Dopo aver trascorso giornate intense tra boschi, ghiacciai, strade strette tra precipizi, è arrivato il momento di lasciare la terraferma e prendere la via del mare. Non è stata una vera crociera, con una lussuosa ed enorme nave, bensì un viaggio composto da tanti scali, tante navi e diversi piccoli traghetti che mi hanno portato a esplorare la frastagliata costa centrale del versante oceanico norvegese con le città di Flom, Bergen, Stavanger (e altri piccoli scali marittimi).
Tutte cittadine tipicamente nordiche, semplici, che vivono prevalentemente di pesca. L’avventura inizia nel Sognefjord: mi trovo subito ad ammirare queste gigantesche montagne che cadono a picco sul mare e che formano innumerevoli insenature. Cascate alte centinaia di metri manifestano la potenza dell’acqua dei ghiacciai che si sciolgono col sole creando un clima abbastanza mite nella zona costiera.
Nello Stavangerfjord ho persino potuto vedere alcuni esemplari di foca prendere il sole sulle rocce calde. A causa del riflesso delle possenti catene montuose sull’acqua questa risulta molto scura, ma quando la nave prende il largo e costeggia i litorali si scopre quanto sia veramente pulita e pura. Vento tra i capelli e sulla pelle, gabbiani che ti rincorrono, pesci che saltano davanti al bulbo della nave… quanta libertà ho sperimentato in questa natura, in questo oceano!
Proprio qui è nata la mia grande passione per il mare, dal desiderio di semplicità e libertà, dove finalmente non c’è campo per il telefono, dove si può pensare in religiosa pace, ascoltando la musica delle onde. Solo tu, la tua nave e l’oceano, questo grande fratello blu, come diceva Tozzi, ora nemico ora amico dell’uomo che cerca incessantemente di vivere attraverso di esso, con il turismo, con la pesca e soprattutto col petrolio.
Infatti, Il mare norvegese ha nascosto per secoli, e nasconde ancora oggi, immensi giacimenti di idrocarburo che ha fatto diventare la Scandinavia uno dei paesi leader nella produzione e distribuzione di petrolio e gas naturale utilizzati per le nostre auto, per il riscaldamento di casa e in Norvegia persino per le navi di nuova generazione al posto delle miscele comuni, più inquinanti se usate senza filtri.
Grazie a queste risorse importantissime la Norvegia ha notevolmente accresciuto le sue ricchezze e ora è in grado di garantire numerose agevolazioni e aiuti ai propri cittadini.
Rimango stupito e allo stesso tempo molto affascinato dalla vita che numerose persone scelgono di trascorre sulle piattaforme petrolifere, lontane per settimane dalle famiglie, in inverno circondati dalle onde dell’oceano che arrivano anche a 10 metri di altezza. Grande rispetto e onore a tutti questi uomini che proprio con il loro duro e complicato lavoro procurano petrolio al mondo intero, o anche solo a quelle coste norvegesi, distanti poche miglia marine, che sembrano non risentire della scienza e dell’ingegneria che si trovano al largo, sulle navi e sulle piattaforme per il carotaggio, rimanendo impassibili, immerse in una solenne tranquillità governata totalmente dalle forze della natura, dalla flora e dalla fauna.
Finalmente è arrivata l’estate! Abbiamo tutti voglia di spaparanzarci al sole in riva al mare, uscire per un aperitivo rinfrescante con gli amici… eppure l’anno scorso io ho voluto provare per una decina di giorni uno stile di vita estivo diverso. Con alcuni membri della mia famiglia sono partito per la Norvegia: prima tappa Oslo! Qui abbiamo incontrato la nostra guida e l’autista che ci avrebbero accompagnato per tutto il viaggio. Salta subito all’occhio parsimonioso quanto siano alto il costo della vita qui, ma questo vale per qualsiasi città del nord europa. All’aumentare della latitudine nord, crescono esponenzialmente anche i prezzi! Nonostante alcuni quartieri siano un po’ caotici sembra una tranquilla città di montagna: tetti spioventi per la neve, interi quartieri in legno, ma qualcosa mi fa capire che è molto di più. Rimango subito colpito dagli immensi parchi verdissimi e dalla cura che i cittadini dedicano al loro mantenimento e anche dalla piccola e modesta residenza della Famiglia Reale. Attorno al centro abitato ci sono le colline, e su una di esse si erge l’Holmenkollen Ski Jump, uno dei luoghi imperdibili dove ogni anno si disputano gare mozzafiato di salto con gli sci. Vedendolo dal basso posso solo immaginare l’ebbrezza di una discesa da 60 metri (più di 400 mslm) a folle velocità per essere catapultati in aria con l’impressione di atterrare direttamente sul tetto di qualche casa cinquecento metri più in basso e poi toccare terra in uno spiazzo sicuro. Con un po’ di adrenalina in circolo inizio il vero e proprio viaggio, lasciando la città per l’entroterra. Nonostante le ore piccole della sera precedente, qualcosa fa sì che i miei occhi non si chiudano. Tra le strette gallerie che creano un gioco di luce e buio, fuori dai finestrini, quella semplice ma purissima natura mi attira. Passiamo pascoli e immensi boschi di conifere, laghi, e con il nostro autobus ci arrampichiamo sempre di più su quelle montagne che dal basso non sembravano nemmeno così alte. Poi finalmente qualche filo di neve, qualche spanna, un metro, due! Lo splendido sole che ci ha accompagnato fino a quel momento se ne va e inizia a nevicare. A luglio, con 10 gradi. Ma non ci insegnano che l’acqua si trasforma in stato solido a 0 Celsius? La guida ci spiega che dipende da diversi fattori: l’umidità e dai componenti dell’aria, che in Italia sono completamente diversi.
