul modo di vivere e di utilizzare il parco degli inglesi: il parco è un luogo per incontrarsi, passeggiare, giocare. Per molti è un luogo per riflettere, leggere o riposarsi. Altri ancora lo utilizzano per fare sport. Mi è capitato spesso di passeggiare in queste oasi verdi e la cosa che mi ha colpito di più è che questi  luoghi sono vivi!

Sull’ erba ci si può sdraiare, fare un pic-nic, correre e ruzzolare felice. Ci sono aree attrezzate per bambini, con giochi robusti e sempre ben tenuti, ci sono panchine e bagni pubblici, ci sono campi da calcio, da rugby, e sui grandi viali che li attraversano si fa jogging, si va con i roller o in bici o semplicemente si può passeggiare soli o in compagnia, magari di un amico a 4 zampe.

Nonostante la notevole quantità di gente che li frequenta quotidianamente e lo svariato utilizzo che ne fanno, sono sempre in ordine e ben curati, ma da noi spesso non è così: i parchi più belli sono pieni di cartelli con divieti tipo “NON CALPESTARE LE AIUOLE”, oppure “NO PIC-NIC” ecc. ecc. Sembrano dei musei, stile guardare-ma-non-toccare, e quelli che si possono usare sono spesso degradati (panchine rotte, scritte oscene anche sui giochi dei bambini, e spesso sono luoghi di ritrovo per gente poco raccomandabile).

Hyde Park London
Hyde Park London

Mi sono chiesta: da cosa dipende? E’ una questione culturale?
Se così fosse, penso sarebbe bello riuscire a cambiare la nostra mentalità e imparare ad avere più rispetto del bene comune e delle aree verdi del nostro paese.

Sarebbe importante sia per salvaguardare la natura, sia per creare luoghi sicuri dove incontrarsi e stabilire nuovi contatti e relazioni senza distinzione di età, sesso, religione e altro.
E voi cosa ne pensate?

 

squirrel

 

 

 

 

Ciao da Martina!

 

 

I FILM DA VEDERE ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA by TOMMASO

photo of an old movie projector
photo of an old movie projector

Ciao a tutti da Tommaso!

Una delle mie grandi passioni è il cinema, per questo ho pensato di condividere qui nel blog di InsideOut la lista dei miei film preferiti. Non è completa, ma è un inizio. Buona visione!

electric-cinema-London
1. LE IENE: uno dei primi film di Quentin Tarantino che mette in scena uno dei temi che più lo caratterizzano ovvero: la violenza. Non, però, quella gratuita che regge le vicende di “Pulp Fiction”, ma una forma di violenza più intensa e coinvolgente che spinge il pubblico a immedesimarsi meglio con i personaggi. Ciò che adoro di questo film è lo schema narrativo non lineare, in quanto le scene sono state montate in un ordine inusuale (non cronologico), così  facendo la parte iniziale diventa quella finale. Quindi il divertimento sarà proprio quello di immaginare cosa sia successo nella prima scena del film e aspettare con ansia l’ultimo flashback, che (finalmente) ci mostrerà la parte iniziale che era stata sospesa.

2. V PER VENDETTA: tratto dalla graphic novel di Alan Moore, uno dei più grandi autori oggi conosciuti, rappresenta una pietra miliare del cinema, capace di lanciare messaggi profondi di critica al potere, così come si presenta in molti paesi odierni, con un linguaggio trasversale. Per cogliere al meglio il significato di questo film annoto qui una citazione del grande V: «Le parole non perderanno mai il loro potere, perché esse sono il mezzo per giungere al significato e, per coloro che vorranno ascoltare, all’affermazione della verità.»

3. THE TRUMAN SHOW: diretto da Peter Weir, vi troviamo il grandissimo Jim Carrey nella sua interpretazione migliore, non però con un ruolo comico, per certi versi demenziale, come in “Ace Ventura” o “Una settimana da Dio”. Ciò che mi è sempre piaciuto di questo film é la geniale idea del regista di mostrare al mondo la vita di una persona, dalla nascita alla morte, filmandolo senza che lui se ne accorga, creando la serie televisiva più realistica possibile.

4. AMERICAN HISTORY X: film diretto da Tony Kaye, rappresenta una delle migliori pellicole cinematografiche dedicate al tema del razzismo delle bande di Naziskin. A mio parere è un film da vedere, perché dà molti spunti di riflessione che possono aiutare ad aprire la mente di chi lo guarda. E’ interessante seguire il percorso di crescita e di cambiamento del protagonista.

5. INCEPTION: scritto, diretto e prodotto dal grandissimo Christopher Nolan che vuole regalare al pubblico una storia rivoluzionaria sul mondo dei sogni, resa ancora più interessante e spettacolare grazie alla magnifica interpretazione di Leonardo Di Caprio e alla colonna sonora del Maestro Hans Zimmer. La cosa che rende unico questo film è che riesce a coinvolgerti nonostante la sua complessità e i numerosi intrecci che si sviluppano in differenti sequenze temporali.

6. LE ALI DELLA LIBERTA’: il film in assoluto più apprezzato dal pubblico secondo le varie classifiche internazionali. E’ qui che troviamo il grande Morgan Freeman in una delle interpretazioni che lo hanno reso così famoso e apprezzato. A mio parere questo film deve essere visto da tutti almeno una volta, è ben strutturato e riesce a tenerti attaccato allo schermo fino alla fine (ammetto che per un momento è riuscito quasi a commuovermi).

7. IL SAPORE DELLA VITTORIA: questo, tra i film ambientati in un contesto sportivo, è il mio preferito in assoluto! Racconta la storia dei famosi Titans, squadra di football americano che raggiunse il record di vittorie nei campionati liceali e fu una delle prime squadre ad avere sia giocatori bianchi che di colore. Ciò che più mi piace di questa storia è il fatto che riesce a dare  un’immagine chiara di cosa significhi il gioco di squadra e delle difficoltà che bisogna superare per meritarsi il titolo di Campione.

AMICI by FEDERICA

amicizia-640x320
(immagine dal web)

Cari ascoltatori di InsideOut-il podcast del Liceo Bagatta, in questi ultimi giorni di agosto (le vacanze sono quasi finite!)  vorrei condividere con voi un pensiero che da tempo mi perseguita.
Secondo voi: che cosa significa la parola amico?

Solitamente si risponde con una frase come questa: è una persona di cui ti puoi fidare, con cui condividi le esperienze più diverse, che ti rasserena quando sei triste e che ascolta i tuoi pensieri, le tue preoccupazioni, le tue idee, senza mollarti mai.

Siete d’accordo?
In realtà, io sento molto la mancanza di una persona che mi supporti sempre e di cui potermi fidare, qualcuno con cui  sto veramente bene, capace di insegnarmi a essere migliore in qualche modo. Tutti gli adolescenti hanno degli “amici”, ma voi siete certi di averne uno che corrisponda alla definizione del vero amico che ho scritto lì sopra?

Mi sono accorta ultimamente che noi ragazzi non abbiamo problemi a fare nuove conoscenze, ma riusciamo a tenerle strette a noi nel lungo periodo? No, spesso no.
Ormai chiamiamo amico anche una persona che conosciamo a malapena, ma che avendo fatto serata con noi ci è risultato simpatico (magari lo definiamo anche “un grande”). Ma come facciamo a pretendere di avere dei legami profondi se sono sparite le premesse per poter diventare amici, ovvero condividere gli stessi interessi e magari lo stesso hobby?

Le nostre preoccupazioni quotidiane  si limitano a cercare di superare la questione scuola come meglio possiamo, uscire e divertirsi più che si può. Ci siamo omologati a standard piatti e senza creatività e chi dice che non è vero, che non è così, bé… allora è cieco.

Non nego l’esistenza di eccezioni, ma si tratta di un ragazzo su cento. Il fatto che ci stiamo assomigliando tutti sempre di più lo si può notare, per esempio, quando sei fuori, magari al bar. Scambi quattro chiacchiere con i ragazzi del tavolo accanto e scopri che hanno le tue stesse idee, gli stessi gusti musicali ecc., sempre le stesse cose.
Ho notato anche che se cerchi di essere gentile spesso le persone se ne approfittano e spesso ti credono la persona che non sei, fraintendendo la tua disponibilità.

Io non sono sicura di poter dire: sì, di quella persona mi fido ciecamente. E voi?

Forse è solo un mio problema, e sarei molto curiosa di sapere che cosa ne pensate voi in merito. Avete qualcuno di cui siete certi non vi mancherà mai il supporto? Che vi accompagnerà per il resto della vostra vita? Che vi aiuta a migliorare e che cresce con voi?

Io so di avere un solo amico che non mi lascerà mai: mio fratello. Trovo che sia molto importante costruire un buon rapporto d’amicizia con una sorella/un fratello, confrontarsi, discutere, creare un legame di sincera complicità.

Un fratello/una sorella più grande, infatti, dovrebbe aiutarti a evitare di commettere gli stessi suoi errori, inoltre, può capire meglio quello che stai passando rispetto ai genitori, ormai lontani dai tempi della loro adolescenza.

Vorrei davvero sapere che cosa ne pensate, quindi vi prego di voler condividere la vostra esperienza qui sotto nei commenti… mi aiuterete a capire meglio e a sentirmi meno confusa.

