Entrato quest’anno a far parte di InsideOut per dare il mio contributo in veste di appassionato d’arte cinematografica, non potevo esimermi dall’affrontare la questione che sta facendo trattenere il respiro a milioni di fans sparsi in tutto il Pianeta Terra: l’uscita nelle sale di Star Wars- Episodio VII – Il Risveglio della Forza previsto per il 16 dicembre 2015.
Vorrei, però, andare a ritroso e parlare di come tutto questo sia iniziato, valutare l’ambiente in cui ha preso forma per capire la portata del fenomeno (questo è il sito della saga di Star Wars), che va ben al di là di quel che si può immaginare.
Star Wars Episodio IV – Una nuova speranza, uscito il 25 maggio 1977, oltre che essere il primo capitolo della saga, è il film che ha segnato un grande cambiamento nella storia del cinema e non solo per il genere fantascientifico.
Prima di allora, infatti, il genere fantascientifico, che annoverava tra i suoi titoli film del calibro di L’uomo che fuggi dal futuro diretto da George Lucas, con Robert Duvall (1971), o 2022: i sopravvissuti/Soylent green di Richard Fleischer (1973), Terrore dallo spazio profondo/ Invasion of the Body Snatchers di Philip Kaufman (1978), era segnato da una visione pessimistica del futuro, metteva in scena un mondo devastato dalle epidemie, o minacciato dai robot intenzionati ad avere il predominio sull’uomo , o un mondo post-apocalittico, o sottomesso a ipotetici regimi dittatoriali, o amari viaggi spaziali che, il più delle volte, lasciavano poche speranze alla razza umana. Questa visione piuttosto demoralizzante non stava riscuotendo un grande plauso da parte del pubblico, era ancora un genere per pochi, diciamo non adatto a tutti, per lo più frequentato dai fanatici dello spazio, magari ossessionati da Roswell, o da qualche cinofilo che all’alcool preferiva il grande schermo (una scelta che consiglio vivamente).
Sebbene Star Trek avesse già conquistato il suo posto d’onore nel palinsesto televisivo ipnotizzando una grossa fetta di pubblico, e 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968) avesse già conquistato la critica, ecco che George Lucas attua la fusione perfetta (fortuna o visione?) che permise a Guerre Stellari di diventare la saga di genere fantascientifico più famosa del Pianeta Terra (e degli Universi paralleli). Guerre Stellarirappresenta una nuova speranza (sebbene il titolo esteso sia stato attribuito nel 1999, non è stato per caso) per la salvezza della razza umana, capace di reagire in modo compatto ed efficace all’Impero del Lato Oscuro della Forza che cerca di sottometterla, sconfiggendolo.
Ma non è soltanto la visione positiva a toccare il cuore degli spettatori: Star Wars è un racconto alla portata di tutti (dai bambini con astronavi, navicelle, spade laser, agli adulti con… astronavi, navicelle e spade laser!). George Lucas ha trovato la formula per conquistare qualsiasi tipo di pubblico (fatta eccezione per la critica che, non ha mai speso parole entusiaste per il film) e a far sì che incassasse fino a 200 milioni di dollari in un anno; ha cambiato il cinema, ha cambiato il destino del genere fantascientifico e ha cambiato la vita di moltissime persone (e, ahimé, forse alcune le ha distrutte – ndr. vedi Comic-On – ma di questo parleremo presto).
Pertanto, riuscirà l’Episodio VII a risvegliare questa forza? Lo scopriremo nelle prossime puntate, per il momento Elia Paghera vi saluta e vi dà appuntamento qui tra qualche giorno.
Nell’attesa non mi resta altro da dire se non: che il Podcast sia con voi!
InsideOut dopo essersi riposato a dovere è pronto per ripartire in grande stile, forte di una redazione fresca di stampa e ricca di facce pulite che non vedono l’ora di condividere, dibattere e raccontare tutto il condividibile, dibattibile e raccontabile.
Dopo aver fatto il pieno di gelato in estate e dopo aver ripreso un po’ a malincuore le insegne scolastiche, ci accingiamo a condurre il nostro progetto verso l’infinito ed oltre, insieme ai nostri editors Barbara Favaro e Giovanni Boscaini, in collaborazione con la titanica ed inossidabile professoressa Chiara Robazzi.
Partiamo subito con il botto, la prima puntata si intitola: “Partire o restare ?”. Tratteremo un dirompente tema d’attualità, l’emigrazione, affrontato dai podcasters bagattiani in maniera lucida e obiettiva senza scadere in ovvietà o borborigmi in politichese.
Le danze si aprono con un nuovo MANIFESTO, la nostra voce autentica, per passare il gioco ad Acta Diurna, in cui Paolo, Bianca, Michele, Michela e Martina affrontano l’argomento immigrazione da un punto di vista prettamente personale. Chiudiamo poi con Green Roomdove la new entry Federica ci parla della sua esperienza di studentessa all’estero, lanciando l’amo nel campo scolastico, e non solo scolastico, vissuto in un contesto differente da quello del Bel paese; tema tanto caro soprattutto ai nostri liceali più anziani che devono scegliere la strada da intraprendere una volta concluso il loro quinto anno.
Detto ciò non mi resta che augurarvi buon ascolto!
Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla nona puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti.
Oggi ce ne torniamo tutti a casa: no, non è ancora la fine del nostro viaggio, semplicemente andremo a scoprire chi abitava l’Italia nel Mesozoico, quando la nostra penisola aveva una forma e un clima ben diversi da quelli odierni.
Partiamo dal Giurassico inferiore, circa 200 milioni di anni fa: a quel tempo l’Italia era una lingua di terra circondata dal gigantesco oceano Tetide, e le sue foreste erano dominate da uno dei più antichi grandi carnivori conosciuti. Eccolo che arriva: somiglia vagamente all’allosauro che abbiamo incontrato nella sesta puntata, anche se è un po’ più piccolo e sicuramente più primitivo. Questo animale venne scoperto nel 1996 in un giacimento di fossili vicino a Saltrio, nel Varesotto, e venne perciò battezzato “saltriosauro” (Saltriosaurus).
Saltriosaurus
Questo allosauride è il più antico tetanuro (Tetanurae: gruppo di carnivori evoluti con coda rigida, che comprendeva i vari allosauridi, tirannosauridi, dromeosauridi, ecc) comparso sul pianeta, e con i suoi 8 metri di lunghezza per 1,5 tonnellate di peso era sicuramente il predatore dominante della regione. Il suo cranio, lungo intorno ai 70 cm, era forte di una bocca che nascondeva denti aguzzi di considerevole lunghezza, e i suoi arti anteriori terminavano con tre dita robustamente artigliate. Dal punto di vista paleontologico, la scoperta del saltriosauro ha grande rilevanza: è grazie a lui se sappiamo che i tetanuri comparvero già nel primo Giurassico (20 milioni di anni prima di quanto si credesse), che fino a non molto tempo fa si riteneva trovasse nei ceratosauri (Ceratosauria), predatori più primitivi, la sua unica rappresentanza di grandi carnivori. Inoltre, il fatto che un teropode di tali dimensioni abitasse il nostro Paese porta a pensare che all’epoca esso non fosse, come si è a lungo creduto, quasi interamente sommerso dal mare, ma che al contrario presentasse vaste porzioni di territorio continentale.