Sempre più affascinato e colpito da questo mondo, scendo per una sosta proprio in cima al ghiacciaio. L’unica musica che mi andava di sentire era il rumore continuo dell’acqua delle cascate e l’urlo lanciato dalle aquile. Poi il viaggio prosegue, e lungo la discesa vedo un paese: UN PAESE CON DELLE PERSONE! Quasi non mi ricordavo il tempo di aver visto un centro abitato, in quattro ore di bus da Oslo (per circa duecento chilometri). In questo paese non vi è altro che una stavkirke, una chiesa interamente in legno, un negozio di souvenir per qualche turista che preferisce il Telemark norvegese alle spiagge del mediterraneo, e una scuola. La guida ci spiega che le scuole corrispondenti alle nostre medie ci sono in quasi ogni paese, ma che le superiori e le università ci sono solo nei centri più grandi, come Bergen, Stavanger o Tromso, e che quindi i ragazzi dei luoghi più sperduti e isolati devono abituarsi a vivere in casa con altri, condividere le spese e le abitudini, lontano dalla famiglia. Ci viene detto inoltre che vi sono ore a scuola dedicate proprio alla natura, in cui i ragazzi imparano tutto riguardo i boschi e a rispettare l’ambiente, consapevoli che quello è tutto ciò che hanno ed è qualcosa di unico che non esiste in nessun’altra parte del mondo. Mi è saltato subito in mente un ipotetico pensiero tipico del solito professorone, ovvero: “Ore di apprendimento buttate al vento soltanto per una passeggiata nei boschi…”. Questo è opinabile, credo che se si vuole sensibilizzare le nuove generazioni al rispetto e alla cura dell’ambiente bisogna partire dai bambini, e creare lo spazio per l’apprendimento di altri e diversi ambiti magari sottovalutati. Proseguiamo il viaggio, tra questa immensa natura si notano diverse casette e rimango allibito quando vengo a sapere che sono luoghi di vacanza per gli stessi norvegesi che vogliono sottrarsi, in estate, dalla vita frenetica cittadina. Ho avuto l’occasione di visitare anche Bergen e Stavanger, cittadine universitarie e molto allegre, ma definire frenetica la vita in quei luoghi mi sembra eccessivo. Questione di abitudini e punti di vista.
Mi piacerebbe, però, vedere la reazione di qualche norvegese bloccato ogni mattina sulla tangenziale di Milano, o correre tra una fermata della metro e una dell’autobus, e poi chiedere loro se la vita in Norvegia la vedono ancora così frenetica…
Al di là delle mie elucubrazioni, dopo questo stupefacente viaggio via terra finalmente si scorge, tra golfi, fiordi e insenature, una delle distese di acqua salata più grande del mondo: l’Oceano Atlantico.
Ed ecco una nave pronta ad accoglierci per un tour via mare! Se volete sapere cosa ho scoperto non vi resta che tornare qui domani per leggermi…
Cari lettori di InsideOut, tenete gli occhi chiusi ancora per un po’. No, non ce ne stiamo andando dal museo, la nostra visita non è ancora finita, abbiamo ancora qualcosa da vedere. Stiamo uscendo solo un attimo a prendere un po’ d’aria. Intanto che fate prendere un po’ di ossigeno alle vostre menti, vorrei mostrarvi questo piccolo angolino nascosto del nostro museo. Tranquilli, non è il posto dove vengono a fare la pipì i gatti o quello degli spacciatori notturni, è solo un altro luogo dove alcuni artisti hanno deciso di esprimere la vena creativa. Qui, su questo muro sporco, qualcuno ci ha visto una tela e non ha avuto paura di sfidare le istituzioni pubbliche, ha semplicemente lasciato che la sua creatività si esprimesse. Quindi questo brutto muro non è altro che un’altra sala del nostro meraviglioso museo, completamente dipinto con strati e strati di ispirazioni e concetti astratti che qualcuno è riuscito a trasformare in arte e ha voluto donarci, facendoci un regalo meraviglioso. Qui si concentra tutta la Street art che il genere umano in poco più di trent’anni è riuscito a produrre. Questa forma d’arte è probabilmente quella che è stata più discussa nel corso del tempo, e che ancora oggi non ha smesso di far parlare di sé. Molti la considerano semplicemente una forma di vandalismo, un qualcosa che infetta la società, che rovina gli spazi pubblici e che dovrebbe essere cancellata in tutti i modi possibili. Effettivamente capisco che una persona abituata a vivere in un determinato spazio si possa sentire derubata della propria città se ad un certo punto iniziano a spuntare scritte e disegni incancellabili sui muri. Altri, però, la vedono come un mezzo per esprimere le proprie opinioni (molto spesso critiche alla società odierna) e poter essere riconosciuti da tutti come Artisti (anche se, forse, non col significato che siamo soliti dare a questo termine). Questione di punti di vista.
Il primo artista di cui si ha testimonianza, che ha osato imbrattare una superficie pubblica, è un certo Antonio Bosio, un archeologo del sedicesimo secolo. Quest’uomo nel 1593 stava lavorando nelle Catacombe di Domitilla, a Roma e, attratto dalle iscrizioni che gli antichi avevano lasciato sui muri, decise di scrivere anche lui il proprio nome sulla pietra, diventando così il primo graffitaro della storia.
MILANO 14 Lug 2009 – FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI SAVOIA CATTANEO FARAVELLI p.s. la foto e’ utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e’ stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate – MILANO 2009-07-14 FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI – fotografo: Duilio Piaggesi / Fotogramma
Ci vuole ancora molto tempo prima che quest’arte venga considerata tale a livello sociale, ma da trent’anni a questa parte la Street art ne è diventata
parte integrante. Vengono organizzate mostre e musei dedicate alle opere di artisti come Bros (definito il Giotto moderno), che tappezza Milano con le sue opere in stile fumetto, oppure come l’inglese Julian Beever, che spezza ogni legame con la realtà dipingendo con dei gessetti sul terreno incredibili prospettive e catapultando l’osservatore in un nuovo mondo.
Quest’artista utilizza una tecnica molto particolare per disegnare le proprie opere: l’anamorfosi.Con quest’insolito effetto ottico, Beever riesce a costruire un nuovo universo che solamente se guardato da un punto particolare riesce a stupire il pubblico. Date un’occhiata a una sua opera vista da un punto casuale (a sinistra) e poi da quello corretto: l’immagine cambia completamente, mostrandosi come soggetto tridimensionale che ti sembra di poter toccare realmente.
Make Poverty History (Julian Beever)
Make Poverty History (Julian Beever)
Tuttavia, giustamente, moltissimi artisti di strada rimangono fedeli alle proprie radici e continuano ad esporre le proprie opere sugli edifici della città. Così fa anche l’artista Banksy, del quale la mia collega Michela ha già parlato approfonditamente. Non vi rubo altro tempo riguardo a questo artista (che stimo moltissimo), ma vi consiglio di ascoltare qui il pezzo registrato per il nostro podcast. Vi do solo qualche informazione a riguardo (anche se di lui in realtà non si sa assolutamente nulla): Bansky agisce nell’anonimato, come un supereroe, facendo comparire da un giorno all’altro le sue opere nelle più grandi città mondiali, stupendo così milioni di persone. Alcune delle sue opere come “Shop until you drop” o “Soldier pianting peace” nascondo messaggi sociali importanti contro la guerra, il consumismo e il fascismo.