Grazie a tutti, buon fine d’estate!

by Federica

LA MUSICA DA NON PERDERE! by MICHELE

music-1
L’estate sta volgendo al termine, ma quale modo migliore per celebrare questi ultimi giorni di relax se non con un po’ di buona e sana musica?

Ecco quelli che io ritengo essere degli album degni di ascolto, siete pronti? Play!

PURE HEROINE – Lorde

Album d’esordio per la cantante neozelandese (nota al pubblico per il singolo “Royals”), che ritengo essere uno degli album migliori del 2013. Lorde ha saputo farsi valere nell’olimpo della musica moderna con ritmi semplici, minimali, spesso limitati al sintetizzatore in sottofondo, ma arricchiti con suggestivi cori. Un album tutto da scoprire.

THE 20/20 EXPERIENCE – Justin Timberlake
Lui stesso ha ammesso di non riuscire a comporre più di tre album in dieci anni, non per incapacità o mancanza di mezzi, ma per la voglia di creare qualcosa di perfetto e indimenticabile. Fin dalla prima traccia “Pusher Love Girl” ci si sente catapultati in un fumoso locale dove a regnare è lo swing delle sue canzoni. E per chi non ne avesse abbastanza, ecco “The 20\20 Experience – The Complete Experience”, la versione deluxe dell’album.

RACINE CARRÈE – Stromae
Questa volta è l’artista belga a far valere le proprie capacità con un lavoro in studio nel quale si nasconde della musica dance difficilmente rintracciabile in Italia, il tutto fuso con le armoniosità della lingua francese.

ARTPOP – Lady Gaga
Su questo capolavoro potrei veramente spendere un fiume di parole, uscito l’11 novembre 2013, mi ha conquistato ogni giorno di più fino a considerarlo l’album che preferisco in assoluto. Una furia elettronica che include brani legati all’emancipazione femminile, alla violenza sulle donne e all’utilizzo di droghe, tutto questo tenendo ben saldo e in vista lo stendardo dell’innovazione a favore della sua stessa riscoperta artistica e non come semplice macchina per fabbricare soldi.

LORENZO 2015 cc – Jovanotti
Dopo tutta questa musica estera mi sembra giusto rendere omaggio anche a quella nostrana con le canzoni dell’autore italiano che io stimo maggiormente. Un album da consumare in qualsiasi periodo dell’anno, sotto l’ombrellone o davanti al caminetto. Ve ne consiglio l’ascolto soprattutto per le bellissime immagini che l’autore riesce a trasmettere con le sue parole: un ritratto di un’Italia in difficoltà, ma sempre pronta a rialzarsi, metafora della condizione umana in generale.

LOVE, LUST, FAITH + DREAMS – 30 Seconds To Mars
Difficile non includere questo album ricco di sonorità rock ed elettroniche, nella mia lista. Il disco si presenta come fosse un’opera teatrale, suddiviso in quattro parti: Love, Lust, Faith e Dreams. La potente voce del front-man Jered Leto accompagna gli assoli della band che ti fanno viaggiare  in un’altra dimensione, lontano dal mondo e da tutti.

• TRUE COLORS – Zedd
Ultimo lavoro del dj tedesco, ormai riconoscibile in tutto il mondo per il suo inimitabile stile. Ogni traccia mostra una diversa sfaccettatura della sua musica, lasciando spazio sia alla voce del solista (spesso artisti emergenti, ma anche cantanti di fama internazionale come Selenza Gomez) che alle sonorità elettroniche che delineano un profilo completo delle incredibili capacità dell’autore. Tracce da evidenziare: “Addicted to a Memory” , l’omonima “True Colors” e “Bumble Bee”.

Vi auguro un buon ascolto e un buon proseguimento d’estate. Se volete lasciare dei commenti riguardo agli album che hanno colorato le vostre giornate, io sono sempre entusiasta di scoprire nuovi sound e nuovi artisti, quindi non esitate!

By Michele

NELLA TERRA DELLA REGINA by Federica

The White Cliffs of Dover (England)
The White Cliffs of Dover (England)

Buon giorno ascoltatori di InsideOut-il podcast del liceo bagatta, come stanno procedendo le vostre vacanze?

Avete fatto qualche bel viaggio in giro per il mondo? America, Australia, Francia,  India?
Io devo dire che per adesso me la sono goduta molto. A fine giugno mi sono avventurata alla scoperta dell’Inghilterra, paese meraviglioso, con altri venti ragazzi. Per l’esattezza mi trovavo nel Kent, a Broadstairs una minuscola cittadina inglese a soli trenta minuti dalle magnifiche scogliere di Dover.

eu-gb-kent-eastsussex1
http://kentwa.gov/

La giornata era sempre piena di impegni: dalla scuola alle attività con ragazzi di nazionalità diverse (polacchi, ucraini, spagnoli, belghi, francesi) tutti ospitati da famiglie del luogo e la mia era davvero fantastica. Una tipica famiglia inglese. La loro casa è enorme: tre piani, un giardino e la possibilità di ospitare ben sette, e sottolineo sette, ragazze straniere… una piccola reggia. Marc, il padre, con quel suo cappellino sempre addosso e le sue bermuda tutte colorate ispira simpatia a prima vista. Michelle, sua moglie, è veramente una donna deliziosa, bionda con una vocina stridula che quando ti chiama per andare a cena ti disegna un lieve sorriso sulla bocca, e Harmony, una bambina molto carina di otto anni con il suo inseparabile cane peluche.
Dalla mia camera potevo vedere il mare e vi assicuro che non c’è risveglio migliore di un bel sole accecante e una brezza marina che ti apre i polmoni.

Una cosa che mi ha colpita è che gli inglesi ad andare in macchina sono veramente matti:
1° perché guidano nel verso opposto rispetto al nostro e impieghi un bel un po’ di tempo a farci l’abitudine
2° perché se non stai attento rischi di finire sotto una macchina dato che per loro i limiti di velocità non esistono, nemmeno in centro città.

Canterbury Cathedral
Canterbury Cathedral

Un giorno siamo andati a vedere la cittadina di Canterbury, veramente deliziosa… abbiamo anche visitato l’enorme cattedrale, ma se devo essere sincera preferisco le nostre, più colorate e più accoglienti.

Abbiamo anche potuto ammirare le bianchissime scogliere di Dover. Sono veramente bellissime, anche se il classico bad-weather inglese non ci ha permesso di godercele fino in fondo, infatti ha piovuto per quasi tutto il tempo. Nel bel mezzo di queste enormi candide scogliere si trova una piccola e rosea tea room dove non potevamo non prendere il tè. Quello che ho preso io era vaniglia e frutti di bosco, buonissimo!

London Town
London Town

Ovviamente, ci hanno portato per due giorni a vedere la fantastica metropoli: Londra. Io l’avevo già visitata l’hanno scorso e tornarci è sempre un piacere. Il primo giorno abbiamo percorso il Tamigi con il battello da Greenwich alla House of Parliament. Bel tratto, ma tutti fremevano per andare a fare shopping nella famosa Covent Garden. Lì, infatti, ci siamo sbizzarriti, chi è ritornato al punto di incontro con due borsine e chi addirittura con cinque o sei. Il secondo giorno, invece, siamo arrivati in centro, al Tower Bridge, direttamente con il pullman e abbiamo percorso le vie di Londra fino a Picadilly Circus, con l’enorme Shaftesbury Memorial Fountain, per ritornare nuovamente a Convent Garden.

Pccadilly
Shaftesbury Memorial Fountain (Piccadilly Circus)

Nel tragitto ci siamo imbattuti anche in China Town, molto rumorosa e impressionante. Fuori dai ristoranti vedi appesi dei grossi pezzi di carne come la pancia del maiale e le anatre… non troppo invitanti devo ammettere. Tuttavia mi sarei fermata volentieri a mangiare un bel sushi o un riso speziato con tanta salsa di soia, ne vado matta!

Il ritorno dalla patria della Regina e delle sterline è stato traumatico. La parte più drammatica è stata non sentire più parlare inglese, non so a voi ma a me piace molto. Io ritornerei in un battibaleno in Inghilterra, se avete avuto la possibilità di andarci e volete raccontarci la vostra esperienza scrivetela qui nei commenti, vi leggeremo con gioia.

A presto!

Federica

INSIDEOUT 02X17

freedom

Tasto destro del mouse qui per scaricare il file – clicca qui per abbonarti gratuitamente su iTunes –  clicca qui per abbonarti gratuitamente tramite altri podreader

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla diciassettesima puntata di InsideOut-il podcast del Liceo Bagatta, una puntata densa di temi di grande attualità.
Partiamo infatti con un’introduzione a cura di Andrea, Sandy e Sara, i miei colleghi rifletteranno sulla definizione e la funzione della satira nella cultura di uno Stato libero, anche alla luce del drammatico attentato del 12 gennaio scorso alla redazione del giornale parodistico Charlie Hebdo a Parigi. Si prosegue con Acta Diurna, condotta stavolta da Mary: la nostra futura studentessa di medicina si occuperà di illustrarci le ultime scoperte sulla facoltà di coscienza dei pazienti in stato comatoso ad opera dei professori Marcello Massimini e Giulio Tononi, autori del saggio “Nulla di più grande” dedicato a questo tema.
A questo punto, spazio ad argomenti un po’ più leggeri: Alis non Tarsis ci porterà in Grecia grazie a Michela, che racconterà la gita nel Paese ellenico a cui ha partecipato in marzo. Infine, ecco Silvia e Nevio con Made in Nihon a parlarci degli anime “Princess Mononoke”, realizzato dal mostro sacro Hayao Miyazaki, e “Paprika”, opera invece di Satoshi Kon.
Anche per oggi, il mio compito è finito: ora vi lascio all’ascolto della puntata, dandovi ovviamente appuntamento tra due settimane per l’ultimo episodio di questa strepitosa seconda stagione di InsideOut.