Spostandoci ancora più indietro nel tempo, arriviamo nel Triassico superiore: siamo nella Lombardia di 220 milioni di anni fa, nella zona in cui moltissimo tempo dopo sorgerà Bergamo. Guardando in alto, vediamo dei piccoli pterosauri lanciarsi a tutta velocità nell’acqua dell’oceano per catturare i pesci che costituiscono la loro dieta: sono eudimorfodonti (Eudimorphodon ranzii), animali che abbiamo già citato nella settima puntata.
Eudimorphodon ranzii
Questi pterosauri erano lunghi circa 70 cm con un’apertura alare di 80, e durante il volo sfruttavano la lunga coda per bilanciarsi meglio in aria. Il becco dell’eudimorfodonte presentava ben 114 denti, acuminati e a cuspide per trattenere meglio i pesci. Questo rettile volante è stato il primo pterosauro risalente al Triassico ad essere riportato alla luce (la sua scoperta è datata 1973), altro primato di cui l’Italia mesozoica può a buon diritto andare fiera.
Eudimorphodon ranzii
Lasciando gli pterosauri alla loro caccia, facciamo un balzo in avanti di 140 milioni di anni: siamo nel Cretaceo superiore, 80 milioni di anni fa, nei pressi di quella che oggi sarebbe Trieste. Ecco che arriva un giovane dinosauro erbivoro di dimensioni considerevoli: è un esemplare di tetisadro (Tethyshadros insularis), una specie strettamente imparentata con gli adrosauri (Adrosauridae), i famosi dinosauri “dal becco d’anatra”, dei quali era tuttavia leggermente meno evoluto. Questo animale venne rinvenuto durante una serie di scavi effettuati tra il 1992 e il 1996, e per i paleontologi si è trattato di una scoperta incredibile: il suo scheletro era quasi completo, tanto che l’esemplare venne addirittura battezzato “Antonio”.
Antonio (Tethyshadros insularis)
Gli studi effettuati sulle sue ossa portano a presumere che avesse circa 6 anni, ma poteva già vantare un peso di circa 700 kg e una lunghezza di 4 metri. Anche grazie allo scheletro di Antonio si ritiene che gli adrosauri italiani fossero più piccoli dei loro cugini americani, arrivando a circa 5 di lunghezza al massimo, e loro impronte sono state rinvenute anche in Puglia, presso Altamura, confermando così che questi animali erano diffusi in tutto il territorio nazionale.
Tethyshadros insularis
Salutiamo anche Antonio e spostiamoci nella Campania del Cretaceo inferiore (113 milioni di anni fa) per incontrare quello che è indubbiamente il più celebre dinosauro italiano. Non dobbiamo aspettare molto prima di vedere un piccolissimo teropode farsi strada nell’erba inseguendo un insetto, che alla sua tenera età rappresenta un pasto di prim’ordine: amici, vi presento Ciro lo scipionyx. Che carino che è, vero?
Ciro (Scipionyx samniticus)
Ha degli occhioni enormi, e a vederlo sembra quasi un gattino che rincorre una farfalla, ma neanche lui, come Antonio, riuscirà a raggiungere l’età adulta: morirà presto e il suo scheletro verrà riportato alla luce solo nel 1980. A scoprirlo, stavolta, non è un’équipe di paleontologi ma un appassionato dilettante, Giovanni Todesco, che, esplorando la cava di Pietraroja presso Benevento, si imbattè in questo corpicino fossilizzato che scambiò inizialmente per una qualche lucertola.
Scipionyx samniticus
Lo portò a casa sua, dove il reperto rimase fino al 1993: in quell’anno uscì nei cinema Jurassic Park, e Todesco, dopo averlo visto, si chiese se quel fossile che aveva trovato tredici anni prima potesse in realtà essere un dinosauro.
L’ipotesi divenne certezza quando Ciro venne esaminato da un paleontologo, che comprese subito l’enorme portata della scoperta e contattò le autorità per inserire il piccolo teropode nel novero dei beni statali. A quel punto il nostro amico ricevette il suo nome scientifico, Scipionyx samniticus, e quello che lo ha reso così famoso: Ciro. Ancora incerta è la famiglia a cui questo piccolo celurosauro apparteneva: la sua fisionomia è molto simile sia a quella di un dromeosauride che di un troodontide, con un corpo leggero e arti anteriori piuttosto lunghi e tridattili, nonché un presunto artiglio a falcetto sulle zampe posteriori. Un esemplare adulto di scipionyx doveva raggiungere dimensioni simili a quelle di un velociraptor: circa 2 metri di lunghezza e 1,30 di altezza, con un peso non superiore ai 15-20 kg.
A questo punto, lasciamo il piccolo Ciro ai suoi ultimi momenti di vita e riprendiamo il nostro cammino, non senza consigliare ai nostri lettori di visitare alcuni dei siti paleontologici più importanti d’Italia: si va dalla località dei Lavini di Marco, presso Rovereto, che rappresenta il più grande bacino di orme di dinosauro d’Europa per quanto riguarda il Giurassico inferiore, a quella di Altamura, in Puglia, sede anch’essa di numerose impronte mesozoiche. Se invece volete ritrovare i dinosauri che abbiamo incontrato oggi, non vi resta che recarvi alMuseo Civico dei Fossili di Besano (VA), che ospita i resti del saltriosauro oltre a quelli di un ittiosauro anch’esso scoperto nella zona, il besanosauro (Besanosaurus Ieptorhynchus) al Paleolab di Pietraroja, che ospita un calco dello scheletro di Ciro, o al sito di Villaggio del Pescatore (Trieste), dove venne rinvenuto ed è tuttora custodito Antonio.
Amici di InsideOut, anche l’avventura di Jurassic Week sta per terminare: spero vi siate goduti fino in fondo la compagnia dei nostri dinosauri, perché nel prossimo episodio assisteremo alla loro estinzione.
Se vorrete seguirmi un’ultima volta, vi do appuntamento come sempre tra una settimana per una nuova puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti.
Ogni sport ha la sua stella, il suo campione, quell’atleta che sembra fuori dal tempo, ad un livello tanto superiore rispetto agli altri che pare non s’impegni neppure mentre compie azioni che rimarranno indelebili negli annali sportivi.
Il calcio ha il suo Maradona, il basket il suo Jordan, il nuoto il suo Phelps e il rugby? Beh, il rugby ha Lomu.
La sintesi perfetta delle caratteristiche migliori di un giocatore di rugby sono riassunte, e allo stesso tempo esaltate, in un gigante neozelandese di 120 kg per 1,96m di altezza che già al college infrangeva record in ogni categoria e specialità dell’atletica leggera: dal giavellotto ai 100 metri, dal salto in alto al salto triplo, dal lancio del disco ai 400 metri a ostacoli. Letteralmente un camion da cava, agile e scattante come una Ferrari.