Shop Until You Drop (Banksy)
Soldiers Painting Peace
Negli ultimi anni le persone si stanno aprendo sempre di più a questa nuova forma d’arte e una volta tanto l’italia si rivela essere una delle nazioni che si sta dando più da fare per far apprezzare al maggior numero possibile di persone la Street Art. Dal 2012 a Bologna si svolge il Frontier, ovvero un festival che permette la realizzazione di enormi murales su spazi donati dal comune. Sempre a Bologna si svolge il CHEAP Festival dedicato alla Poster Art, ovvero l’arte della carta, quella che prevede la decorazione dei muri non con bombolette spray, ma con cartelloni e poster. Un grande artista che lavora in questo campo è Obey.
Portada (Obey)
Un’altra iniziativa che ritengo degna di nota è stata sponsorizzata dal comune di Roma, il quale ha creato una Mappa della Street Art. Una vera e propria guida alle 330 opere di strada sparse per le 150 strade di Roma. Un grande passo avanti per un paese come il nostro che da sempre si è orgogliosamente distinto per essere il più all’avanguardia nel settore artistico.
Ecco, questa è la conclusione della nostra visita. Siamo già all’aria aperta, quindi non c’è bisogno di passare dall’uscita. In realtà, non c’è mai stata un’uscita e nemmeno un’entrata, visto che per tutto il tempo siamo rimasti con gli occhi chiusi, semplicemente immaginando di poter camminare per le sale di questo museo delle meraviglie. Non è possibile racchiudere tutta l’arte del mondo in un unico spazio, come ho provato a fare io con questi piccoli articoli, per un semplice motivo: l’Arte è ovunque. Come abbiamo visto con la Street Art, un muro sudicio e scalcinato può andare a sostituire la classica tela bianca, oppure come dimostra l’Arte Povera, un semplice straccio strappato si può trasformare nel manifesto di un’intera generazione di artisti. Il mondo ha bisogno di qualcuno che esprima la propria arte, per denunciare un evento, per diffondere un messaggio, o solamente per liberare quello che da anni sta tenendo nascosto nella propria testa. Ho imparato molte cose visitando con voi queste enormi sale decorate, ma la più importante di tutte è che ognuno ha il diritto di esprimere se stesso come la sua Arte gli chiede. Anche se non è convenzionale, o se va contro i canoni delle convinzioni sociali: ognuno deve essere libero di esprimere se stesso nella maniera a lui più spontanea.
Se volete, ora, potete riaprire gli occhi e rituffarvi nel vostro quotidiano, oppure potete tenerli chiusi ancora un po’, in caso sentiste nostalgia di questo posto. Io ho deciso di rimanere qua ancora per qualche minuto, non ho ancora finito il mio giro.
Spero di incontrarvi ancora tra queste sale, dove nulla è lasciato al caso, dove tutto nasconde un significato preciso e studiato.
Controllo, una parola dalle mille sfaccettature. Si può usare in frasi come “aspetta che controllo la lista della spesa” oppure “con questo programma posso controllare il mio pc da remoto”. Esiste, però, un altro utilizzo della parola controllo, un uso pericoloso, che a volte nasconde egoismo, odio e addirittura sfumature di pazzia.
Mi riferisco al controllo inteso come dominazione di cose, ma soprattutto di persone.
Re, imperatori, signori, dittatori… il mondo ha creato più sostantivi per descrivere figure guidate da un solo obbiettivo: controllare quanti più territori possibili, tutte le popolazioni esistenti, utilizzando spesso la forza a dimostrazione del proprio potere. Al giorno d’oggi, fortunatamente, nella maggior parte dei paesi vige la democrazia (a volte apparente, ma questo è un altro discorso), che permette di essere rappresentati e non controllati da una figura politica. Purtroppo, in alcuni paesi esiste ancora la dittatura o forme di pseudo-monarchia, che si servono del terrore per mantenere il proprio potere.
Si può avere un totale controllo su qualcuno o qualcosa? Soprattutto, è possibile controllare un’intera Nazione? Non proprio, direi, ed è la natura a dimostrarcelo: i nostri occhi hanno un limitato campo visivo, è risaputo, riuscendo a mostrarci solo ciò che è avanti a noi. E se vi dicessi che in realtà non siamo capaci nemmeno di vedere ciò che ci sta di fronte? Sembra assurdo, ma ognuno di noi ha due punti ciechi nel campo visivo, uno per ciascun occhio, posizionati nelle parti più esterne delle pupille, dovuti al passaggio del nervo ottico davanti alla retina. Il punto cieco di un occhio viene parzialmente sopperito grazie all’altra pupilla, permettendoci di vedere circa il 90% di ciò che rientra nel nostro campo visivo.
Il resto? Viene concepito dal cervello in modo verosimile, ovvero creando immagini plausibili da sostituire a quelle invisibili. Incredibile quanto il nostro cervello sia complesso, molti nemmeno si accorgono di questo difetto umano, individuabile grazie ad un facile test che lascerò alla fine dell’articolo.
Quindi, cari ragazzi che siete arrivati fino a qui, vi ho parlato di questo curioso fenomeno per aprirvi gli occhi (no, non voleva essere una battuta, per giunta anche brutta): se non riusciamo nemmeno a controllare ciò che guardiamo, a tal punto che dobbiamo ingannarci per avere la rassicurazione di vedere tutto ciò che è davanti a noi, come possiamo pretendere di controllare ogni cosa?
Non possiamo. Tutti i dittatori sono destinati a cadere e con loro l’ossessione al controllo sulle persone, perché questo è ciò che vuole la natura ed è impossibile ribellarsi ad essa senza rimanere indenni.