Da Senex, alla prossima!

 

In questa puntata troverete:

150107165403-je-suis-charlie-translations-super-169
In memoria (immagine presa dal web)

La Redazione di InsideOut vuole ricordare con una riflessione seria e sentita l’attacco terroristico del 7 gennaio 2015  nella sede del giornale satirico  Charlie Hebdo a Parigi, dove sono morte 12 persone e 11 persone sono state ferite. La libertà d’espressione fa ancora paura, nonostante tutto, nonostante tutti.

Brano musicale scelto da Michele in Jamendo.com “Diamong eyes” by Sangre Grande.

acta-diurna-blog Che cos’è il Coscienziometro? Mary ci parla di come sia possibile misurare la coscienza grazie agli esperimenti di Marcello Massimini, neurofisiologo all’Università di Milano, e Giulio Tononi, professore di psichiatria all’Università del Wisconsin dove dirige il “Center for sleep and consciousness” (il loro saggio lo trovate qui).

 

Brano musicale scelto da Michele in Jamendo.com: “She Knows” by JARA.

alis-non-tarsis-blogUn viaggio in una terra che ha donato un patrimonio culturale/politico/economico/storico inestimabile a tutto il mondo occidentale e che ora è in difficoltà: la Grecia. Michela ci racconta del suo viaggio in terra greca e ci svela quello che ha scoperto nella culla della civiltà.

 

Brano musicale scelto da Michele in Jamendo.com: “Company cars” by Heroes

made-in-nihonSilvia e Nevio ci trasportano nel mondo magico di Hayao Miyazaki e Satoshi Kon con due lungometraggi imperdibili: “Principessa Mononoke” e “Paprika – sognando un sogno”. Un’immersione profonda nell’animo umano attraverso l’Arte degli Anime e lo sguardo unico di due Artisti senza eguali.

 

Brano musicale scelto da Michele in Jamendo.com: “Love skirt” by Shironeko

ALIS NON TARSIS: “Alla scoperta della Norvegia (via mare)” di Michele Puccinelli

alis-non-tarsis-blogDopo aver trascorso giornate intense tra boschi, ghiacciai, strade strette tra precipizi, è arrivato il momento di lasciare la terraferma e prendere la via del mare. Non è stata una vera crociera, con una lussuosa ed enorme nave, bensì un viaggio composto da tanti scali, tante navi e diversi piccoli traghetti che mi hanno portato a esplorare la frastagliata costa centrale del versante oceanico norvegese con le città di Flom, Bergen, Stavanger (e altri piccoli scali marittimi).

Tutte cittadine tipicamente nordiche, semplici, che vivono prevalentemente di pesca. L’avventura inizia nel Sognefjord: mi trovo subito ad ammirare queste gigantesche montagne che cadono a picco sul mare e che formano innumerevoli insenature. Cascate alte centinaia di metri manifestano la potenza dell’acqua dei ghiacciai che si sciolgono col sole creando un clima abbastanza mite nella zona costiera.

Nello Stavangerfjord ho persino potuto vedere alcuni esemplari di foca prendere il sole sulle rocce calde. A causa del riflesso delle possenti catene montuose sull’acqua questa risulta molto scura, ma quando la nave prende il largo e costeggia i litorali si scopre quanto sia veramente pulita e pura. Vento tra i capelli e sulla pelle, gabbiani che ti rincorrono, pesci che saltano davanti al bulbo della nave… quanta libertà ho sperimentato in questa natura, in questo oceano!

Proprio qui è nata la mia grande passione per il mare, dal desiderio di semplicità e libertà, dove finalmente non c’è campo per il telefono, dove si può pensare in religiosa pace, ascoltando la musica delle onde. Solo tu, la tua nave e l’oceano, questo grande fratello blu, come diceva Tozzi, ora nemico ora amico dell’uomo che cerca incessantemente di vivere attraverso di esso, con il turismo, con la pesca e soprattutto col petrolio.

Infatti, Il mare norvegese ha nascosto per secoli, e nasconde ancora oggi, immensi giacimenti di idrocarburo che ha fatto diventare la Scandinavia uno dei paesi leader nella produzione e distribuzione di petrolio e gas naturale utilizzati per le nostre auto, per il riscaldamento di casa e in Norvegia persino per le navi di nuova generazione al posto delle miscele comuni, più inquinanti se usate senza filtri.

Grazie a queste risorse importantissime la Norvegia ha notevolmente accresciuto le sue ricchezze e ora è in grado di garantire numerose agevolazioni e aiuti ai propri cittadini.

Rimango stupito e allo stesso tempo molto affascinato dalla vita che numerose persone scelgono di trascorre sulle piattaforme petrolifere, lontane per settimane dalle famiglie, in inverno circondati dalle onde dell’oceano che arrivano anche a 10 metri di altezza. Grande rispetto e onore a tutti questi uomini che proprio con il loro duro e complicato lavoro procurano petrolio al mondo intero, o anche solo a quelle coste norvegesi, distanti poche miglia marine, che sembrano non risentire della scienza e dell’ingegneria che si trovano al largo, sulle navi e sulle piattaforme per il carotaggio, rimanendo impassibili, immerse in una solenne tranquillità governata totalmente dalle forze della natura, dalla flora e dalla fauna.

Salva

ALIS NON TARSIS: “Alla scoperta della Norvegia (via terra)” di Michele Puccinelli

alis-non-tarsis-blogFinalmente è arrivata l’estate! Abbiamo tutti voglia di spaparanzarci al sole in riva al mare, uscire per un aperitivo rinfrescante con gli amici… eppure l’anno scorso io ho voluto provare per una decina di giorni uno stile di vita estivo diverso. Con alcuni membri della mia famiglia sono partito per la Norvegia: prima tappa Oslo! Qui abbiamo incontrato la nostra guida e l’autista che ci avrebbero accompagnato per tutto il viaggio. Salta subito all’occhio parsimonioso quanto siano alto il costo della vita qui, ma questo vale per qualsiasi città del nord europa. All’aumentare della latitudine nord, crescono esponenzialmente anche i prezzi! Nonostante alcuni quartieri siano un po’ caotici sembra una tranquilla città di montagna: tetti spioventi per la neve, interi quartieri in legno, ma qualcosa mi fa capire che è molto di più. Rimango subito colpito dagli immensi parchi verdissimi e dalla cura che i cittadini dedicano al loro mantenimento e anche dalla piccola e modesta residenza della Famiglia Reale. Attorno al centro abitato ci sono le colline, e su una di esse si erge l’Holmenkollen Ski Jump, uno dei luoghi imperdibili dove ogni anno si disputano gare mozzafiato di salto con gli sci. Vedendolo dal basso posso solo immaginare l’ebbrezza di una discesa da 60 metri (più di 400 mslm) a folle velocità per essere catapultati in aria con l’impressione di atterrare direttamente sul tetto di qualche casa cinquecento metri più in basso e poi toccare terra in uno spiazzo sicuro. Con un po’ di adrenalina in circolo inizio il vero e proprio viaggio, lasciando la città per l’entroterra. Nonostante le ore piccole della sera precedente, qualcosa fa sì che i miei occhi non si chiudano. Tra le strette gallerie che creano un gioco di luce e buio, fuori dai finestrini, quella semplice ma purissima natura mi attira. Passiamo pascoli e immensi boschi di conifere, laghi, e con il nostro autobus ci arrampichiamo sempre di più su quelle montagne che dal basso non sembravano nemmeno così alte. Poi finalmente qualche filo di neve, qualche spanna, un metro, due! Lo splendido sole che ci ha accompagnato fino a quel momento se ne va e inizia a nevicare. A luglio, con 10 gradi. Ma non ci insegnano che l’acqua si trasforma in stato solido a 0 Celsius? La guida ci spiega che dipende da diversi fattori: l’umidità e dai componenti dell’aria, che in Italia sono completamente diversi.

