ART SURFING – sala 2 – POP ART by Michele Sassòli

Rise-and-shineQuante diverse interpretazioni si possono dare ad una scatola di latta? C’è chi la vede solo per ciò che è, ovvero un semplice contenitore di zuppa precotta, chi invece, con una mentalità un po’ più pratica ci può vedere un possibile vaso per fiori o un soprammobile alternativo. C’è anche chi con un banale cilindro di latta ha rivoluzionato il mondo dell’arte e ha aperto le menti delle persone ad un nuovo modo di percepirla. Questo Artista è Andy Warhol, e immagino che tutti lo associno immediatamente a una parola: Popart. Ma siamo sicuri di sapere veramente che cosa sia la Popart?

Questo movimento artistico nasce negli anni ’50 del ventesimo secolo grazie a Richard Hamilton. Con la sua opera “Just What is it that makes today’s homes so different, so appealing?” creata per la mostra “This is tomorrow” viene ritenuto il padre della Popart.

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Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? (by Richard Hamilton)

Questa serie di quadretti sono creati utilizzando i ritagli dei giornali più famosi dell’epoca incollati fra loro: in poche parole un collage. Con quest’ opera Hamilton vuole provocatoriamente immortalare la società di allora così come la vorrebbero i media, facendola inchinare di fronte alla cultura di massa. Su questo concetto si basa tutta la Popart. Un’arte non per il singolo osservatore, ma per la massa e, siccome la massa non ha volto, la sua arte deve essere il più anonima possibile. Opponendosi aspramente all’Espressionismo di inizio novecento che voleva racchiudere nell’opera tutte le emozioni del singolo artista, la Popart respinge ogni espressione dell’interiorità umana e si concentra sul mondo esterno: un mondo governato dal consumismo. Per questa ragione la comunicazione col pubblico deve essere immediata e semplice usando un linguaggio noto a tutti. Queste opere d’arte parlano il linguaggio  della pubblicità commerciale e vengono esposte al pubblico come fossero dei prodotti in serie, spogliando il soggetto di ogni possibile significato espressivo.

 

Ma come mai questi artisti hanno scelto proprio questo modo per agire? Le pubblicità arrivano in ogni angolo della città, e in questo modo la stessa Coca Cola bevuta da qualsiasi cittadino del mondo è anche quella bevuta da una star acclamata dal pubblico come Marilyn Monroe. L’obiettivo è quello di abbattere ogni frontiera sociale ed eliminare le ingiustizie fra le classi alte e quelle basse, donando a tutti stessi diritti e stesse opportunità. Ed essendo la società americana la maggior produttrice di beni di consumo, artisti come Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg o James Rosenquist vedono nell’american way of life il miglior soggetto per le proprie opere.

Durante questo periodo viene rivalutato completamente il ruolo del fumetto: lo si eleva allo status di opera artistica comunemente riconosciuta grazie all’azione di questi artisti che lo vedevano (molto pessimisticamente) come un ultimo residuo di comunicazione scritta accessibile a tutti. Così Roy Lichtenstein utilizzando immagini femminili o di guerra e applicandoli al nuovo modello sociale dell’epoca, arriva a costruire un proprio stile inconfondibile. Opere come “M-maybe”, “Crying girl” o “Whaam!” sono entrate a far parte della cultura moderna a livello internazionale. In questi piccoli fumetti il soggetto viene rappresentato utilizzando una tecnica unica: il puntinato Ben-Day ( chiamato così dall’inventore della tecnica, appunto Benjamin Day). Questo stile deriva da un tipo di iconografia industriale e, pur richiamando al pointillisme ottocentesco, dona una chiave di lettura completamente moderna ai dipinti. I puntini non sono più piccoli e ravvicinati per donare omogeneità al soggetto, ma sono al contrario grandi e distaccati fra di loro, lasciando parecchi spazi bianchi tra l’uno e l’ altro. L’intento di Lichtenstein era preciso, voleva che dalle sue immagini banali e immediate si percepisse