TEST: Coprite l’occhio sinistro, ed osservate l’immagine qui sotto con l’occhio destro. Ponetevi ad una distanza di circa 30 cm dal monitor, e fissate con l’occhio destro la croce. È importante fissare la croce senza muovere gli occhi. Muovendo avanti e indietro la testa, dovreste notare che il pallino a destra scompare e riappare alternativamente. Questo perché, quando il pallino passa attraverso il punto cieco dell’occhio destro, il cervello usa l’area circostante (completamente bianca) per riempire il pezzo mancante; funziona anche coprendosi l’occhio destro e fissando il pallino. (da Wikipedia)
“American Horror Story” si riconferma la serie più trash dell’anno… e ne sono felice! Il nuovo capitolo “Hotel” ha stupito tutti gli spettatori, che stando seduti sul loro comodo divano di casa si sono ritrovati ospiti d’onore nell’Hotel Cortez di Las Vegas. Vampiri immortali assetati di sangue, amori non ricambiati, star del cinema rinchiuse per secoli in stanze buie e una contessa spietata e affamata di vendetta; tutto questo avviene all’interno delle, apparentemente innocenti, mura dell’albergo più lussuoso della Città degli Angeli.
Ma procediamo con ordine.
Costance Langdon (alias Jessica Lange)
Tutto inizia nel 2011 quando sulla rete americana FX debutta la prima stagione della serie: “Murder House”. In questi dodici episodi si seguono le vicende degli Harmon, una famiglia che per sfuggire ad una crisi matrimoniale si trasferisce in una gigantesca villa di Los Angeles comprata a bassissimo prezzo. E ben presto si capisce pure il motivo di una spesa così poco dispendiosa: la casa è infestata dagli spiriti dei precedenti acquirenti che in un modo o nell’altro erano destinati a morire all’interno di quelle mura. Fra i vari personaggi di questa serie compare pure la signora Costance Langdon (la vicina di casa degli Harmon), interpretata dalla strepitosa Jessica Lange, destinata ad indossare gli abiti da protagonista nelle successive stagioni.
Suor Jude (alias Jessica Lange)
Presentandosi come una serie antologica, in ogni nuovo capitolo di “American Horror Story” appaiono personaggi, ambientazioni e storie nuove, ma gli attori che le interpretano rimangono gli stessi. Così Jessica nella seconda stagione (“Asylum”), abbandona le vesti di madre premurosa per indossarne altre molto più importanti: interpreterà infatti una suora, Suor Jude, a capo dell’ospedale psichiatrico di Briarcliffe, nel Massachussetts. Questa è senza ombra di dubbio la mia stagione preferita, grazie alla moltitudine di temi rappresentati (la fede, l’insanità mentale, la manipolazione del demonio e l’esistenza degli alieni) e agli stupendi personaggi portati in scena: una suora indemoniata, una assassino psicopatico e un’inarrestabile reporter, Lana Winters, che finirà prigioniera di Briarcliffe solo per aver tentato di denunciare i soprusi ai quali Suor Jude sottoponeva i suoi pazienti.
Leggendo i commenti sul web, la terza stagione “Coven”, sembra quella più apprezzata dal pubblico, ma sinceramente non la trovo la migliore. Narra di un gruppo di giovani streghe, costrette a rifugiarsi dalle grinfie dei cacciatori di taglie e a lottare contro le malvage streghe voodoo. Tutto questo mentre la strega Suprema Fiona Goode (ancora una volta interpretata da Jessica Lange) non si preoccupa di proteggere le alunne, ma guidata da uno spirito egoista ed arrivista pensa solo a conquistare la vita eterna.
Trovo i personaggi di questa stagione troppo lontani dai concetti classici di magia e stregoneria: troppo moderni. Non si capisce bene che rapporto abbiano le studentesse della congrega con la magia: sono in grado di fare cose impensabili come resuscitare i morti, ma per aprire una semplice porta ricorrono ai tradizionali metodi delle spallate. È senza senso!
L’ultimo ruolo affidato a Jessica Lange è quello di Elsa Mars, ovvero la proprietaria del circo degli orrori di “Freak Show”. Probabilmente più vicino ad un musical che ad una serie horror (soprattutto grazie agli omaggi musicali a David Bowie), ma comunque di grandissimo rispetto. Sotto i tendoni di questo incredibile circo si esibiscono coloro che gli spettatori amano definire mostri, ovvero persone con spaventose malformazioni genetiche. Grazie a questa stagione “American Horror Story” si è guadagnata il titolo di serie TV più vista sulla rete FX, e ha ottenuto quasi venti nomination agli Emmy.
la Contessa (alias Lady Gaga)
Finalmente eccoci giunti all’ultima stagione “Hotel”, che abbandona per un po’ la guida della Lange e si affida ad una nuova protagonista d’eccezione: Lady Gaga. La nota cantante ha saputo dimostrare in questo modo anche le sue doti da attrice, meritandosi anche il suo primo Golden Globe. La stagione parte un po’ in sordina, nascondendo allo spettatore per un paio di puntate la vera trama della storia. I vari intrecci dei personaggi si accavallano l’un l’altro, per poi rivelarsi parte di una più grande narrazione. Le mura dell’Hotel Cortez sono state costruite solo per celare il parco giochi del suo ideatore (e spietato assassino) James Patrick March e nascondono macabri segreti: corridoi senza uscita, stanze insonorizzate e tunnel fra le pareti per nascondere i cadaveri degli ospiti che cadono vittima del loro carnefice. Ma oltre a corpi morti e omicidi, l’hotel nasconde anche platoniche storie d’amore, ed è proprio la passione amorosa che spinge i personaggi a fare ciò che fanno. Tutti sono rincorsi da tutti, alla ricerca di un amore che nessuno sembra condividere, ma tutti cercano anche di distruggere lei, la Contessa (alias Lady Gaga), la vera proprietaria dell’albergo. Tutto è sotto il suo controllo, ogni minimo respiro esalato fra quelle mura, ma il potere non si può mantenere per sempre, e presto lo imparerà anche lei. Fra i vari personaggi troviamo Donovan (l’attraente ragazzo innamorato della Contessa, interpretato da Matt Bomer), la travestita Liz e il celeberrimo attore Rodolfo Valentino (interpretato da Finn Witrock). Il regista Ryan Murphy ha descritto questa nuova stagione come la più sanguinosa e la più spaventosa di tutte: bisogna avere uno stomaco di ferro per resistere a tutti gli spargimenti di sangue e alle terrificanti scene che colorano ogni puntata.
Che dire, non vi resta altro che accendere il televisore e calarvi in questa oscura storia di paura, angoscia e suspense. Tutto immerso nella più teatrale atmosfera trash, nella quale nulla è dato per certo e tutto può accadere, anche se completamente al di fuori dei limiti morali e sociali.