Sempre più affascinato e colpito da questo mondo, scendo per una sosta proprio in cima al ghiacciaio. L’unica musica che mi andava di sentire era il rumore continuo dell’acqua delle cascate e l’urlo lanciato dalle aquile. Poi il viaggio prosegue, e lungo la discesa vedo un paese: UN PAESE CON DELLE PERSONE! Quasi non mi ricordavo il tempo di aver visto un centro abitato, in quattro ore di bus da Oslo (per circa duecento chilometri). In questo paese non vi è altro che una stavkirke, una chiesa interamente in legno, un negozio di souvenir per qualche turista che preferisce il Telemark norvegese alle spiagge del mediterraneo, e una scuola. La guida ci spiega che le scuole corrispondenti alle nostre medie ci sono in quasi ogni paese, ma che le superiori e le università ci sono solo nei centri più grandi, come Bergen, Stavanger o Tromso, e che quindi i ragazzi dei luoghi più sperduti e isolati devono abituarsi a vivere in casa con altri, condividere le spese e le abitudini, lontano dalla famiglia. Ci viene detto inoltre che vi sono ore a scuola dedicate proprio alla natura, in cui i ragazzi imparano tutto riguardo i boschi e a rispettare l’ambiente, consapevoli che quello è tutto ciò che hanno ed è qualcosa di unico che non esiste in nessun’altra parte del mondo. Mi è saltato subito in mente un ipotetico pensiero tipico del solito professorone, ovvero: “Ore di apprendimento buttate al vento soltanto per una passeggiata nei boschi…”. Questo è opinabile, credo che se si vuole sensibilizzare le nuove generazioni al rispetto e alla cura dell’ambiente bisogna partire dai bambini, e creare lo spazio per l’apprendimento di altri e diversi ambiti magari sottovalutati. Proseguiamo il viaggio, tra questa immensa natura si notano diverse casette e rimango allibito quando vengo a sapere che sono luoghi di vacanza per gli stessi norvegesi che vogliono sottrarsi, in estate, dalla vita frenetica cittadina. Ho avuto l’occasione di visitare anche Bergen e Stavanger, cittadine universitarie e molto allegre, ma definire frenetica la vita in quei luoghi mi sembra eccessivo. Questione di abitudini e punti di vista.

Mi piacerebbe, però, vedere la reazione di qualche norvegese bloccato ogni mattina sulla tangenziale di Milano, o correre tra una fermata della metro e una dell’autobus, e poi chiedere loro se la vita in Norvegia la vedono ancora così frenetica…

Al di là delle mie elucubrazioni, dopo questo stupefacente viaggio via terra finalmente si scorge, tra golfi, fiordi e insenature, una delle distese di acqua salata più grande del mondo: l’Oceano Atlantico.

Ed ecco una nave pronta ad accoglierci per un tour via mare! Se volete sapere cosa ho scoperto non vi resta che tornare qui domani per leggermi…

blog_norvegia- insideoutIMG_4003

Salva

Salva

Salva

Salva

ART SURFING – sala 5 – STREET ART by Michele Sassòli

Rise-and-shineCari lettori di InsideOut, tenete gli occhi chiusi ancora per un po’. No, non ce ne stiamo andando dal museo, la nostra visita non è ancora finita, abbiamo ancora qualcosa da vedere. Stiamo uscendo solo un attimo a prendere un po’ d’aria. Intanto che fate prendere un po’ di ossigeno alle vostre menti, vorrei mostrarvi questo piccolo angolino nascosto del nostro museo. Tranquilli, non è il posto dove vengono a fare la pipì i gatti o quello degli spacciatori notturni, è solo un altro luogo dove alcuni artisti hanno deciso di esprimere la vena creativa. Qui, su questo muro sporco, qualcuno ci ha visto una tela e non ha avuto paura di sfidare le istituzioni pubbliche, ha semplicemente lasciato che la sua creatività si esprimesse. Quindi questo brutto muro non è altro che un’altra sala del nostro meraviglioso museo, completamente dipinto con strati e strati di ispirazioni e concetti astratti che qualcuno è riuscito a 8trasformare in arte e ha voluto donarci, facendoci un regalo meraviglioso. Qui si concentra tutta la Street art che il genere umano in poco più di trent’anni è riuscito a produrre. Questa forma d’arte è probabilmente quella che è stata più discussa nel corso del tempo, e che ancora oggi non ha smesso di far parlare di sé. Molti la considerano semplicemente  una forma di vandalismo, un qualcosa che infetta la società, che rovina gli spazi pubblici e che dovrebbe essere cancellata in tutti i modi possibili. Effettivamente capisco che una persona abituata a vivere in un determinato spazio si possa sentire derubata della propria città se ad un certo punto iniziano a 9spuntare scritte e disegni incancellabili sui muri. Altri, però, la vedono come un mezzo per esprimere le proprie opinioni (molto spesso critiche alla società odierna) e poter essere riconosciuti da tutti come Artisti (anche se, forse, non col significato che siamo soliti dare a questo termine). Questione di punti di vista.

Il primo artista di cui si ha testimonianza, che ha osato imbrattare una superficie pubblica, è un certo Antonio Bosio, un archeologo del sedicesimo secolo. Quest’uomo nel 1593 stava lavorando nelle Catacombe di Domitilla, a Roma e, attratto dalle iscrizioni che gli antichi avevano lasciato sui muri, decise di scrivere anche lui il proprio nome sulla pietra, diventando così il primo graffitaro della storia.

MILANO 14 Lug 2009 - FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI SAVOIA CATTANEO FARAVELLI p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate - MILANO 2009-07-14 FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI - fotografo: Duilio Piaggesi / Fotogramma
MILANO 14 Lug 2009 – FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI SAVOIA CATTANEO FARAVELLI p.s. la foto e’ utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e’ stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate – MILANO 2009-07-14 FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI – fotografo: Duilio Piaggesi / Fotogramma

Ci vuole ancora molto tempo prima che quest’arte venga considerata tale a livello sociale, ma da trent’anni a questa parte la Street art ne è diventata

parte integrante. Vengono organizzate mostre e musei dedicate alle  opere di artisti come Bros (definito il Giotto moderno), che tappezza Milano con le sue opere in stile fumetto, oppure come l’inglese  Julian Beever, che spezza ogni legame con la realtà dipingendo con dei gessetti sul terreno incredibili prospettive e catapultando l’osservatore in un nuovo mondo.

Quest’artista utilizza una tecnica molto particolare per disegnare le proprie opere: l’anamorfosi. Con quest’insolito effetto ottico, Beever riesce a costruire un nuovo universo che solamente se guardato da un punto particolare riesce a stupire il pubblico. Date un’occhiata a una sua opera vista da un punto casuale (a sinistra) e poi da quello corretto: l’immagine cambia completamente, mostrandosi come soggetto tridimensionale che ti sembra di poter toccare realmente.

 

Tuttavia, giustamente, moltissimi artisti di strada rimangono fedeli alle proprie radici e continuano ad esporre le proprie opere sugli edifici della città. Così fa anche l’artista Banksy , del quale la mia collega Michela ha già parlato approfonditamente. Non vi rubo altro tempo riguardo a questo artista (che stimo moltissimo), ma vi consiglio di ascoltare qui  il pezzo registrato per il nostro podcast. Vi do solo qualche informazione a riguardo (anche se di lui in realtà non si sa assolutamente nulla): Bansky agisce nell’anonimato, come un supereroe, facendo comparire da un giorno all’altro le sue opere nelle più grandi città mondiali, stupendo così milioni di persone. Alcune delle sue opere come “Shop until you drop” o “Soldier pianting peace” nascondo messaggi sociali importanti contro la guerra, il consumismo e il fascismo.

Negli ultimi anni le persone si stanno aprendo sempre di più a questa nuova forma d’arte e una volta tanto l’italia si rivela essere una delle nazioni che si sta dando più da fare per far apprezzare al maggior numero possibile di persone la Street Art. Dal 2012 a Bologna si svolge il Frontier , ovvero un festival che permette la realizzazione di enormi murales su spazi donati dal comune. Sempre a Bologna si svolge il CHEAP Festival  dedicato alla Poster Art, ovvero l’arte della carta, quella che prevede la decorazione dei muri non con bombolette spray, ma con cartelloni e poster. Un grande artista che lavora in questo campo è Obey.

Portada (Obey)
Portada (Obey)

Un’altra iniziativa che ritengo degna di nota è stata sponsorizzata dal comune di Roma, il quale ha creato una Mappa della Street Art. Una vera e propria guida alle 330 opere di strada sparse per le 150 strade di Roma. Un grande passo avanti per un paese come il nostro che da sempre si è orgogliosamente distinto per essere il più all’avanguardia nel settore artistico.

Ecco, questa è la conclusione della nostra visita. Siamo già all’aria aperta, quindi non c’è bisogno di passare dall’uscita. In realtà, non c’è mai stata un’uscita e nemmeno un’entrata, visto che per tutto il tempo siamo rimasti con gli occhi chiusi, semplicemente immaginando di poter camminare per le sale di questo museo delle meraviglie. Non è possibile racchiudere tutta l’arte del mondo in un unico spazio, come ho provato a fare io con questi piccoli articoli, per un semplice motivo: l’Arte è ovunque. Come abbiamo visto con la Street Art, un muro sudicio e scalcinato può andare a sostituire la classica tela bianca, oppure come dimostra l’Arte Povera, un semplice straccio strappato si può trasformare nel manifesto di un’intera generazione di artisti. Il mondo ha bisogno di qualcuno che esprima la propria arte, per denunciare un evento, per diffondere un messaggio, o solamente per liberare quello che da anni sta tenendo nascosto nella propria testa. Ho imparato molte cose visitando con voi queste enormi sale decorate, ma la più importante di tutte è che ognuno ha il diritto di esprimere se stesso come la sua Arte gli chiede. Anche se non è convenzionale, o se va contro i canoni delle convinzioni sociali: ognuno deve essere libero di esprimere se stesso nella maniera a lui più spontanea.

Se volete, ora, potete riaprire gli occhi e rituffarvi nel vostro quotidiano, oppure potete tenerli chiusi ancora un po’, in caso sentiste nostalgia di questo posto. Io ho deciso di rimanere qua ancora per qualche minuto, non ho ancora finito il mio giro.