«(…) l’idea di realizzare quadri estremamente semplici, che dessero l’impressione di essere insensati e stupidi, con un uso del colore che desse l’impressione di non avere niente a che vedere con l’arte»

Lo stile di vita americano viene ispezionato in ogni suo dettaglio, anche attraverso la cultura del cibo, così come fa lo svedese Claes Oldenburg che utlizza come soggetti delle proprie opere prodotti alimentari (e altro) tutti facilmente acquistabili nei negozi sotto casa, ma non si limita a rappresentarli in tela, lui ingrandisce enormemente le proprie opere e le espone nelle più grandi città del mondo. Ne sono un esempio il grande cono gelato “Dropped cone” di Colonia del 2001 o lo “Spoonebridge and cherry” nel Minneapolis Sculture Garden, la scultura di un gigantesco cucchiaino di metallo con una ciliegia sulla punta . In questo modo le varie pietanze perdono il valore di bene primario indispensabile per la vita e si riducono a semplice prodotto di consumo alla portata di tutti.

Un altra tematica ampliamente analizzata dalla Popart è il mondo del cinema, più in particolare quello delle Star. Queste sono icone da tutti riconosciute e idolatrate, svestito il soggetto dall’individualità dell’artista si permette a tutti di entrare all’interno dell’opera: l’importante non è l’essere, ma l’apparire. Così James Rosenquist nell’opera “Joan Crowford says” rappresenta l’attrice intenta a pubblicizzare un prodotto che non siamo in grado di riconoscere… ma a chi interessa? L’importante è che ci sia la faccia della Star sull’etichetta.

L’immagine più nota della Popart è probabilmente Marilyn-diptychquella di Marilyn Monroe immortalata nelle quattro iconografie di Andy Warhol. Quattro fotografie che rappresentano la diva di Hollywood in quella posa plastica che l’ha resa un’icona. Attraverso quest’opera Andy sembra voler personificare il consumismo, non necessariamente in Marilyn, ma in tutti coloro che la seguono e vedono in lei l’esplicitarsi della fama e del successo, che si sa dura solo quindici minuti.campbell-warhol

L’evoluzione naturale della Popart oggi prende il nome di Neopop. Cambiano gli artisti che se ne fanno esponenti, cambiano forse i metodi di rappresentazione, ma di certo rimane invariato il messaggio che si vuole inviare. Il nome più famoso di queste corrente artistica è quello di Jeff Koons, che attraverso le sue opere come “Balloon dog” o “Gazing Ball” sembra voler riconciliare il mondo dell’arte bassa (oserei dire infantile, si sta parlando d’altronde di palle di plastica e palloncini a forma di cane) con quello dell’arte tradizionale. Sempre sulla scia di Andy Warhol, Koons immortala un’altra Star acclamata da tutto il mondo: Michael Jackson. Questa volta, però, il re del pop viene mostrato in un momento di intimità con la scimmietta Bubbles (l’opera si chiama appunto “Michael Jackson and Bubbles”), ibernando così la star in questo stato di umanità che tutti apprezzano.

Abbiamo aperto una nuova stanza del nostro museo, nella quale chi entra è attratto come un gatto da tutto ciò che sbrilluccica, ma non tutto ciò che brilla è oro. Ritengo che il mondo tenda fin troppo a sopravvalutare la Popart: alla fine si preoccupa di dare al pubblico solo ciò che questo chiede, non facendo trasparire nulla dell’autore nelle opere. L’artista non è visto come un sensibile interprete della realtà, ma come semplice manipolatore di oggetti già presenti e già conosciuti dal pubblico. Alla soggettività dell’uomo viene sostituita l’oggettività della macchina, riducendo tutto a un semplice lavoro scarno di ogni significato personale.

Lettori ed ascoltatori di InsideOut noi ci vediamo alla prossima puntata di ART SURFING  per aprire una nuova sala di questo meraviglioso museo che è la cultura umana.