ANALISI PERSONAGGI
Vorrei addentrarmi un po’ più nello specifico della storia, cercando di scoprire qualcosa di più riguardo ai vari personaggi che animano le stagioni. Prima di iniziare vorrei però sottolineare che questa non è una serie come le altre, ma è una serie antologica, che si presenta quindi come una sorta di raccolta di più storie diverse fra loro. Infatti, le varie stagioni non solo presentano temi ed ambientazioni temporali e fisiche differenti, ma anche personaggi completamente diversi fra loro. L’unica cosa che non cambia sono gli attori principali, che possono interpretare anche più personaggi all’interno dei vari episodi (come avviene ad esempio per Finn Wittrock, che in “Hotel” interpreta sia il modello Tristan che la celeberrima star Rodolfo Valentino). È come se non fosse l’attore che interpreta il personaggio, ma il personaggio che prende vita grazie al talento dell’attore. Tuttavia, anche se queste storie sono separate l’una dall’altra e leggibili anche separatamente, sono in un qualche modo ricollegabili fra di loro: alcuni personaggi ritornano, oppure vengono fatti riferimenti a luoghi presenti in stagioni passate e così via.
Essendo terminata da poco lo quinta stagione mi sembra doveroso parlare per prima cosa della grande protagonista di “Hotel”: La Contessa. Grazie a questo personaggio Lady Gaga ha ufficialmente debuttato come attrice, e grazie alla sua meravigliosa interpretazione si è guadagnata il suo primo Golden Globe. Ecco, la Contessa è una di quei personaggi cuciti perfettamente sull’attore: non sai dove finisce la recitazione e dove inizia la realtà. Forse grazie al guanto a forma di zampa con il quale sgozza le sue vittime (che ricorda un po’ gli outfit che Lady Gaga porta in scena durante i suoi concerti), oppure all’estrema eleganza con la quale si immedesima nella parte, non so…. insomma questo personaggio le calza a pennello! Tuttavia per la prima metà degli episodi la Contessa non sembra prendere parte attiva nelle vicende principali: si percepisce l’importanza che la sua figura assume nella gerarchia dell’hotel, ma ha un carattere glaciale e un fare distaccato che utilizza per sedurre i suoi amanti e per dare ai suoi nemici l’idea di avere tutte le carte in tavola e conoscere perfettamente il gioco. Le sue certezze iniziano a vacillare quando riscopre un amore che credeva perduto da tempo, il suo primo ed unico vero amore: Rodolfo Valentino. Dopo questo avvenimento il guscio dentro al quale si nascondeva si rompe e mostra a tutti le debolezze nascoste, le sue vere emozioni e tutti i suoi piani finiscono col dissolversi nel nulla.
Il carattere dittatoriale, arrivista e spregiudicato della Contessa ricalca un po’ quello di altri personaggi già apparsi in “American Horror Story”: sto parlando di Suor Jude, Fiona Goode ed Elsa Mars, tutti interpretati dalla bellissima Jessica Lange. Prima dell’arrivo nel cast di Lady Gaga era proprio lei ad indossare le vesti di protagonista nello show (e oserei dire in un modo veramente da pelle d’oca). Tutte e tre queste donne sono al vertice della società nella quale sono inserite, una a capo dell’ospedale psichiatrico di Briarcliffe, una come Suprema della Congrega di New Orleans e l’altra è la proprietaria del famosissimo circo degli orrori di “Freak Show”. Tutte e tre sono spietate nei confronti dei nemici, ma soprattutto degli amici: non permettono a nessuno di intromettersi nei loro piani e vogliono raggiungere obiettivi molto elevati, quasi utopici. E tutte e tre finiscono col fallire. Suor Jude è a mio parare il personaggio più interessante di tutta la saga: passa dal torturare i pazienti dell’ospedale al cadere lei stessa vittima dell’insanità mentale. La strega Fiona Goode invece, dopo aver cercato per tutta la vita un modo per ottenere la vita eterna, perirà a causa del male più comune ai mortali, e al quale purtroppo neanche la magia può porre rimedio: il cancro. Per quando riguarda la talentuosa Elsa Mars, invece, bisogna dire che è l’unica che effettivamente raggiunge gli obiettivi prefissati: riesce a diventare famosa in tutto il mondo grazie alle sue esibizioni in televisione, ma ben presto si accorge di aver pagato quella notorietà sacrificando tutte le persone a lei care, rimanendo così completamente sola.
Come ho detto prima, fra le diverse stagioni si possono ricercare vari collegamenti, alcuni espliciti altri meno, e altri ancora solo ipotizzabili. Il più visibile è lo stretto legame fra “Freak Show “ e “Asylum”: in entrambe le stagioni ci viene presentata la tenerissima Pepper, una microcefala che si esibisce nello show di Elsa Mars. Essendo “Freak Show” cronologicamente anteriore ad “Asylum”, si intuisce che dopo l’allontanamento di Pepper dal circo, questo simpatico personaggio sia stato rinchiuso nell’ospedale di Suor Jude. Un altro collegamento lo possiamo trovare fra “Murder House” e “Coven”: infatti i fondatori della casa infestata della prima stagione sono i coniugi Montgomery, e una delle streghe della congrega della terza stagione si chiama proprio Madison Montgomery, lei potrebbe essere quindi una loro discendente. Anche in “Hotel” troviamo riferimenti alla prima stagione, quando la Contessa entra nella casa degli orrori per farsi operare da Charles Montgomery.
La bellezza di “American Horror Story” è che sa creare personaggi a 360 gradi, che alla fine della stagione sei in grado di conoscere perfettamente, ma che allo stesso modo continuano a stupirti. Ognuno di loro è assolutamente perfetto nella sua individualità: anche se alcuni caratteri possono assomigliarsi (come ad esempio quelli delle tre donne citate prima), ogni personaggio si dimostra originale e completo. Tutti rappresentano una caratteristica umana, come ad esempio la donna barbuta Ethel di “Freak Show” (che si presenta come il riassunto di tutte le caratteristiche di una madre apprensiva, amorevole e completamente devota al figlio), oppure la strega voodoo di “Coven” Marie Laveau – simbolo di vendetta, ma anche della lotta al razzismo, interpretata da Angela Bassett.
Voi cosa ne pensate? Quale è il vostro personaggio preferito? Preferite il dramma della tossica Sally di “Hotel”, la ribellione del giovane Tate Langdon di “Murder House” o siete più per la romantica Zoe di “Coven”?