Spero di incontrarvi ancora tra queste sale, dove nulla è lasciato al caso, dove tutto nasconde un significato preciso e studiato.

Arrivederci da Michele!

SUL LETTINO DI FREUD (4) _ IL CONTROLLO: L’ASPIRAZIONE DEI FOLLI by Paolo Parente

Freud

Controllo, una parola dalle mille sfaccettature. Si può usare in frasi come “aspetta che controllo la lista della spesa” oppure “con questo programma posso controllare il mio pc da remoto”. Esiste, però, un altro utilizzo della parola controllo, un uso pericoloso, che a volte nasconde egoismo, odio e addirittura sfumature di pazzia.

Mi riferisco al controllo inteso come dominazione di cose, ma soprattutto di persone.

Re, imperatori, signori, dittatori… il mondo ha creato più sostantivi per descrivere figure guidate da un solo obbiettivo: controllare quanti più territori possibili, tutte le popolazioni esistenti, utilizzando spesso la forza a dimostrazione del proprio potere. Al giorno d’oggi, fortunatamente, nella maggior parte dei paesi vige la democrazia (a volte apparente, ma questo è un altro discorso), che permette di essere rappresentati e non controllati da una figura politica. Purtroppo, in alcuni paesi esiste ancora la dittatura o forme di pseudo-monarchia, che si servono del terrore per mantenere il proprio potere.

Si può avere un totale controllo su qualcuno o qualcosa? Soprattutto, è possibile controllare un’intera Nazione? Non proprio, direi, ed è la natura a dimostrarcelo: i nostri occhi hanno un limitato campo visivo, è risaputo, riuscendo a mostrarci solo ciò che è avanti a noi. E se vi dicessi che in realtà non siamo capaci nemmeno di vedere ciò che ci sta di fronte? Sembra assurdo, ma ognuno di noi ha due punti ciechi nel campo visivo, uno per ciascun occhio, posizionati nelle parti più esterne delle pupille, dovuti al passaggio del nervo ottico davanti alla retina. Il punto cieco di un occhio viene parzialmente sopperito grazie all’altra pupilla, permettendoci di vedere circa il 90% di ciò che rientra nel nostro campo visivo.

Il resto? Viene concepito dal cervello in modo verosimile, ovvero creando immagini plausibili da sostituire a quelle invisibili. Incredibile quanto il nostro cervello sia complesso, molti nemmeno si accorgono di questo difetto umano, individuabile grazie ad un facile test che lascerò alla fine dell’articolo.

Quindi, cari ragazzi che siete arrivati fino a qui, vi ho parlato di questo curioso fenomeno per aprirvi gli occhi (no, non voleva essere una battuta, per giunta anche brutta): se non riusciamo nemmeno a controllare ciò che guardiamo, a tal punto che dobbiamo ingannarci per avere la rassicurazione di vedere tutto ciò che è davanti a noi, come possiamo pretendere di controllare ogni cosa?

Non possiamo. Tutti i dittatori sono destinati a cadere e con loro l’ossessione al controllo sulle persone, perché questo è ciò che vuole la natura ed è impossibile ribellarsi ad essa senza rimanere indenni.

 

TEST:  Coprite l’occhio sinistro, ed osservate l’immagine qui sotto con l’occhio destro. Ponetevi ad una distanza di circa 30 cm dal monitor, e fissate con l’occhio destro la croce. È importante fissare la croce senza muovere gli occhi. Muovendo avanti e indietro la testa, dovreste notare che il pallino a destra scompare e riappare alternativamente. Questo perché, quando il pallino passa attraverso il punto cieco dell’occhio destro, il cervello usa l’area circostante (completamente bianca) per riempire il pezzo mancante; funziona anche coprendosi l’occhio destro e fissando il pallino. (da Wikipedia)

 

 

CONTROLLO

LOST IN THE SERIES (7)_ AMERICAN HORROR STORY by MICHELE Sassòli

American-Horror-Story-Renewed-Season-5

“American Horror Story” si riconferma la serie più trash dell’anno… e ne sono felice! Il nuovo capitolo “Hotel” ha stupito tutti gli spettatori, che stando seduti sul loro comodo divano di casa si sono ritrovati ospiti d’onore nell’Hotel Cortez di Las Vegas. Vampiri immortali assetati di sangue, amori non ricambiati, star del cinema rinchiuse per secoli in stanze buie e una contessa spietata e affamata di vendetta; tutto questo avviene all’interno delle, apparentemente innocenti, mura dell’albergo più lussuoso della Città degli Angeli.

Ma procediamo con ordine.

Jessica Lange
Costance Langdon (alias Jessica Lange)

Tutto inizia nel 2011 quando sulla rete americana FX debutta la prima stagione della serie: “Murder House”. In questi dodici episodi si seguono le vicende degli Harmon, una famiglia che per sfuggire ad una crisi matrimoniale si trasferisce in una gigantesca villa di Los Angeles comprata a bassissimo prezzo. E ben presto si capisce pure il motivo di una spesa così poco dispendiosa: la casa è infestata dagli spiriti dei precedenti acquirenti che in un modo o nell’altro erano destinati a morire all’interno di quelle mura. Fra i vari personaggi di questa serie compare pure la signora Costance Langdon (la vicina di casa degli Harmon), interpretata dalla strepitosa Jessica Lange, destinata ad indossare gli abiti da protagonista nelle successive stagioni.

5aa1185693643ee675875952a0f00041
Suor Jude (alias Jessica Lange)

Presentandosi come una serie antologica, in ogni nuovo capitolo di “American Horror Story” appaiono personaggi, ambientazioni e storie nuove, ma gli attori che le interpretano rimangono gli stessi. Così Jessica nella seconda stagione (“Asylum”), abbandona le vesti di madre premurosa per indossarne altre molto più importanti: interpreterà infatti una suora, Suor Jude, a capo dell’ospedale psichiatrico di Briarcliffe, nel Massachussetts. Questa è senza ombra di dubbio la mia stagione preferita, grazie alla moltitudine di temi rappresentati (la fede, l’insanità mentale, la manipolazione del demonio e l’esistenza degli alieni) e agli stupendi personaggi portati in scena: una suora indemoniata, una assassino psicopatico e un’inarrestabile reporter, Lana Winters, che finirà prigioniera di Briarcliffe solo per aver tentato di denunciare i soprusi ai quali Suor Jude sottoponeva i suoi pazienti.

Leggendo i commenti sul web, la terza stagione “Coven”, sembra quella più apprezzata dal pubblico, ma sinceramente non la trovo la migliore. Narra di un gruppo di giovani streghe, costrette a rifugiarsi dalle grinfie dei cacciatori di taglie e a lottare contro le malvage streghe voodoo. Tutto questo mentre la strega Suprema Fiona Goode (ancora una volta interpretata da Jessica Lange) non si preoccupa di proteggere le alunne, ma guidata da uno spirito egoista ed arrivista pensa solo a conquistare la vita eterna.

Trovo i personaggi di questa stagione troppo lontani dai concetti classici di magia e stregoneria: troppo moderni. Non si capisce bene che rapporto abbiano le studentesse della congrega con la magia: sono in grado di fare cose impensabili come resuscitare i morti, ma per aprire una semplice porta ricorrono ai tradizionali metodi delle spallate. È senza senso!

jessica_lange_AHS4L’ultimo ruolo affidato a Jessica Lange è quello di Elsa Mars, ovvero la proprietaria del circo degli orrori di “Freak Show”. Probabilmente più vicino ad un musical che ad una serie horror (soprattutto grazie agli omaggi musicali a David Bowie), ma comunque di grandissimo rispetto. Sotto i tendoni di questo incredibile circo si esibiscono coloro che gli spettatori amano definire mostri, ovvero persone con spaventose malformazioni genetiche. Grazie a questa stagione “American Horror Story” si è guadagnata il titolo di serie TV più vista sulla rete FX, e ha ottenuto quasi venti nomination agli Emmy.

lady-gaga-ahs-hotel-glove
la Contessa (alias Lady Gaga)

Finalmente eccoci giunti all’ultima stagione “Hotel”, che abbandona per un po’ la guida della Lange e si affida ad una nuova protagonista d’eccezione: Lady Gaga. La nota cantante ha saputo dimostrare in questo modo anche le sue doti da attrice, meritandosi anche il suo primo Golden Globe. La stagione parte un po’ in sordina, nascondendo allo spettatore per un paio di puntate la vera trama della storia. I vari intrecci dei personaggi si accavallano l’un l’altro, per poi rivelarsi parte di una più grande narrazione. Le mura dell’Hotel Cortez sono state costruite solo per celare il parco giochi del suo ideatore (e spietato assassino) James Patrick March e nascondono macabri segreti: corridoi senza uscita, stanze insonorizzate e tunnel fra le pareti per nascondere i cadaveri degli ospiti che cadono vittima del loro carnefice. Ma oltre a corpi morti e omicidi, l’hotel nasconde anche platoniche storie d’amore, ed è proprio la passione amorosa che spinge i personaggi a fare ciò che fanno. Tutti sono rincorsi da tutti, alla ricerca di un amore che nessuno sembra condividere, ma tutti cercano anche di distruggere lei, la Contessa (alias Lady Gaga), la vera proprietaria dell’albergo. Tutto è sotto il suo controllo, ogni minimo respiro esalato fra quelle mura, ma il potere non si può mantenere per sempre, e presto lo imparerà anche lei. Fra i vari personaggi troviamo Donovan (l’attraente ragazzo innamorato della Contessa, interpretato da Matt Bomer), la travestita Liz e il celeberrimo attore Rodolfo Valentino (interpretato da Finn Witrock). Il regista Ryan Murphy ha descritto questa nuova stagione come la più sanguinosa e la più spaventosa di tutte: bisogna avere uno stomaco di ferro per resistere a tutti gli spargimenti di sangue e alle terrificanti scene che colorano ogni puntata.