Emblematiche sono le cavalcate di 80m di questo muro di mattoni maori che prosegue solo ed incontrastato verso la meta abbattendo uno dopo l’altro 2, 3, 4, 5 avversari. Sembra di parlare di un supereroe, ma è la realtà. O meglio, lo era. Il 18 novembre 2015 il più grande giocatore di rugby della storia si è dovuto arrendere ad un avversario che non è riuscito ad abbattere; lo stesso avversario che l’ha costretto ad abbandonare la carriera al suo apice precludendogli la possibilità di scolpire sempre più, meta dopo meta, la sua fama nella mente di ogni appassionato di rugby. Dopo una vita passata a correre e placcare su un campo di rugby, una rara forma di nefrite l’ha definitivamente condotto alla morte all’età di soli quarant’anni.
Tutta ovalia piange la scomparsa del suo paladino più grande e gli rende omaggio in ogni paese della Terra, perchè nessuno è mai stato come Lomu, e nessuno potrà esserlo di nuovo.
Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto all’ottava puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti.
Scheletro di oftalmosauro (gen. Ophthalmosaurus)
Oggi sarà necessario indossare delle mute da immersione e munirci di bombole d’ossigeno: il nostro viaggio ci porterà ad esplorare la vita dei mari del Mesozoico. Catapultiamoci quindi fino al tardo Giurassico, 150 milioni di anni fa: ci immergiamo nell’oceano, e subito vediamo un gruppo di strani animali che sembrano dei delfini un po’ panciuti, con il muso allungato e degli occhi enormi.
Rappresentazione di oftalmosauro (gen. Ophthalmosaurus)
Niente a che vedere con i delfini, però: sono oftalmosauri (gen. Ophthalmosaurus), rettili marini lunghi intorno ai 3-4 metri che si cibano essenzialmente di pesce, ma ora sembra che stiano scappando.
Una piccola sagoma nera si avvicina e diventa sempre più grande. Molto, molto grande. Presto, nascondiamoci e lasciamo che quel mostro si concentri su di loro: in caso ve lo steste chiedendo, si tratta del signore incontrastato di questi mari, un superpredatore come pochi nella storia della Terra.
Amici di InsideOut, ecco a voi il liopleurodonte (gen. Liopleurodon):
Rappresentazione di liopleurodonte (gen. Liopleurodon)
Per sicurezza, direi di lasciare momentaneamente questo oceano giurassico e spingerci oltre, fino al Cretaceo superiore, ovvero 80 milioni di anni fa: troviamo ad accoglierci un altro grande carnivoro acquatico, ma stavolta possiamo stare più tranquilli dato che la sua dieta consiste prevalentemente di pesce. Osservando l’animale, notiamo che il suo corpo ricorda quello di una tartaruga marina senza carapace e culmina con un collo lunghissimo e una testa simile a quella di un serpente: si tratta di uno dei rettili marini più noti e risponde al nome di elasmosauro (Elasmosaurus platyurus).
Scheletro di elasmosauro (Elasmosaurus platyurus)
A questo punto abbiamo incontrato alcuni tra i più celebri rappresentanti dei tre grandi gruppi di rettili marini del Mesozoico: gli ittiosauri (Ichthyosauria) con l’oftalmosauro, i plesiosauri (Plesiosauria) con l’elasmosauro e i pliosauri (Pliosauroidea, in realtà un sottordine di Plesiosauria) con il liopleurodonte. Gli ittiosauri, evolutisi a partire dal Triassico superiore, presentano tutti una fisionomia di base comune: corpo compatto e non troppo lungo, simile a quello di un piccolo cetaceo, pinne caudali molto sviluppate per facilitare il nuoto e disposte verticalmente come quelle di uno squalo, e muso stretto e allungato, non troppo diverso da quello degli odierni delfini d’acqua dolce. A differenza di questi, però, gli ittiosauri presentavano un altro paio di pinne più piccole appena prima della coda. Questo ordine, oltre al nostro oftalmosauro, comprendeva tra gli altri l’ittiosauro (gen. Ichthyosaurus), eponimo del gruppo vissuto nel Giurassico inferiore, e il coetaneo stenotterigio (gen. Stenopterygius), più piccolo con i suoi 2 metri circa di lunghezza. Altra caratteristica interessante degli ittiosauri è la loro maniera di riprodursi: erano infatti ovovivipari, con le uova che si schiudevano direttamente nel corpo della madre che successivamente partoriva i piccoli già formati.
Gli ittiosauri si estinsero già nel Cretaceo medio, intorno a 90 milioni di anni fa: a sopravanzarli come longevità troviamo gli altri due gruppi, i pliosauri e i plesiosauri. Per quanto concerne i primi, anche qui li troviamo già a partire dal tardo Triassico, tuttavia è durante il Giurassico che questi animali dominano sovrani nei mari: i pliosauri presentano un corpo lungo ma compatto e idrodinamico, con due paia di pinne molto sviluppate per permettere all’animale di nuotare agevolmente nonostante la coda corta, di scarsa utilità nel movimento. La testa dei pliosauri era molto grande, nelle specie più grandi troviamo crani di 3 metri di lunghezza, e raramente si scende sotto il metro e mezzo. Tra le specie più famose, oltre al liopleurodonte, troviamo ovviamente il pliosauro (gen. Pliosaurus), che dà il nome al sottordine.
Tuttavia, tra questi due generi è incorsa probabilmente una sovrapposizione: la specie più grande di liopleurodonte (Liopleurodon macromerus) che poteva raggiungere una lunghezza di circa 20 metri imponendosi come più grande predatore marino mai esistito, insieme al capodoglio e al gigantesco squalo Charcharodon megalodon, è stata ormai individuata come pliosauro (diventando Pliosaurus macromerus).
Passiamo ora ai plesiosauri propriamente detti: nonostante l’ordine Plesiosauria comprenda anche i pliosauri, infatti, questi ultimi presentano caratteristiche ben diverse da quelle degli altri plesiosauri, tanto che ho ritenuto opportuno esaminarli separatamente. La caratteristica più evidente dei plesiosauridi (famiglia Plesiosauridae) è infatti il collo molto allungato anche nelle specie più primitive: l’elasmosauro, che abbiamo già incontrato, era lungo complessivamente 15 metri, con il collo che ne misurava almeno cinque. Collo che, comunque, doveva essere piuttosto rigido: le vertebre che lo componevano erano infatti poco flessibili, rendendo impossibili movimenti e torsioni ampie all’animale. Per il resto, la corporatura dei plesiosauridi non era troppo dissimile da quella dei pliosauri: coda corta, pinne molto grandi e corpo compatto. Differente era invece la dieta: mentre i pliosauri più grandi, con mascelle poderose e denti degni di un tirannosauro, potevano predare tartarughe, squali, ittiosauri e persino loro simili più piccoli, i plesiosauridi presentavano una testa molto più piccola, con denti più sottili e acuminati adatti ad un’alimentazione a base di pesce.