Ultimamente mi è capitato di imbattermi nel film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Fra le scene che riprendono le immortali strade di Roma, o la ricca vita dei protagonisti, una in particolare mi ha colpito: la scena dove la piccola Carmelina viene costretta a esibirsi di fronte a un pubblico impassibile di grandi signori in giacca e cravatta. La sua non è una semplice esibizione infantile, ma è una vera e propria performance d’arte, con tela e colori. Quello che colpisce è che lei stessa è il pennello: spinta dalla frustrazione nei confronti dei genitori che l’hanno allontanata dai giochi con gli amici per renderla protagonista del loro spettacolo, questa piccola artista sfoga la sua rabbia gettando barattoli di vernice contro la tela bianca, imbrattandosi tutti i vestiti di colori e lacrime.
Guardando questa scena ho riflettuto molto sul concetto dell’Arte: dove termina il lavoro dell’artista e dove entra in gioco lo spettatore? Il quadro dipinto da Carmelina è il riassunto di un processo creativo, della sua furia personale esplicata sulla tela. Non è quindi parte della sua stessa arte anche la sua creazione?
Qui di fronte a noi, in questa sala silenziosa, nella quale si sente solo il rimbombo dei nostri passi, è seduta una donna, sola e muta. Sembra piuttosto alta, ha un volto bianco, un po’ tondeggiante sugli zigomi e ha dei capelli neri avvolti in una treccia che le ricade su una spalla. Non disturbatela! Sta pensando. Di fronte a lei c’è una sedia vuota, quella è per noi: uno alla volta possiamosederci su questa sedia e diventare parte della sua arte.
Quella appena descritta è “The Artist is present” (2010), una delle più famose Performance Art dell’ultimo periodo. L’artista Marina Abramović durante questo spettacolo ha atteso per ore e ore seduta su una sedia del MoMA di New York incrociando gli sguardi dei passanti che potevano sedersi per tutto il tempo che ritenevano necessario sulla sedia di fronte e lasciarsi guardare da Marina. Coloro che si sono seduti dicono di aver provato una pura emozione nel momento in cui l’artista gli ha osservati, costringendoli a doversi guardare all’interno, come una sorta di sguardo riflesso, alcuni si sono addirittura messi a piangere a causa del forte legame che si era creato con l’artista. Riguardo questa performance è stato girato anche un film documentario molto interessante, che vi consiglio: Marina Abramović, The artist is present”.
Questa è solo una delle performance pensate dall’artista, attraverso le quali ha esplorato le zone più nascoste del proprio intelletto, raggiungendo aree sconosciute a lei stessa. La sua prima esibizione èRythm 10 del 1973, durante la quale gioca al gioco del coltello (infilzando l’arma fra gli spazi delle dita velocemente cercando di non tagliarsi) finché non si infilza, provandoci con 20 coltelli diversi e registrandosi. Dopo aver ascoltato la registrazione tenta di rieseguire l’opera, ripetendo gli stessi errori e fondendo così quelli del passato a quelli spontanei del presente. Un’altra opera molto provocatoria è Artist must be beautiful (1975), durante la quale per un’ora Marina si pettina i capelli con una spazzola e un pettine entrambi di metallo ripetendo ad alta voce:
“L’arte è bellissima, l’artista deve essere bellissimo”
fino a quando non si ritrova con la cute sfregiata e i capelli rovinati, dimostrando che un artista rimane tale anche senza la bellezza esteriore.
Marina non è l’unica a mettersi a disposizione del pubblico, altri Performance Artist pittosto noti sono Laura Almarceguiche lavora ammassando grandi quantità di materiali utilizzati per la costruzione di un edificio in una montagna di ciottoli e detriti (ha anche esposto alla Biennale di Venezia)
oppure Ulay compagno di vita per molti anni di Marina Abramović, oppure ancora Millie Brown, la vomit artist che ingerisce liquidi colorati e poi li rigurgita sulla tela di fronte al pubblico.
L’arte in questi spettacoli è pura, in quanto non è condizionata da un bisogno di vendita dell’opera finita, ma anzi molto spesso dopo la performance non rimane più nulla se non una sedia vuota o una spazzola insanguinata. Il tutto è svolto per trasmettere un messaggio o semplicemente per impressionare gli spettatori, ciascuno dei quali ne ricava una personalissima interpretazione.
Ora non indugiamo troppo in questa stanza, la nostra artista è impegnata nella sua arte, non mi sembra rispettoso parlare mentre è completamente assorta nei suoi pensieri.
Noi ci vediamo alla prossima puntata, in queste sale meravigliose.
Oggi più che di un film o una serie TV in particolare vi parlerò in breve della filmografia di un regista-sceneggiatore, magari non acclamatissimo nell’ambiente Hollywodiano, ma certamente di grande rilievo nel panorama del cinema d’autore, il suo nome è: Lars von Trier.
Lars von Trier al 64° festival internazionale del cinema di Berlino.
Lars Trier (il “von” lo aggiunse successivamente per autocelebrarsi) nasce in Danimarca, a Copenaghen, nel 1956. Per quanto riguarda la sua vita e la sua personalità è giusto citare alcuni dettagli in quanto fondamentali per capire appieno la sua filosofia e quindi la sua filmografia. Come ci ricorda la cara Wikipedia nasce da due genitori (che chiamare liberali è un eufemismo) che credono nella completa autodeterminazione delbambino, e passerà quindi la sua infanzia in una libertà pressoché totale, scoprirà solo sul letto di morte della madre che suo padre non era il vero padre biologico e fin dall’infanzia il poveretto è vittima di decine di fobie.
Quanto questo abbia influito sulla sua personalità non so dirlo con certezza, ma Von Trier è stato molto spesso al centro dei riflettori per alcuni commenti contro il political-correct, e anche per le tematiche dei suoi film molto “anticonformiste” e anche per le accuse di blasfemia, misoginia e razzismo. Va, inoltre, tenuto conto che Lars Von Trier è stato soggetto a ricorrenti crisi di depressione che hanno avuto come risultato la nascita dei suoi film più affascinanti.
Locandina di “Dancer in the dark” primo grande successo al botteghino del regista danese, protagonista Bjork.
Il regista danese iniziò fin da giovanissimo (12-13 anni) a girare i film da lui scritti, ma i suoi primi film seri (“L‘elemento del crimine” – 1984, “Epidemic “ – 1987, “Europa” –1991), non sono un successo al botteghino ma sono comunque ben accolti dalla critica (“Europa” ad esempio vinse il premio della giuria a Cannes). La fama di Lars von Trier aumentò esponenzialmente nel 1995 quando redasse il manifesto di una nuova avanguardia cinematografica da lui stesso creata: Dogma 95.