Che dire, non vi resta altro che accendere il televisore e calarvi in questa oscura storia di paura, angoscia e suspense. Tutto immerso nella più teatrale atmosfera trash, nella quale nulla è dato per certo e tutto può accadere, anche se completamente al di fuori dei limiti morali e sociali.

ANALISI PERSONAGGI

Vorrei addentrarmi un po’ più nello specifico della storia, cercando di scoprire qualcosa di più riguardo ai vari personaggi che animano le stagioni. Prima di iniziare vorrei però sottolineare che questa non è una serie come le altre, ma è una serie antologica, che si presenta quindi come una sorta di raccolta di più storie diverse fra loro. Infatti, le varie stagioni non solo presentano temi ed ambientazioni temporali e fisiche differenti, ma anche personaggi completamente diversi fra loro. L’unica cosa che non cambia sono gli attori principali, che possono interpretare anche più personaggi all’interno dei vari episodi (come avviene ad esempio per Finn Wittrock, che in “Hotel” interpreta sia il modello Tristan che la celeberrima star Rodolfo Valentino). È come se non fosse l’attore che interpreta il personaggio, ma il personaggio che prende vita grazie al talento dell’attore. Tuttavia, anche se queste storie sono separate l’una dall’altra e leggibili anche separatamente, sono in un qualche modo ricollegabili fra di loro: alcuni personaggi ritornano, oppure vengono fatti riferimenti a luoghi presenti in stagioni passate e così via.

American-Horror-Story-Hotelahs_502_0342d_hires2_jpg_1400x0_q85-e1450537994310Essendo terminata da poco lo quinta stagione mi sembra doveroso parlare per prima cosa della grande protagonista di “Hotel”: La Contessa. Grazie a questo personaggio Lady Gaga ha ufficialmente debuttato come attrice, e grazie alla sua meravigliosa interpretazione si è guadagnata il suo primo Golden Globe. Ecco, la Contessa è una di quei personaggi cuciti perfettamente sull’attore: non sai dove finisce la recitazione e dove inizia la realtà. Forse grazie al guanto a forma di zampa con il quale sgozza le sue vittime (che ricorda un po’ gli outfit che Lady Gaga porta in scena durante i suoi concerti), oppure all’estrema eleganza con la quale si immedesima nella parte, non so…. insomma questo personaggio le calza a pennello! Tuttavia per la prima metà degli episodi la Contessa non sembra prendere parte attiva nelle vicende principali: si percepisce l’importanza che la sua figura assume nella gerarchia dell’hotel, ma ha un carattere glaciale e un fare distaccato che utilizza per sedurre i suoi amanti e per dare ai suoi nemici l’idea di avere tutte le carte in tavola e conoscere perfettamente il gioco. Le sue certezze iniziano a vacillare quando riscopre un amore che credeva perduto da tempo, il suo primo ed unico vero amore: Rodolfo Valentino. Dopo questo avvenimento il guscio dentro al quale si nascondeva si rompe e mostra a tutti le debolezze nascoste, le sue vere emozioni e tutti i suoi piani finiscono col dissolversi nel nulla.

Il carattere dittatoriale, arrivista e spregiudicato della Contessa ricalca un po’ quello di altri personaggi già apparsi in “American Horror Story”: sto ahs_coven_ajfalflsfdparlando di Suor Jude, Fiona Goode ed Elsa Mars, tutti interpretati dalla bellissima Jessica Lange. Prima dell’arrivo nel cast di Lady Gaga era proprio lei ad indossare le vesti di protagonista nello show (e oserei dire in un modo veramente da pelle d’oca). Tutte e tre queste donne sono al vertice della società nella quale sono inserite, una a capo dell’ospedale psichiatrico di Briarcliffe, una come Suprema della Congrega di New Orleans e l’altra è la proprietaria del famosissimo circo degli orrori di “Freak Show”. Tutte e tre sono spietate nei confronti dei nemici, ma soprattutto degli amici: non permettono a nessuno di intromettersi nei loro piani e vogliono raggiungere obiettivi molto elevati, quasi utopici. E tutte e tre finiscono col fallire. Suor Jude è a mio parare il personaggio più interessante di tutta la saga: passa dal torturare i pazienti dell’ospedale al cadere lei stessa vittima dell’insanità mentale. La strega Fiona Goode invece, dopo aver cercato per tutta la vita un modo per ottenere la vita eterna, perirà a causa del male più comune ai mortali, e al quale purtroppo neanche la magia può porre rimedio: il cancro. Per quando riguarda la talentuosa Elsa Mars, invece, bisogna dire che è l’unica che effettivamente raggiunge gli obiettivi prefissati: riesce a diventare famosa in tutto il mondo grazie alle sue esibizioni in televisione, ma ben presto si accorge di aver pagato quella notorietà sacrificando tutte le persone a lei care, rimanendo così completamente sola.

Come ho detto prima, fra le diverse stagioni si possono ricercare vari collegamenti, alcuni espliciti altri meno, e altri ancora solo ipotizzabili. Il più visibile è lo stretto legame fra “Freak Show “ e “Asylum”: in entrambe le stagioni ci viene presentata la tenerissima Pepper, una microcefala che si esibisce nello show di Elsa Mars. Essendo “Freak Show” cronologicamente anteriore ad “Asylum”, si intuisce che dopo l’allontanamento di Pepper dal circo, questo simpatico personaggio sia stato rinchiuso nell’ospedale di Suor Jude. Un altro collegamento lo possiamo trovare fra “Murder House” e “Coven”: infatti i fondatori della casa infestata della prima stagione sono i coniugi Montgomery, e una delle streghe della congrega della terza stagione si chiama proprio Madison Montgomery, lei potrebbe essere quindi una loro discendente. Anche in “Hotel” troviamo riferimenti alla prima stagione, quando la Contessa entra nella casa degli orrori per farsi operare da Charles Montgomery.

La bellezza di “American Horror Story” è che sa creare personaggi a 360 gradi, che alla fine della stagione sei in grado di conoscere perfettamente, ma che allo stesso modo continuano a stupirti. Ognuno di loro è assolutamente perfetto nella sua individualità: anche se alcuni caratteri possono assomigliarsi (come ad esempio quelli delle tre donne citate prima), ogni personaggio si dimostra originale e completo. Tutti rappresentano una caratteristica umana, come ad esempio la donna barbuta Ethel di “Freak Show” (che si presenta come il riassunto di tutte le caratteristiche di una madre apprensiva, amorevole e completamente devota al figlio), oppure la strega voodoo di “Coven” Marie Laveau – simbolo di vendetta, ma anche della lotta al razzismo, interpretata da Angela Bassett.

Voi cosa ne pensate? Quale è il vostro personaggio preferito? Preferite il dramma della tossica Sally di “Hotel”, la ribellione del giovane Tate Langdon di “Murder House” o siete più per la romantica Zoe di “Coven”?

A voi la parola!

ART SURFING – sala 4 – PERFORMANCE ART by Michele Sassòli

Rise-and-shineUltimamente mi è capitato di imbattermi nel film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Fra le scene che riprendono le immortali strade di Roma, o la ricca vita dei protagonisti, una in particolare mi ha colpito: la scena dove la piccola Carmelina viene costretta a esibirsi di fronte a un pubblico impassibile di grandi signori in giacca e cravatta. La sua non è una semplice esibizione infantile, ma è una vera e propria performance d’arte, con tela e colori. Quello che colpisce è che lei stessa è il pennello: spinta dalla frustrazione nei confronti dei genitori che l’hanno allontanata dai giochi con gli amici per renderla protagonista del loro spettacolo, questa piccola artista sfoga la sua rabbia gettando barattoli di vernice contro la tela bianca, imbrattandosi tutti i vestiti di colori e lacrime.

Guardando questa scena ho riflettuto molto sul concetto dell’Arte: dove termina il lavoro dell’artista e dove entra in gioco lo spettatore? Il quadro dipinto da Carmelina è il riassunto di un processo creativo, della sua furia personale esplicata sulla tela. Non è quindi parte della sua stessa arte anche la sua creazione?

Qui di fronte a noi, in questa sala silenziosa, nella quale si sente solo il rimbombo dei nostri passi, è seduta una donna, sola e muta. Sembra piuttosto alta, ha un volto bianco, un po’ tondeggiante sugli zigomi e ha dei capelli neri avvolti in una treccia che le ricade su una spalla. Non disturbatela! Sta pensando. Di fronte a lei c’è una sedia vuota, quella è per noi: uno alla volta possiamosederci su questa sedia e diventare parte della sua arte.