Oltre all’elasmosauro, la specie più celebre del gruppo è sicuramente l’eponimo plesiosauro, che dell’elasmosauro era un vero e proprio “nonno in miniatura”: il plesiosauro non superava i 5 metri di lunghezza, e visse intorno ai 190-180 milioni di anni fa, ben 100 milioni di anni prima dell’elasmosauro.
C’è un’altra grande famiglia di rettili marini che è doveroso menzionare: questi animali comparvero molto tardi, nel Cretaceo superiore, ma si diffusero a tal punto da portare quasi all’estinzione i pliosauri che avevano fino a quel momento regnato sovrani nei mari, sto parlando dei mosasauri (Mosasauridae).
Rappresentazione di mosasauro (gen. Mosasaurus)
Questi grandi predatori possono sembrare a prima vista simili ai pliosauri, ma in realtà avevano ben poco in comune con loro: erano infatti vere e proprie lucertole, seppur appartenenti a una famiglia oggi estinta, mentre gli altri animali che abbiamo visto facevano parte di ordini di rettili a sé stanti e non più esistenti dalla fine del Mesozoico. I mosasauri presentavano una testa molto grande con mascelle potenti e denti da far impallidire qualunque avversario, oltre a una coda molto più lunga di quella dei pliosauri, che veniva utilizzata come quella di un coccodrillo per dare propulsione e direzione all’animale durante il nuoto. Le pinne erano simili a vere e proprie pagaie che rendevano ancor più agevole il movimento. I mosasauri erano superpredatori in grado di cacciare gran parte degli animali che incontravano, compresi altri mosasauri più piccoli, come confermano alcuni resti rinvenuti dai paleontologi. La specie più nota della famiglia, anche in questo caso eponima, è il mosasauro (gen. Mosasaurus), così chiamato per via della Mosa, nelle cui vicinanze vennero riportati alla luce i suoi primi resti addirittura nel 1764. Il mosasauro poteva raggiungere una lunghezza compresa tra 10 e 15 metri, rivaleggiando con i grandi pliosauri, ormai già sulla via dell’estinzione, per il dominio sui mari cretacei.
Scheletro di mosasauro (gen. Mosasaurus)
Parlando così a lungo di questi meravigliosi animali non mi sono accorto che l’ossigeno nelle nostre bombole sta per finire: meglio ritornare in superficie, anche per non finire preda di un mosasauro affamato.
Per la prossima tappa del nostro viaggio vi riporterò in Italia, nell’Italia del Mesozoico, alla scoperta delle specie animali che abitavano il nostro Paese in un’epoca tanto remota.
Se vorrete seguirmi, l’appuntamento è come sempre tra una settimana per una nuova puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti.
Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla settima puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti. Dopo aver lasciato il temibile allosauro nel suo dominio giurassico, adesso ci spostiamo in avanti fino al pieno Cretaceo, in una prateria verdeggiante che ci offre occasione di rilassarci un po’. Ma, sinceramente, vi consiglio di non esporvi troppo.
QUETZALCOATLUS
Ecco infatti che arriva una strana creatura, con un collo lungo quanto quello di una giraffa. Un sauropode? Assolutamente no. Non vedete che ha un becco di due metri? E, in più, mentre cammina si aiuta facendo leva su quelle che sono indubbiamente due ali: due enormi ali. Mettetevi al riparo: sta per spiegarle. Appena le distende completamente, ci rendiamo davvero conto di quanto siano mostruose le dimensioni di questo volatile: ha un’apertura alare di 12 metri, paragonabile a quella di un aereo di linea. Certo, per alzarsi in volo gli ci vuole un po’: viste le sue dimensioni e il suo peso di quasi una tonnellata, la forza necessaria è davvero notevole. Ma ora è partito, finalmente: i colpi d’aria generati dal battito delle sue ali ci sferzano, ed eccolo lì, nel cielo, dove regna incontrastato. Signori, salutiamo insieme il più grande animale volante mai esistito sul nostro pianeta, che non per niente prende il nome addirittura da un’antica divinità precolombiana: il quetzalcoatlo.
Ora, vediamo di testare un attimo le vostre conoscenze paleontologiche: come si chiamano, in generale, i rettili volanti del Mesozoico di cui è rappresentante il nostro gigantesco amico? Se avete detto “pterosauri”, voto 10. Se avete detto “pterodattili”, voto 4. Se avete detto “dinosauri volanti”, voto 0.
Già, perché l’ordine degli pterosauri (Pterosauria) non appartiene affatto a quello dei dinosauri. Se vi ricordate, già nella prima puntata l’avevamo ribadito: questi rettili non presentano le caratteristiche anatomiche necessarie perché un animale possa essere definito “dinosauro”, non essendo le loro ossa in linea con tali criteri. Per quanto riguarda invece la grossolana denominazione di “pterodattili”, dobbiamo tenere presente che il genere Pterodactylus è solo uno dei tanti compresi nell’ordine, e indica pterosauri piccoli, con apertura alare di massimo 1,5 metri, vissuti esclusivamente nel medio-tardo Giurassico.
Rappresentazione di pterodattilo (gen. Pterodactylus)
Gli pterosauri comparvero sulla Terra già nel Triassico superiore, intorno ai 230 milioni di anni fa: si trattava di specie di dimensioni contenute, appartenenti al sottordine Rhamphorynchoidea. Questo gruppo, che annoverava pterosauri dalle caratteristiche piuttosto primitive, sopravvisse fino al Giurassico superiore, estinguendosi con l’inizio del Cretaceo. Il rappresentante più famoso nonché eponimo del gruppo è il ranforinco (Rhamphorynchus muensteri), piccolo pterosauro dall’apertura alare di 75 cm: questo animale presentava, come molti suoi parenti stretti, un becco dentato, che gli facilitava la cattura delle sue prede principali, i pesci marini. Nei Rhamphorynchoidea troviamo anche il dimorfodonte (Dimorphodon macronix\weintrambi) e l’eudimorfodonte (Eudimorphodon ranzii), quest’ultimo scoperto proprio in Italia, nel bergamasco.
Scheletro di pterodattilo (gen. Pterodactylus)
L’altro grande sottordine di Pterosauria è quello degli pterodattiloidi (Pterodactyloidea), comparsi nel Giurassico medio ed estintisi alla fine del Cretaceo. Rispetto ai cugini e antenati ranforincoidi, questi animali presentavano code più corte, becchi perlopiù sdentati e, specie in alcune famiglie, creste più o meno pronunciate sul capo. Anche le ali erano diventate più lunghe per via dell’allungamento dei metacarpi oltre che, ovviamente, dell’aumento delle dimensioni. Oltre al genere Pterodactylus, gli pterodattiloidi includono altri pterosauri molto celebri: primo tra tutti lo pteranodonte (Pteranodon longiceps\sternbergi), con la sua lunga cresta cranica utilizzata vuoi come mezzo espositivo simile alla ruota di un pavone, vuoi come vero e proprio timone durante il volo. Lo pteranodonte, con i suoi 8 metri di apertura alare, era sicuramente maestoso, ma non poteva competere con il nostro quetzalcoatlo (Quetzalcoatlus northropi): a reggere il confronto era invece l’arcigno ornitocheiro (genere Ornithocheirus), che si aggirava sui 10 metri, ed era inoltre tra i pochi pterodattiloidi ad aver mantenuto i denti.