In definitiva la regola su cui poggiava questa avanguardia era quella di avvicinarsi quanto più possibile alla crudezza della realtà, di conseguenza non erano ammessi gli effetti speciali, le luci di scena, scenografie e colonne sonore. Al periodo della Dogma appartengono “Le onde del destino”, “Gli idioti”, “Dancer in the dark” (vincitore della palma d’oro). Come potrete immaginare a partire dalle premesse i film di questa trilogia non erano volti tanto all’intrattenimento del grande pubblico quanto al lanciare un messaggio, ovvero: mostrare l’inutilità e l’autolesionismo di una vita vissuta seguendo i dettami del perdono e della pietà. Questa tematica riapparirà nel film successivo “Dogville”, e su questo vorrei spendere due parole in più in quanto lo ritengo uno dei suoi capolavori.
Innanzitutto, nonostante la parentesi della dogma fosse terminata, la mancanza di una colonna sonora e di una scenografia irreale rimane. Il set scelto è, invece, quanto mai particolare: gli attori infatti reciteranno su un palco teatrale privo di sfondo, con soltanto qualche elemento, o qualche contorno di gesso a darci riferimenti spaziali.
La trama di questo film, di oltre due ore e mezza, è semplice ma ricca di allegorie. Una giovane ragazza di nome Grace (vera e propria figura christi) apparentemente inseguita da dei gangster e ricercata dalla polizia si rifugia in un piccolo villaggio montano separato dal resto delle civiltà. In questa comunità dimenticata, ma autosufficiente, l’unica figura intellettuale è Tom, un giovane scrittore che tenta di istruire gli abitanti tenendo sermoni sulla moralità. In un primo momento gli abitanti di Dogville saranno ben felici di aiutare Grace ma ben presto, appena si renderanno conto che i rapporti di forza son tutti a loro favore, inizieranno ad approfittarsi nei modi peggiori della povera ragazza che invece di ribellarsi si limiterà a subire il tutto in uno stoico atteggiamento di non violenza e perdono. Sebbene gli avvenimenti del film siano relativamente pochi, e la maggior parte del minutaggio è occupata dal sacrificio e dalla sofferenza della protagonista, questi sono necessari ad introdurci ai 20 minuti del finale in cui il regista tenta di ribaltare, con un attacco mirato, le fondamenta etiche del cristianesimo e della nostra civiltà . Un azzardo riuscitissimo.
L’originale set di “Dogville”.
Tra gli altri film da citare necessariamente ci sono: “Antichrist” horror-gotico (genere coniato da Von Trier stesso) ritenuto dalla chiesa e dalla giuria di Cannes film eccessivamente misogino , in cui viene affrontato il tema dell’elaborazione del lutto, gli impulsi dell’Eros e del Thanatos freudiani, e il timore per il sesso femminile, e “Melancholia” (premio della giuria al festival di Cannes) altro film che ho estremamente apprezzato in cui traspare il più totale nichilismo dell’autore e nel quale, fortunatamente, non vi è la ricerca di provocazioni inutili. L’impostazioneè estremamente originale: il film vero è proprio viene introdotto da una sorta di overture di 5 minuti in cui sono mostrate le immagini chiave del film e il finale stesso. Se “Dogville” è stato completamente girato in funzione del finale, in “Melancholia” la suspence, il colpo di scena sono evitati. La trama è semplice, un pianeta delle dimensioni di Giove si sta avvicinando alla terra e anche se secondo gli esperti non ci dovrebbe essere alcun impatto le cose andranno in modo diverso. Non è un Blockbuster alla “2012” o “Armageddon”, non avremo un eroe alla ricerca disperata di un metodo per salvare il pianeta dall’apocalisse, ma ci vengono mostrate le vicende quotidiane e le differenti attitudini delle sorelle Justine e Clarie di fronte alla fine dell’umanità. Un film, quindi, che pone tutta l’attenzione sulla psicologia dei personaggi, accompagnato in sottofondo dalla ricorrente overture del “Tristano e Isotta” di Wagner e intervallato da scene oniriche che si rifanno ai quadri romantici e fiamminghi.
Tutti questi film sono accomunati da aggettivi come: disturbanti, lunghi ed estremamente lenti, drammatici, nichilisti eppure nessuna delle sue pellicole mi ha mai fatto rimpiangere il tempo speso a guardarli. Se il cinema (quando inteso come arte) si propone di avere una funzione di arricchimento allora i film di Lars Von Trier, che si concordi o meno col suo modo di vedere le cose, hanno colto nel segno
P.S. molti dei film citati contengono contenuti crudi, molto tristi e talvolta violenti. Da evitare se facilmente impressionabili o se soggetti a depressione.
Se penso ad una Serie TV che non abbia mai tradito le mie aspettative nel corso degli anni, me ne viene in mente una sola: “La vita secondo Jim”. La genialità di questo programma non sta nel semplice e puro far ridere, bensì nel dare uno spaccato di vita quotidiana, mostrando le piccole incomprensioni, gli inganni, i tranelli e tutte le tensioni che si creano all’interno della famiglia e del matrimonio. Il continuo braccio di ferro tra marito e moglie, Jim (James Belushi) e Cherill (Courtney Thorne-Smith), è il vero mordente del programma. Le alleanze stipulate da Jim con il cognato Andy (Larry Joe Campbell) e quella della stessa Cherill con sua sorella Dana (Kimberly Williams-Paisley) danno vita ad epiche battaglie tra i due fronti, basate su sciocche bugie e continui sotterfugi orditi da una parte nei confronti dell’altra. Ogni volta che viene messo in atto uno scherzo o un imbroglio, si scatena una serie di ripercussioni e vendette a catena che portano a situazioni esilaranti.
Tuttavia, alla fine, arriva sempre la riconciliazione tra le due parti offese, le quali non smettono mai di amarsi e di divertirsi allo stesso tempo. Altro ingrediente fondamentale sono i figli di Jim e Cherill che spesso, man mano che trascorrono gli anni, passano da essere ignari complici di mamma e papà, fino ad essere essi stessi i mediatori dei conflitti tra i genitori.
La serie è arrivata all’ottava stagione, dal 2003 al 2009, e negli anni sono molte le Guest Star ospitate dalla famiglia (da Cindy Crawford a Erik Estrada, da Linda Hamilton agli stessi figli di Belushi – Jamison e Robert).