Marina_Abramovicě,_The_Artist_is_Present,_2010_(2)
Marina_Abramovicě,_The_Artist_is_Present,_2010_(2)

Quella appena descritta è “The Artist is present”  (2010), una delle più famose Performance Art dell’ultimo periodo. L’artista Marina Abramović durante questo spettacolo ha atteso per ore e ore seduta su una sedia del MoMA di New York incrociando gli sguardi dei passanti che potevano sedersi per tutto il tempo che ritenevano necessario sulla sedia di fronte e lasciarsi guardare da Marina. Coloro che si sono seduti dicono di aver provato una pura emozione nel momento in cui l’artista gli ha osservati, costringendoli a doversi guardare all’interno, come una sorta di sguardo riflesso, alcuni si sono addirittura messi a piangere a causa del forte legame che si era creato comarina_350x517n l’artista. Riguardo questa performance è stato girato anche un film documentario molto interessante, che vi consiglio: Marina Abramović, The artist is present”.

Questa è solo una delle performance pensate dall’artista, attraverso le quali ha esplorato le zone più nascoste del proprio intelletto, raggiungendo aree sconosciute a lei stessa. La sua prima esibizione è Rythm 10  del 1973, durante la quale gioca al gioco del coltello (infilzando l’arma fra gli spazi delle dita velocemente cercando di non tagliarsi) finché non si infilza, provandoci con 20 coltelli diversi e registrandosi. Dopo aver ascoltato la registrazione tenta di rieseguire l’opera, ripetendo gli stessi errori e fondendo così quelli del passato a quelli spontanei del presente. Un’altra opera molto provocatoria è Artist must be beautiful  (1975), durante la quale per un’ora Marina si pettina i capelli con una spazzola e un pettine entrambi di metallo ripetendo ad alta voce:

“L’arte è bellissima, l’artista deve essere bellissimo”

fino a quando non si ritrova con la cute sfregiata e i capelli rovinati, dimostrando che un artista rimane tale anche senza la bellezza esteriore.

Marina non è l’unica a mettersi a disposizione del pubblico, altri Performance Artist pittosto noti sono Laura Almarcegui che lavora ammassando grandi quantità di materiali utilizzati per la costruzione di un edificio in una montagna di ciottoli e detriti (ha anche esposto alla Biennale di Venezia)

oppure Ulay compagno di vita per molti anni di Marina Abramović, oppure ancora Millie Brown, la vomit artist che ingerisce liquidi colorati e poi li rigurgita sulla tela di fronte al pubblico.

L’arte in questi spettacoli è pura, in quanto non è condizionata da un bisogno di vendita dell’opera finita, ma anzi molto spesso dopo la performance non rimane più nulla se non una sedia vuota o una spazzola insanguinata. Il tutto è svolto per trasmettere un messaggio o semplicemente per impressionare gli spettatori, ciascuno dei quali ne ricava una personalissima interpretazione.

Ora non indugiamo troppo in questa stanza, la nostra artista è impegnata nella sua arte, non mi sembra rispettoso parlare mentre è completamente assorta nei suoi pensieri.

Noi ci vediamo alla prossima puntata, in queste sale meravigliose.

Ssshht, fate piano ad uscire però!

“Il Regista del Nichilismo: Lars von Trier” by Nevio Moreschi

Get-Your-Ticket-blog

Oggi più che di un film o una serie TV in particolare vi parlerò in breve della filmografia di un regista-sceneggiatore, magari non acclamatissimo nell’ambiente Hollywodiano, ma certamente di grande rilievo nel panorama del cinema d’autore, il suo nome è: Lars von Trier.

Lars von Trier al 64° festival internazionale del cinema di Berlino.
Lars von Trier al 64° festival internazionale del cinema di Berlino.

Lars Trier (il “von” lo aggiunse successivamente per autocelebrarsi) nasce in Danimarca, a Copenaghen, nel 1956. Per quanto riguarda la sua vita e la sua personalità è giusto citare alcuni dettagli in quanto fondamentali per capire appieno la sua filosofia e quindi la sua filmografia. Come ci ricorda la cara Wikipedia nasce da due genitori (che chiamare liberali è un eufemismo) che credono nella completa autodeterminazione delbambino, e passerà quindi la sua infanzia in una libertà pressoché totale, scoprirà solo sul letto di morte della madre che suo padre non era il vero padre biologico e fin dall’infanzia il poveretto è vittima di decine di fobie.

Quanto questo abbia influito sulla sua personalità non so dirlo con certezza, ma Von Trier è stato molto spesso al centro dei riflettori per alcuni commenti contro il political-correct, e anche per le tematiche dei suoi film molto “anticonformiste” e anche per le accuse di blasfemia, misoginia e razzismo. Va, inoltre, tenuto conto che Lars Von Trier è stato soggetto a ricorrenti crisi di depressione che hanno avuto come risultato la nascita dei suoi film più affascinanti.

Locandina di "Dancer in the dark" primo grande successo al botteghino del regista danese, protagonista Bjork.
Locandina di “Dancer in the dark” primo grande successo al botteghino del regista danese, protagonista Bjork.

Il regista danese iniziò fin da giovanissimo (12-13 anni) a girare i film da lui scritti, ma i suoi primi film seri (“L‘elemento del crimine” – 1984, “Epidemic “ – 1987, “Europa” –1991), non sono un successo al botteghino ma sono comunque ben accolti dalla critica (“Europa” ad esempio vinse il premio della giuria a Cannes). La fama di Lars von Trier aumentò esponenzialmente nel 1995 quando redasse il manifesto di una nuova avanguardia cinematografica da lui stesso creata: Dogma 95.

In definitiva la regola su cui poggiava questa avanguardia era quella di avvicinarsi quanto più possibile alla crudezza della realtà, di conseguenza non erano ammessi gli effetti speciali, le luci di scena, scenografie e colonne sonore. Al periodo della Dogma appartengono “Le onde del destino”, “Gli idioti”, “Dancer in the dark” (vincitore della palma d’oro). Come potrete immaginare a partire dalle premesse i film di questa trilogia non erano volti tanto all’intrattenimento del grande pubblico quanto al lanciare un messaggio, ovvero: mostrare l’inutilità e l’autolesionismo di una vita vissuta seguendo i dettami del perdono e della pietà. Questa tematica riapparirà nel film successivo Dogville”, e su questo vorrei spendere due parole in più in quanto lo ritengo uno dei suoi capolavori.

Innanzitutto, nonostante la parentesi della dogma fosse terminata, la mancanza di una colonna sonora e di una scenografia irreale rimane. Il set scelto è, invece, quanto mai particolare: gli attori infatti reciteranno su un palco teatrale privo di sfondo, con soltanto qualche elemento, o qualche contorno di gesso a darci riferimenti spaziali.

La trama di questo film, di oltre due ore e mezza, è semplice ma ricca di allegorie. Una giovane ragazza di nome Grace (vera e propria figura christi) apparentemente inseguita da dei gangster e ricercata dalla polizia si rifugia in un piccolo villaggio montano separato dal resto delle civiltà. In questa comunità dimenticata, ma autosufficiente, l’unica figura intellettuale è Tom, un giovane scrittore che tenta di istruire gli abitanti tenendo sermoni sulla moralità. In un primo momento gli abitanti di Dogville saranno ben felici di aiutare Grace ma ben presto, appena si renderanno conto che i rapporti di forza son tutti a loro favore, inizieranno ad approfittarsi nei modi peggiori della povera ragazza che invece di ribellarsi si limiterà a subire il tutto in uno stoico atteggiamento di non violenza e perdono. Sebbene gli avvenimenti del film siano relativamente pochi, e la maggior parte del minutaggio è occupata dal sacrificio e dalla sofferenza della protagonista, questi sono necessari ad introdurci ai 20 minuti del finale in cui il regista tenta di ribaltare, con un attacco mirato, le fondamenta etiche del cristianesimo e della nostra civiltà . Un azzardo riuscitissimo.

L'originale set di "Dogville".
L’originale set di “Dogville”.

Tra gli altri film da citare necessariamente ci sono: “Antichrist” horror-gotico (genere coniato da Von Trier stesso) ritenuto dalla chiesa e dalla giuria di Cannes film eccessivamente misogino , in cui viene affrontato il tema dell’elaborazione del lutto, gli impulsi dell’Eros e del Thanatos freudiani, e il timore per il sesso femminile, e Melancholia” (premio della giuria al festival di Cannes) altro film che ho estremamente apprezzato in cui traspare il più totale nichilismo dell’autore e nel quale, fortunatamente, non vi è la ricerca di provocazioni inutili. L’impostazioneè estremamente originale: il film vero è proprio viene introdotto da una sorta di overture di 5 minuti in cui sono mostrate le immagini chiave del film e il finale stesso. Se “Dogville” è stato completamente girato in funzione del finale, in “Melancholia” la suspence, il colpo di scena sono evitati. La trama è semplice, un pianeta delle dimensioni di Giove si sta avvicinando alla terra e anche se secondo gli esperti non ci dovrebbe essere alcun impatto le cose andranno in modo diverso. Non è un Blockbuster alla “2012” o “Armageddon”, non avremo un eroe alla ricerca disperata di un metodo per salvare il pianeta dall’apocalisse, ma ci vengono mostrate le vicende quotidiane e le differenti attitudini delle sorelle Justine e Clarie di fronte alla fine dell’umanità. Un film, quindi, che pone tutta l’attenzione sulla psicologia dei personaggi, accompagnato in sottofondo dalla ricorrente overture del “Tristano e Isotta” di Wagner e intervallato da scene oniriche che si rifanno ai quadri romantici e fiamminghi.