Certo, questi pterosauri erano davvero imponenti… Forse, persino troppo per poter volare. E’ questa l’ipotesi sostenuta dallo studioso giapponese Katsufumi Sato, i cui studi sulla biomeccanica degli uccelli indicano che un animale pesante più di 41 kg e con un’apertura alare superiore a 5 m non avrebbe avuto la possibilità di battere le ali abbastanza velocemente per alzarsi in volo. In questo caso, quindi, i vari quetzalcoatlo, pteranodonte e ornitocheiro sarebbero stati animali terrestri, del tutto incapaci di volare come noi pensiamo.
Scheletro di pteranodonte (Pteranodon longiceps) maschio. Le femmine presentavano creste craniche più corte e smussate.
Tuttavia, le ricerche del professor Sato non convincono tutti: già è capitato di incontrare animali capaci di volare andando contro le leggi della fisica, basti pensare al celeberrimo caso delle api. In ogni caso, molti paleontologi concordano nel ritenere che animali come il quetzalcoatlo cacciassero a terra, spostandosi sulle zampe con l’aiuto delle ali ripiegate come appigli supplementari. Questi animali erano carnivori: le prede variavano a seconda delle loro dimensioni, con i ranforinchi che si accontentavano di piccoli pesci mentre i più grandi pterodattiloidi potevano arrivare a cacciare dinosauri di piccola e media taglia.
Ormai è giunto il momento di lasciare che il nostro quetzalcoatlo si libri maestosamente nell’aria, e proseguire il viaggio. Se oggi ci siamo spinti nell’alto dei cieli, la prossima volta preparatevi per l’esatto opposto: ci aspetta un lungo e rischioso percorso nelle profondità dei mari del Mesozoico.
Se volete partecipare all’immersione, io vi do come sempre appuntamento tra una settimana per un’altra puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti.
Ieri sera ero qui al college [ndr. Olanda], insieme a due mie amiche. Stavamo parlando del più e del meno, tranquillamente. Finché , ad un certo punto, Marianne (questo il nome di una di loro) controlla il suo cellulare, e il suo volto si raggela. Oh shit, there are shootings going on in Paris. Sparatorie a Parigi. Pochi minuti dopo le arriverà anche la notizia delle tre esplosioni allo Stade de France, durante l’amichevole Francia-Germania. Lei è francese. Sua sorella vive a Parigi. Come anche i suoi cugini, e molti amici. Minuto dopo minuto seguiamo gli aggiornamenti: 18 morti. No, 30. No, 60. No, 100. Marianne messaggia freneticamente i suoi parenti e amici che in quel momento si trovano nella città, per fortuna stanno tutti bene. Poi, la paura più grande che avevamo tutti si avvera: gli attentatori gridavano “Allah è grande”.
Siamo tutti agitati, nervosi, pieni di pensieri. Marianne più di tutti, ovviamente, perché vede il suo Paese, quando non i suoi stessi conoscenti, sotto attacco. Ci diciamo tante cose, in quei momenti. Proviamo a immaginare cosa accadrà, che ne sarà degli ostaggi ancora in mano ai terroristi nel Bataclan, siamo pieni di incertezze. Ma dalla bocca di Marianne non esce una sola parola d’odio. Appena abbiamo saputo che gli attacchi avevano matrice fondamentalista islamica, la sua prima preoccupazione è stata il pensiero di quello che potrebbe succedere in Francia alle comunità musulmane dopo questa tragedia. Già dopo gli eventi di Charlie Hebdo, diceva, erano stati registrati episodi di assalti a mano armata contro famiglie musulmane da parte di estremisti di vario tipo. Ora, ci saranno dei morti. Ci saranno delle spedizioni punitive. Nei confronti di chi non c’entra nulla. Marianne prosegue, dice che ora l’estrema destra di Marine Le Pen coglierà la palla al balzo e potrebbe trionfare alle prossime elezioni, portando uno tsunami di bigottismo, isteria paranoide e odio alla guida del Paese. Io non posso fare a meno di pensare a quello che succederà in Italia, dove sempre più persone non hanno paura di farsi immortalare esibendo saluti romani e marciando in cortei inneggiando ai campi di concentramento senza che nessuno si sogni neanche lontanamente di fermarle. Dove tutti vedono nemici ovunque, nessuno vuole fidarsi di nessuno e ormai non si è più capaci di costruire un discorso compiuto senza un insulto. Ho paura, sì. Ho paura di vedere il mio Paese trasformarsi in un focolaio di odio animale.
L’altra ragazza che in quel momento era con noi si chiama Roxana. Viene da Teheran, è arrivata in Olanda cinque anni fa fuggendo illegalmente da un governo che la costringeva a sottomettersi ad ideologie che non condivideva, e lasciando in Iran tutti i suoi amici e la sua famiglia, con la consapevolezza che non li avrebbe rivisti per molto, moltissimo tempo. E, come se non bastasse, una volta giunta qui, ormai apolide, si è trovata di fronte ad un Paese che non la voleva. Mi ha raccontato la sua storia, mi ha detto di come le autorità abbiano provato in tutti i modi a rimandarla indietro, minacciando di chiuderla in carcere da clandestina se non fosse tornata in Iran. Lei però non ha mollato, e ora eccola qui, a 24 anni, che finalmente può studiare all’università dopo aver aspettato tutto questo tempo per ottenere i permessi. Non è musulmana, non crede in nessun Dio, ma anche lei si irrigidisce di colpo alla notizia delle stragi di Parigi. Si sente toccata. Rivede quello contro cui ha sempre voluto combattere, quello che ha ridotto il suo Paese a una dittatura totalitaria, quello a cui non ha accettato di sottomettersi: il fanatismo religioso e politico.
Seguendo passo dopo passo lo svolgimento degli eventi, ero sempre più attonito di fronte a quanto male l’uomo può fare a se stesso. Ero troppo piccolo per capire cosa stesse succedendo dopo l’11 settembre, ma ora temo che lo sperimenteremo di nuovo. Ma la mia paura più grande non è quel fantomatico spettro di un’Europa dove la cultura occidentale viene sommersa dall’Islam cattivo e feroce che ci dichiara guerra e vuole annientarci. No, chiamatemi pazzo ma per me tutto questo non esiste. La mia paura più grande è vedere che in Europa sta germogliando il seme di quello stesso odio che ha portato gli attentatori di Parigi, di Boston, di New York, di Londra, di Madrid, di Nairobi e della Nigeria a fare quello che hanno fatto: l’odio nato dal disprezzo e dalla paura per il contatto con il diverso.