La colonna sonora dell’intera serie, rigorosamente blues, è stata curata dallo stesso James Belushie la sigla è stata scritta da lui e Glen Clark; e come se non bastasse le musiche degli episodi sono suonate dai Sacred Hearts (la band di Belushi, ovviamente).
Se quindi avete voglia di farvi due sane risate e non siete amanti della comicità volgare o alla Stanlio e Ollio, allora il mio consiglio è quello di ritagliare venti minuti del vostro tempo, magari mentre lavorate al computer o fate uno spuntino, per stare un po’ in compagnia di Jim e della sua famiglia.
Un po’ di tempo fa stavo parlando con mia sorella, entrata da poco in quel mondo a sé stante che prende il nome di adolescenza, e, tra un discorso e l’altro, mi ha chiesto se ricordavo quando da piccoli immaginavamo mostri da sconfiggere e viaggi da affrontare nella nostra cameretta, sempre protagonisti di nuove avventure.
In quel momento le ho semplicemente sorriso, ricordavo tutto e quello era il mio modo per farglielo capire. Dopo qualche ora siamo andati a dormire, o meglio, lei è andata a dormire, io non ho chiuso occhio.
Perché? Me lo sono chiesto anche io. Ho realizzato che la mia insonnia era dovuta a un’angoscia, a un vuoto nello stomaco, di certo non dovuto alla fame (mamma aveva cucinato la pizza per cena). No, era qualcosa di diverso. Quella sensazione che si ha quando si è consapevoli di aver perso per sempre qualcosa. E mi è tornata in mente la conversazione con mia sorella.
“Eureka!” ha esclamato la voce nel mio cervello, la mia angoscia deriva dall’immaginazione, l’immaginazione che è sempre più lontana dai miei pensieri e che tutti, o quasi, alla mia età perdono. Il dono più grande che ci sia stato donato da un momento all’altro scompare. In un attimo l’amico immaginario smette di essere importante, le lotte contro i pirati non vengono più combattute e i viaggi nello spazio non ci vedono più protagonisti.
Perché succede? Probabilmente il pensiero di un futuro che si avvicina sempre di più, la scuola che a volte ci porta a dormire sui libri (fra Napoleone e Heisenberg). La consapevolezza che ciò che è immaginario rimarrà tale, o, semplicemente, la paura di essere emarginati da chi pensa che immaginare sia cosa da bambini.
Quella sera ho chiuso gli occhi e, senza dormire, ho immaginato di essere in uno stadio grande quanto la mia città a palleggiare con Messi e Ronaldo; di essere sul set del nuovo film della Marvel e di fare a braccio di ferro con Hulk.
Erano anni che non mi sentivo così felice senza muovermi dal mio letto.
Sognare è gratis, approfittatene prima che tassino anche questa meraviglia.
L’espressionismo astratto è un movimento artistico statunitense sviluppatosi nel XX secolo successivamente alla seconda guerra mondiale. Con l’apparire di questo fenomeno abbiamo parecchie novità: questo filone è infatti considerato come l’inaugurazione della prima tendenza “nuova” del dopoguerra, la quale sposta radicalmente la capitale artistica dall’Europa agli Stati Uniti, più precisamente da Parigi a New York. Premessa storica fondamentale in cui l’espressionismo astratto affonda le sue radici è stata l’immigrazione di moltissimi artisti europei verso l’America, in fuga dalle dittature che andarono diffondendosi nel corso del secolo. Gli artisti europei portarono con loro “embrioni” di diversi stili e tipologie d’arte che andranno a delineare aspetti caratteristici dell’espressionismo astratto: per esempio l’influenza del surrealismo, del dadaismo (l’arte anti-arte di cui Mondrian è un importante esponente), del realismo, del cubismo muralista e del surrealismo, predecessore dell’espressionismo astratto a causa dell’enfasi posta sulla creazione spontanea e automatica dell’opera.
Movimento ribelle e anarchico che si oppone ai canoni di bellezza standardizzati presenti in Europa, questa corrente artistica si propone come “rinascita” culturale, una grande luce dopo i bui anni di guerra capace di illuminare gli Stati Uniti. Vitalità e creatività sono le parole chiave di questa nuova tendenza, nota anche con il nome di action painting, che sottolinea l’urgenza del pittore di agire. L’azione non è concepita, però, in senso motorio bensì psicologico: l’artista ha e sente il bisogno di dipingere, ovvero di correre il rischio di creare qualcosa senza averlo pianificato, e di lasciare che questo “qualcosa” prenda vita.
Per capire davvero il concetto dell’agire è opportuno prendere come esempio un importante artista del periodo: Jackson Pollock. I suoi dipinti non sono il frutto di una precedente pianificazione, ma sono una creazione incosciente e automatica che viene fatta scaturire nel momento stesso in cui l’artista afferra gli strumenti per dipingere.
Paul Jackson Pollock (Cody, 28 gennaio 1912 – Long Island, 11 agosto 1956)
Pollock per le sue opere si serviva della tecnica del drip painting: i suoi capolavori prendono vita all’interno di grandi tele sulle quali con gesti casuali, istintivi e spontanei il pittore lasciava sgocciolare dal pennello macchie irregolari di colore (grandi, piccole, corte oppure parecchio allungate). Apparentemente i quadri di Pollock sono puro disordine, puro caos (possono superficialmente essere definiti “un ammasso di chiazze”), ma attraverso questo suo commento relativo alla sua Arte capiamo che non è così:
“Quando sono nel mio dipinto non sono cosciente di ciò che sto facendo. È solo dopo una sorta di fase del familiarizzare che vedo ciò a cui mi dedicavo. Non ho alcuna paura di fare cambiamenti, di stravolgere l’immagine perché il dipinto ha una vita propria, io provo a farla trapelare. È solo quando perdo il contatto col dipinto che il risultato è un disastro, altrimenti c’è pura armonia, un semplice dare e prendere, e il dipinto viene fuori bene.”
Le colonne portanti dell’espressionismo astratto sono riassunte nel discorso di Pollock, con una particolare attenzione sull’individualità dell’artista, che slegato dall’influenza di contesti storici, estetici e culturali dipinge perché ne sente una personale necessità. L’arte è per Pollock “dare e prendere”: nell’atto del dipingere l’artista agisce e sfoga un suo forte bisogno, nel frattempo l’opera ne esce vincitrice, perché fatta trapelare grazie all’aiuto di colui il quale, in questo periodo, non può esserne chiamato artefice, ma più precisamente collaboratore, ovvero colui il quale aiuta l’arte ad auto crearsi.