Tutti questi film sono accomunati da aggettivi come: disturbanti, lunghi ed estremamente lenti, drammatici, nichilisti eppure nessuna delle sue pellicole mi ha mai fatto rimpiangere il tempo speso a guardarli. Se il cinema (quando inteso come arte) si propone di avere una funzione di arricchimento allora i film di Lars Von Trier, che si concordi o meno col suo modo di vedere le cose, hanno colto nel segno

P.S. molti dei film citati contengono contenuti crudi, molto tristi e talvolta violenti. Da evitare se facilmente impressionabili o se soggetti a depressione.

LOST IN THE SERIES (6)_ LA VITA SECONDO JIM by ANDREAPIANA

La_vita_secondo_Jim

Se penso ad una Serie TV che non abbia mai tradito le mie aspettative nel corso degli anni, me ne viene in mente una sola: “La vita secondo Jim”. La genialità di questo programma non sta nel semplice e puro far ridere, bensì nel dare uno spaccato di vita quotidiana, mostrando le piccole incomprensioni, gli inganni, i tranelli e tutte le tensioni che si creano all’interno della famiglia e del matrimonio. Il continuo braccio di ferro tra marito e moglie, Jim (James Belushi) e Cherill (Courtney Thorne-Smith), è il vero mordente del programma. Le alleanze stipulate da Jim con il cognato Andy (Larry Joe Campbell) e quella della stessa Cherill con sua sorella Dana (Kimberly Williams-Paisley) danno vita ad epiche battaglie tra i due fronti, basate su sciocche bugie e continui sotterfugi orditi da una parte nei confronti dell’altra. Ogni volta che viene messo in atto uno scherzo o un imbroglio, si scatena una serie di ripercussioni e vendette a catena che portano a situazioni esilaranti.

Tuttavia, alla fine, arriva sempre la riconciliazione tra le due parti offese, le quali non smettono mai di amarsi e di divertirsi allo stesso tempo. Altro ingrediente fondamentale sono i figli di Jim e Cherill che spesso, man mano che trascorrono gli anni, passano da essere ignari complici di mamma e papà, fino ad essere essi stessi i mediatori dei conflitti tra i genitori.

19029b_FOX_NuovaVitasecondoJim_b_2006 ABC, INC.

La serie è arrivata all’ottava stagione, dal 2003 al 2009, e negli anni sono molte le Guest Star ospitate dalla famiglia (da Cindy Crawford a Erik Estrada, da Linda Hamilton agli stessi figli di Belushi – Jamison e Robert).

La colonna sonora dell’intera serie, rigorosamente blues, è stata curata dallo stesso James Belushi e la sigla è stata scritta da lui e Glen Clark; e come se non bastasse le musiche degli episodi sono suonate dai Sacred Hearts (la band di Belushi, ovviamente).

Se quindi avete voglia di farvi due sane risate e non siete amanti della comicità volgare o alla Stanlio e Ollio, allora il mio consiglio è quello di ritagliare venti minuti del vostro tempo, magari mentre lavorate al computer o fate uno spuntino, per stare un po’ in compagnia di Jim e della sua famiglia.

Buon divertimento!

SUL LETTINO DI FREUD (3)_ IMMAGINAZIONE, NON SOLO PER BAMBINI by Paolo Parente

Freud

Un po’ di tempo fa stavo parlando con mia sorella, entrata da poco in quel mondo a sé stante che prende il nome di adolescenza, e, tra un discorso e l’altro, mi ha chiesto se ricordavo quando da piccoli immaginavamo mostri da sconfiggere e viaggi da affrontare nella nostra cameretta, sempre protagonisti di nuove avventure.

In quel momento le ho semplicemente sorriso, ricordavo tutto e quello era il mio modo per farglielo capire. Dopo qualche ora siamo andati a dormire, o meglio, lei è andata a dormire, io non ho chiuso occhio.

Perché? Me lo sono chiesto anche io. Ho realizzato che la mia insonnia era dovuta a un’angoscia, a un vuoto nello stomaco, di certo non dovuto alla fame (mamma aveva cucinato la pizza per cena). No, era qualcosa di diverso. Quella sensazione che si ha quando si è consapevoli di aver perso per sempre qualcosa. E mi è tornata in mente la conversazione con mia sorella.

“Eureka!” ha esclamato la voce nel mio cervello, la mia angoscia deriva dall’immaginazione, l’immaginazione che è sempre più lontana dai miei pensieri e che tutti, o quasi, alla mia età perdono. Il dono più grande che ci sia stato donato da un momento all’altro scompare. In un attimo l’amico immaginario smette di essere importante, le lotte contro i pirati non vengono più combattute e i viaggi nello spazio non ci vedono più protagonisti.

Perché succede? Probabilmente il pensiero di un futuro che si avvicina sempre di più, la scuola che a volte ci porta a dormire sui libri (fra Napoleone e Heisenberg). La consapevolezza che ciò che è immaginario rimarrà tale, o, semplicemente, la paura di essere emarginati da chi pensa che immaginare sia cosa da bambini.

Quella sera ho chiuso gli occhi e, senza dormire, ho immaginato di essere in uno stadio grande quanto la mia città a palleggiare con Messi e Ronaldo; di essere sul set del nuovo film della Marvel e di fare a braccio di ferro con Hulk.

Erano anni che non mi sentivo così felice senza muovermi dal mio letto.

Sognare è gratis, approfittatene prima che tassino anche questa meraviglia.

 

“L’ESPRESSIONISMO ASTRATTO” by Veronica Ponzoni

Rise-and-shine

L’espressionismo astratto è un movimento artistico statunitense sviluppatosi nel XX secolo successivamente alla seconda guerra mondiale. Con l’apparire di questo fenomeno abbiamo parecchie novità: questo filone è infatti considerato come l’inaugurazione della prima tendenza “nuova” del dopoguerra, la quale sposta radicalmente la capitale artistica dall’Europa agli Stati Uniti, più precisamente da Parigi a New York. Premessa storica fondamentale in cui l’espressionismo astratto affonda le sue radici è stata l’immigrazione di moltissimi artisti europei verso l’America, in fuga dalle dittature che andarono diffondendosi nel corso del secolo. Gli artisti europei portarono con loro “embrioni” di diversi stili e tipologie d’arte che andranno a delineare aspetti caratteristici dell’espressionismo astratto: per esempio l’influenza del surrealismo, del dadaismo (l’arte anti-arte di cui Mondrian è un importante esponente), del realismo, del cubismo muralista e del surrealismo, predecessore dell’espressionismo astratto a causa dell’enfasi posta sulla creazione spontanea e automatica dell’opera.
Movimento ribelle e anarchico che si oppone ai canoni di bellezza standardizzati presenti in Europa, questa corrente artistica si propone come “rinascita” culturale, una grande luce dopo i bui anni di guerra capace di illuminare gli Stati Uniti. Vitalità e creatività sono le parole chiave di questa nuova tendenza, nota anche con il nome di action painting, che sottolinea l’urgenza del pittore di agire. L’azione non è concepita, però, in senso motorio bensì psicologico: l’artista ha e sente il bisogno di dipingere, ovvero di correre il rischio di creare qualcosa senza averlo pianificato, e di lasciare che questo “qualcosa” prenda vita.
Per capire davvero il concetto dell’agire è opportuno prendere come esempio un importante artista del periodo: Jackson Pollock. I suoi dipinti non sono il frutto di una precedente pianificazione, ma sono una creazione incosciente e automatica che viene fatta scaturire nel momento stesso in cui l’artista afferra gli strumenti per dipingere.

POLLOCK
Paul Jackson Pollock (Cody, 28 gennaio 1912 – Long Island, 11 agosto 1956)


Pollock per le sue opere si serviva della tecnica del drip painting: i suoi capolavori prendono vita all’interno di grandi tele sulle quali con gesti casuali, istintivi e spontanei il pittore lasciava sgocciolare dal pennello macchie irregolari di colore (grandi, piccole, corte oppure parecchio allungate). Apparentemente i quadri di Pollock sono puro disordine, puro caos (possono superficialmente essere definiti “un ammasso di chiazze”), ma attraverso questo suo commento relativo alla sua Arte capiamo che non è così:

“Quando sono nel mio dipinto non sono cosciente di ciò che sto facendo. È solo dopo una sorta di fase del familiarizzare che vedo ciò a cui mi dedicavo. Non ho alcuna paura di fare cambiamenti, di stravolgere l’immagine perché il dipinto ha una vita propria, io provo a farla trapelare. È solo quando perdo il contatto col dipinto che il risultato è un disastro, altrimenti c’è pura armonia, un semplice dare e prendere, e il dipinto viene fuori bene.”

Le colonne portanti dell’espressionismo astratto sono riassunte nel discorso di Pollock, con una particolare attenzione sull’individualità dell’artista, che slegato dall’influenza di contesti storici, estetici e culturali dipinge perché ne sente una personale necessità. L’arte è per Pollock “dare e prendere”: nell’atto del dipingere l’artista agisce e sfoga un suo forte bisogno, nel frattempo l’opera ne esce vincitrice, perché fatta trapelare grazie all’aiuto di colui il quale, in questo periodo, non può esserne chiamato artefice, ma più precisamente collaboratore, ovvero colui il quale aiuta l’arte ad auto crearsi.