Da questa mentalità sono nati Al Qaeda, Boko Haram, Hamas, Hezbollah e adesso ISIS, e questo è l’obiettivo che perseguono: uno scontro di civiltà, che ai loro occhi è legittima difesa nei confronti di una cultura maligna e corrotta che intossica il vero Islam. Gli attacchi, i video delle esecuzioni rilasciati in rete, le minacce, tutto questo mira a destabilizzare psicologicamente il loro nemico, cioè noi, portandoci a considerare l’intera civiltà araba e musulmana come un nemico. Questo è quello che vogliono. E, purtroppo, ci stanno riuscendo perché su questa stessa idea, che stavolta vede la civiltà occidentale minacciata e infettata da un’invasione islamica sotto forma di immigrazione da Africa e Medio Oriente più ancora che di attentati terroristici, si fondano i proclami xenofobi, razzisti e violenti della famiglia Le Pen, di Farage, di Wilders, e di tutti coloro che ignobilmente sfruttano e strumentalizzano eventi drammatici per ottenere consenso politico. Personalmente, ho seri dubbi sul fatto che loro, come del resto il “califfo” al-Baghdadi credano veramente fino in fondo in quello che dicono. Il califfo sfrutta la religione e lo spettro dello scontro di civiltà per instillare paranoia e odio nei musulmani, in modo da portarli a sostenerlo nella sua guerra delirante che ha in realtà fini politici, vale a dire l’affermazione di una realtà statale sotto il suo diretto controllo. Allo stesso modo, i leader di quei partiti estremisti che stanno raccogliendo sempre più consenso in Europa mirano a istigare violenza e rancore verso un capro espiatorio rappresentato dai rifugiati, mascherandosi da difensori della cultura europea e dei diritti dei cittadini europei quando in realtà non cercano altro che voti per insediarsi al governo. Casi di attacchi violenti ai danni di musulmani e rifugiati si sono già verificati in tutto il continente, e anche se sul piano del numero di vittime non sono minimamente paragonabili all’11 settembre o alle stragi di ieri, rappresentano comunque una violenza ingiustificata e ingiustificabile.
I fanatici estremisti, che restano un’assoluta minoranza nel panorama dell’Islam, vogliono farci credere che tutti i musulmani siano come loro, e vogliono infettare anche noi con quel disgustoso germe dell’odio che li contraddistingue. Intorno a me, vedo che sempre più spesso ci stanno riuscendo, ma finché ci saranno persone come Marianne, che nonostante il suo stesso Paese si ritrovi per la seconda volta in un anno vittima di un crimine contro l’umanità, esprime solidarietà verso i musulmani francesi che sa non essere assolutamente rappresentati da quei mostri; finché ci saranno persone come Roxana, che hanno il coraggio di non rinunciare alle proprie convinzioni morali in nome di un’ideologia distorta imposta dall’alto e fondata su un’interpretazione malata e paranoica della religione; finché ci saranno persone così, saprò che non è tutto perduto. Francesi o iraniani, cristiani o musulmani, siamo tutti esseri umani. Chi agisce e parla per istigare violenza contro altri uomini, non lo è.
SENEX
WE SHALL NOT BECOME LIKE THEM
[english version]
Yesterday evening I was here on campus [in Holland], with two friends of mine. We were just chilling after a busy day. Then, suddenly, Marianne (this is the name of one of them) checked her phone, and shivered. Oh shit, there are shootings going on in Paris. Few minutes later, she would be informed of the three explosions at the stadium during the match between France and Germany. She is French. Her sister lives in Paris. As well as her cousins, and many of her friends. Minute by minute, we follow the updates: 18 people killed. No, 30. No, 60. No, 100. Marianne frenetically texts her relatives and friends in the city, fortunately they are all fine. Then, our greatest fear comes true: the shooters were shouting “Allah akhbar”.
We are all astonished, nervous, thoughtful. Marianne most of all, obviously, because she is seeing her country, and maybe her very acquaintances, under attack. We were telling each other many things, in those moments. We tried to imagine what would happen, what would they do with the hostages at the concert in the Bataclan building. We are full of uncertainties. But not a single word of hatred comes out of Marianne’s mouth. In the very moment when we learned of the Islamic extremist basis of the attacks, her first concern was what could happen to Muslim communities in France after this tragedy. Already after the events regarding Charlie Hebdo in January, she said, many assaults targeting Muslim families took place at the hands of radical extremists. Now, people would die. There will be punitive expeditions. Against people who have nothing to do with this. Marianne goes on, she says that now the radical right party of Marine Le Pen is going to rely on the massacres to gain consensus and probably win the next elections, bringing a tsunami of bigotry, paranoid hysteria and hatred at the government. I can’t help thinking of what will happen in Italy, where more and more people are not afraid of being photographed while exhibiting the Roman salute and invoking concentration camp without anybody even considering to stop them. Where everyone sees enemies everywhere, nobody trusts anybody and people are no more capable of expressing a concept without insulting someone. Yes, I am afraid. I am afraid of seeing my country turn into a tank of beastly hatred.
The other girl talking with us in that moment is named Roxana. She comes from Tehran, and she arrived in the Netherlands five years ago, illegally fleeing from a government that forced her to submit to ideologies she did not believe in and leaving there her entire family as well as her friends. She knew that she would not see them again for a very, very long time. And, as if that was not enough, when she arrived here she found herself in a country that did not want her. She told me her story, she told me about how the local authorities tried everything to make her go back to Iran, even threatening her to be put in jail if she had not done so. But she did not surrender, and now here she is, aged 24, finally studying at university after waiting all this time to get the permissions. She is not Muslim, she does not believe in any God, but she too became pale when she heard about the carnage in Paris. She felt touched, involved. She was witnessing again what she had always fought against, what reduced her country to a totalitarian dictatorship, what she did not accept to submit to: religious fanaticism.
While following step by step the events going on, I was utterly astonished for how much harm man can cause to himself. I was too young to understand what was happening after 9/11, but now I am afraid we are going to experience that once again. But my greatest nightmare is not that hypothetic haunting ghost of a Europe where Western culture gets overwhelmed by an evil and ferocious Islam declaring war to our civilization and aiming at annihilating us. No, feel free to say I am a fool, but for me this does not exist at all. My greatest fear is seeing in Europeans the virus of that very hatred that brought terrorists to do what they did in New York, Madrid, London, Boston, Paris, Nairobi and Nigeria: the hatred born from despise and fear of the contact with what is different.
It is from this mentality that Al Qaeda, Boko Haram, Hezbollah and now ISIS are born, and this is the goal they pursue so strenuously: a war of cultures and civilizations, which they see as legitimate defense against an evil and corrupt way of life intoxicating pure Islam. The attacks, the videos of executions released on the Internet, the threats, all this aims at psychologically destabilizing their enemy, that is, us, by leading us to consider the entire Arab and Muslim civilization as an enemy. This is what they want. And, sadly, they are succeeding. Because this very same idea, this time picturing Western civilization infected by an Islamic invasion consisting in immigration from Africa and the Middle East rather than terroristic attacks, is the basis of the xenophobic, racist and violent declarations of the Le Pen family, Farage, Wilders, and everyone who disgustingly exploit and make use of dramatic events to gain political consensus. Personally, I am very doubtful whether they, as well as “caliph” al-Baghdadi, actually believe everything they say. The caliphs makes use of religion and the idea of the war between civilizations to inject paranoia and hatred among Muslims, thus leading them to support him in his disturbed war that, on the contrary, has mainly political aims: that is, the establishment of a statal reality under his direct control. Similarly, the leaders of those radical parties that are obtaining increasing support all over Europe aim at promoting violence and mistrust towards African and Arabic refugees, claiming to be defenders of the European culture and citizens while they are only seeking votes to reach the government. Cases of violent attacks on Muslims and refugees have already been documented in the whole continent, and, even if they are not comparable to the carnages of 9/11 as well as of yesterday, they nevertheless represent unacceptable and unreasonable violence.
The extremist fanatics, who still remain a restricted minority among Muslims, want us to believe that all Muslims are like them, and they are trying to infect us with that disgusting hatred virus that characterizes them. All around me, I see that they are reaching their goal more and more often. But as long as there will be people like Marianne, who expresses solidarity to French Muslims regardless of the fact that her country has been victim of a crime against humanity for the second time in a year because she knows they are not represented by those monsters at all; people like Roxana, who are brave enough not to sacrifice their moral beliefs in the name of a distorted ideology imposed by a despotic authority and based upon an idiotic and paranoid interpretation of religion; as long as there will be people like them, I will know that not all is lost. French or Iranian Christian or Muslim, we are all humans. Whoever acts and talks to promote violence against other human beings, is not.
Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla sesta puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti.
Oggi non dobbiamo spostarci molto dal luogo in cui abbiamo lasciato il nostro amico stegosauro: restiamo infatti nel Giurassico superiore, intorno ai 155-150 milioni di anni fa, ma stavolta stiamo cercando un superpredatore che, da queste parti, all’epoca dominava incontrastato. Svelti, nascondetevi: eccolo che arriva, probabilmente in cerca di cibo. Amici, vi presento colui che regnava prima del Re: l’allosauro.
Allosauro (notare le piccole escrescenze ossee poste sull’arcata sopracciliare) – a confronto con uomo
Questo grande carnivoro (nome scientifico: Allosaurus fragilis) è uno dei dinosauri più celebri e noti agli studiosi, ma dopo la scoperta dei fossili del T-Rex è stato immeritatamente dimenticato dal grande pubblico. L’allosauro, infatti, venne riportato alla luce ben prima di Sua Maestà: fu nel 1877 che il paleontologo Othniel Charles March, scavando nella celebre area denominata “Formazione Morrison” negli Stati Uniti, identificò le ossa di un grande teropode con il nome di allosauro, mentre i primi ritrovamenti di T-Rex risalgono al 1905 per opera di Henry Fairfield Osborn. Per lungo tempo l’allosauro è stato individuato come diretto antenato del Re, ma, come abbiamo già visto nella puntata dedicata a Sua Maestà, questa supposizione si è rivelata ormai indubbiamente errata: i due carnivori appartenevano infatti non solo a famiglie diverse (Allosauridae e Tyrannosauridae), ma addirittura a due ordini ben distinti (rispettivamente Carnosauria e Coelurosauria).
Allosaurus fragilis
Le caratteristiche fisiche dell’allosauro non lasciano comunque spazio a dubbi riguardo al suo status di predatore numero uno del tardo Giurassico: la sua corporatura snella e muscolosa gli permetteva di combinare efficacemente forza e agilità, mentre le zampe anteriori, lunghe e manovrabili, terminavano in tre dita artigliate atte ad afferrare e squarciare. Il cranio presentava invece una bocca dotata di denti molto aguzzi, anche se il morso dell’allosauro, in quanto a potenza, non era neanche lontanamente paragonabile a quello del T-Rex (circa 1200-1300 Newton contro 57000): l’allosauro non era quindi in grado di spezzare le ossa di grandi erbivori quali stegosauri e soprattutto sauropodi, che attaccava cercando più probabilmente di sventrarli.
Sulle dimensioni di questo carnivoro il dibattito è ancora aperto: la sua grandezza media si aggirerebbe intorno agli 8-9 metri, ma alcuni studiosi ritengono che gli esemplari più grandi arrivassero a 12-13. Da questo punto di vista non aiutano le ripetute confusioni incorse nell’identificazione di resti attribuiti all’allosauro anche quando in realtà appartenevano a specie simili ma distinte. Stesso discorso per quanto riguarda il peso: l’allosauro per le sue dimensioni era molto leggero (le stime sul suo peso effettivo oscillano tra 1 e 4 tonnellate), gli studiosi sono più propensi a individuarlo in massimo 2.
Come abbiamo già avuto modo di constatare, le prede dell’allosauro potevano risultare molto difficili da sopraffare: il thagomizer degli stegosauri era un pericolo mortale, e i grandi sauropodi in branco erano pressoché inattaccabili. Ciò ha spinto i paleontologi a ritenere che gli allosauri cacciassero in gruppo, con tre o quattro esemplari che cercavano di isolare un colosso erbivoro per attaccarlo da più parti e sfruttare il vantaggio numerico. Una preda ben più abbordabile era il camptosauro (Camptosaurus dispar), erbivoro sprovvisto di mezzi difensivi di sorta e lungo non più di 6 metri.
Il genere Allosaurus scomparve 145 milioni di anni fa con la fine del Giurassico, ma membri della superfamiglia degli allosauroidi (Allosauroidea) continuarono a imperversare per tutto il Cretaceo: in Nord America, fino a circa 100 milioni di anni fa, troviamo l’acrocantosauro (Acrocanthosaurus atokensis), che dovette però cedere il passo all’ascesa dei tirannosauridi, mentre in Africa e America meridionale gli allosauroidi sopravvissero fino al termine del Mesozoico.
Charcharodontosauridae
Questi enormi carnivori appartenevano alla famiglia dei carcarodontosauridi (Charcharodontosauridae), che prende il nome dal suo rappresentante più celebre, il carcarodontosauro (Charcharodontosaurus saharicus): in Sud America, invece, troviamo l’altrettanto impressionante giganotosauro (Giganotosaurus carolinii), il primo dinosauro carnivoro scoperto a superare le dimensioni del T-Rex (ma il dibattito è ancora molto acceso), e il cugino mapusauro (Mapusaurus roseae).
Cranio Charcharodontosaurus saharicus a confronto con un cranio umano.
I carcarodontosauridi erano, per la maggior parte, ben più grandi dell’allosauro: le specie che abbiamo citato raggiungevano 12-14 metri di lunghezza, con punte ipotizzate di 15 per il giganotosauro. Tuttavia, la loro fisionomia, pure se più massiccia e robusta rispetto a quella dell’antenato, presentava alcuni elementi chiaramente derivati dal nostro amico: le zampe anteriori, ad esempio, erano rimaste lunghe e tridattili, mentre quelle dei tirannosauridi erano molto più piccole e con solo due dita. Le mascelle, inoltre, presentavano diverse affinità con quelle dell’allosauro: da esse infatti prendevano la loro fisionomia di base (piuttosto leggere per dinosauri di quelle dimensioni).
Rappresentazione e scheletro di giganotosauro (Giganotosaurus carolinii). [queste rappresentazioni non tengono conto del piumaggio di cui molto probabilmente gli animali erano forniti]Neanche il morso dei carcarodontosauridi, infatti, era in grado di competere con quello del T-Rex, che invece presentava una bocca ben più massiccia e possente, anche se magari più corta.
Beh, almeno per una volta sembra che siamo riusciti a non farci scoprire da un ipercarnivoro affamato: ora allontaniamoci lentamente, e lasciamo l’allosauro alla sua caccia.
Giganotosaurus carolinii
Per la prossima tappa, amici, vi avverto: chi soffre di vertigini lo dica ora, perché dovremo salire molto, molto in alto.
Se vorrete ancora seguirmi, vi do appuntamento come sempre tra una settimana, per un’altra puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti.
Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla quinta puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti.
Dopo essere sfuggiti alla furia dei deinonici, direi di tornare nel tardo Giurassico, intorno ai 150 milioni di anni fa, per incontrare il placido protagonista di questo episodio. Lo vediamo proprio davanti a noi, mentre si abbevera a un piccolo corso d’acqua sfoggiando le sue grandi placche dorsali: famoso com’è, credo che già al primo sguardo l’abbiate identificato come uno stegosauro.
In realtà, il genere Stegosaurus comprende almeno tre specie (S. stenops, S. armatus, S. ungulatus), ma le diverse varietà presentano differenze anatomiche minime, tali da rendere trascurabile la loro suddivisione in questa sede. Osservando il nostro nuovo amico, ci accorgiamo subito di trovarci davanti ad un animale di grandi dimensioni: lo stegosauro poteva raggiungere 9 metri di lunghezza per un peso di 4,5 tonnellate, affermandosi così come il membro più grande della famiglia degli stegosauridi (Stegosauridae). Questo gruppo di dinosauri si è evoluto a partire dal Giurassico per estinguersi non prima del Cretaceo inferiore, diffondendosi in gran parte del pianeta: lo stegosauro vero e proprio viveva nell’odierno Nord America, mentre molti suoi parenti, come dicono i loro stessi nomi (Tuojiangosauro, Chialingosauro, Wuerhosauro…) sono stati rinvenuti in Estremo Oriente. L’Africa ospitava invece, tra gli altri, il kentrosauro (Kentrosaurus aethiopicus/longispinus) mentre l’Europa era dimora del primitivo Lexovisauro (Lexovisaurus durobrivensis).
Ipotetico scontro tra uno stegosauro e un allosauro. Notare l’impiego del thagomizer.
La caratteristica più interessante di questi ornitischi sono sicuramente le placche ossee che presentano sul dorso, in una o due file: esse sono costituite da tessuto osseo leggero, che esclude un loro utilizzo a scopo difensivo (un grande carnivoro avrebbe faticato poco per spezzarle) ma la grande concentrazione di vasi sanguigni al loro interno ha portato per lungo tempo i paleontologi a supporre che venissero impiegate per facilitare la termoregolazione dell’animale. Secondo questa ipotesi, gli stegosauridi (ritenuti, come tutti i dinosauri fino a quel momento, animali a sangue freddo) avrebbero beneficiato delle placche in quanto espansione della superficie corporea e dei condotti circolatori da esporre al sole per trarre il calore necessario e raggiungere la temperatura interna ottimale.
Tuttavia, negli ultimi decenni ha guadagnato sempre più credito l’ipotesi che vede i dinosauri come un gruppo eccezionale di rettili a sangue caldo, come uccelli e mammiferi: in questo caso, neanche la termoregolazione sarebbe dipesa dalle placche dorsali. Questa situazione si è protratta fino agli ultimi anni, quando ha iniziato a farsi strada la teoria che attribuisce ai dinosauri un metabolismo specifico e unico, che li qualificherebbe come animali “mesotermi”.
Scheletro di Stegosaurus stenops con in evidenza placche dorsali e thagomizer.
Questo termine vuole indicare una via di mezzo tra animali a sangue caldo (endotermi) e a sangue freddo (ectotermi): ciò significa che i dinosauri sarebbero stati capaci di mantenere la propria temperatura corporea a livelli non troppo oscillanti, senza tuttavia poter fare del tutto a meno dell’apporto del calore solare. I dinosauri avrebbero così beneficiato di un’indipendenza dalla temperatura esterna estranea a tutti gli altri rettili, senza per questo perdere la possibilità di rallentare notevolmente il loro metabolismo in caso di bisogno (scarsità di cibo, temperature fredde…).In questo scenario, la funzione delle placche sarebbe almeno in parte ripristinata.
Tuttavia, non è da sottovalutare neanche la possibilità di un loro impiego come riconoscimento sociale: gli stegosauri avrebbero potuto sfoggiarle per rimarcare la loro superiorità e attrarre un partner, come accade per i pavoni con la loro ruota. Le placche partivano dalla nuca del dinosauro, per proseguire aumentando via via di dimensione fino al dorso e declinare in prossimità della coda, rimpicciolendosi di nuovo: ed è all’estremità della coda stessa che gli stegosauridi disponevano della loro principale arma difensiva. Qui, infatti, troviamo quattro lunghi speroni ossei, due per lato, con una forma che li fa sembrare in tutto e per tutto a lance preistoriche. Queste escrescenze, lunghe fino a 1,5 metri nello stegosauro, vanno sotto la denominazione, diventata scientifica, di thagomizer, in onore di un cartone animato dove un cavernicolo, indicando un’incisione rupestre raffigurante uno stegosauro (scena, ovviamente, del tutto impossibile nella realtà), dava questo nome agli spuntoni.
Rappresentazione di kentrosauro (gen. Kentrosaurus) – notare la presenza di speroni simili al thagomizer su gran parte del dorso.
Fino a un decennio fa non vi erano prove evidenti che gli stegosauridi utilizzassero la coda come arma in caso di attacco. Tuttavia, nel 2005 venne ritrovata una vertebra caudale di allosauro, che dello stegosauro era il predatore principale, evidentemente perforata e successivamente guarita solo in parte: il foro è risultato compatibile con uno sperone osseo appartenente ad uno stegosauro.
Scheletro Kentrosaurus
Questo importantissimo rinvenimento unito a vari spuntoni smussati, si ritiene in seguito a combattimenti, ritrovati in precedenza, ha aumentato notevolmente la credibilità dell’ipotesi che vede un utilizzo a scopo difensivo degli speroni.
Tranquilli, al nostro amico non passa neanche lontanamente per la testa il pensiero di trapassarci: già è tanto se si è accorto della nostra presenza, e in ogni caso per lui non siamo una minaccia, lasciamolo dunque tranquillo, a bere l’acqua del suo ruscello… mentre noi ci prepariamo a fare la conoscenza del suo pericolo pubblico numero uno.
Anche per oggi, quindi, è tutto: io vi ringrazio per la fiducia che mi garantite in questo viaggio, e vi do appuntamento, come sempre tra una settimana, con un’altra puntata di Jurassic Week, la rubrica dei rettili giganti.