 

EXCHANGE EXPERIENCE: GOODBYE NEBRASKA! by Lorenzo Gaspare Dugnani

Costruisci una casa nuova, partendo solo da un pezzo di terra e avendo tutti gli strumenti necessari, ma sei solo. Tu, la terra, gli strumenti, il tuo scopo.

Cominci a costruire le fondamenta, poi la casa: prima gli esterni e poi arrivi agli interni che saranno ricchi, belli, pieni. Quando la tua casa raggiunge il più alto valore di bellezza, te ne vai. La abbandoni. Per sempre.

Una volta lontano, ti guardi indietro e scopri che era una casa giocattolo. Immediatamente ti svegli: era solo un sogno di una notte. È finito e mai ritornerà.

Ma ora che ti sei svegliato sarai capace di costruire una casa con lo stesso valore di bellezza, o anche maggiore, ma nella tua vita reale che durerà per tanto quanto tu la vuoi far durare.

Perché? Perché hai testato questi strumenti che avevi ricevuto e ora sai come maneggiarli. Loro sono e resteranno sempre con te poiché gli insegnamenti di genitori, familiari, educatori, insegnanti, fortunatamente sono indelebili nella tua mente, ma sta a te farne corretto uso.

Questo è ciò che ho vissuto nella mia esperienza da exchange student. Quindi ora, tornando in Italia, ho notato la mia casa giocattolo e mi impegnerò al massimo per costruirla anche nella mia vita reale.

Goodbye Nebraska

You build a new house starting with just a piece of land and with all the tools needed, but you are alone. It’s just you, your land, your tools, your goal.

You start building the foundations, then the house: the outside first, then you move to the inside, that will be simply beautiful and perfect. Then, when your house reaches the highest value of beauty, you go away. You leave it. Forever.

Once you are far away from it, you turn back and you find out that it was a toy house. Suddenly you wake up: it was just a dream. It’s over, and you will never have it again.

However, now that you are awake, you are able to build a house with the same value of beauty or even higher, but in your real life, and it will last as long as you want it to last. Why? Because you have tested those tools that you had received and now you are able to handle them. They are, and they will always be, with you because what you have been taught by your parents, family, and teachers, will last forever in your mind, but it’s up to you to make the best out of it.

This is what I have lived being an exchange student. So now, going back to my country, I can see my toy house, and I will do my best to build it in my real life too.

LOST IN THE SERIES (2)_ HOW TO GET AWAY WITH MURDER by MICHELE Sassòli

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Sono la professoressa Annalise Keating e questo è Diritto Penale I, o come preferisco chiamarlo io: “Come evitare una condanna per omicidio”.

Così Annalise Keating, rispettata avvocato e docente di diritto penale, dà il benvenuto ai suoi studenti nella classe della Philadelphia University il primo giorno di lezione, e con queste parole si dà inizio anche alla prima puntata di una delle mie serie televisive preferite:Le regole del delitto perfetto (titolo originale “How to get away with murder”).

Creata da Peter Nowalk e Shonda Rhimes, ideatori e produttori anche della celeberrima serie “Grey’s Anatomy” e “Scandal”, questa nuova serie targata ABC debutta per la prima volta sulla rete americana il 25 Settembre 2014 e solo la prima puntata registra 14,12 milioni di spettatori. La storia si presenta come un thriller giudiziario, nel quale la professoressa Annalise Keating (impeccabilmente interpretata da Viola Davis), una donna totalmente dedita al suo lavoro di avvocato e terribilmente spietata contro i suoi nemici in tribunale, è affiancata dai suoi due collaboratori Frank e Bonnie e cinque fra i più svegli aspiranti avvocati frequentanti il suo corso di diritto penale.

Questi cinque ragazzi si dimostrano essere il vero fulcro della storia attorno al quale si svolgono le varie vicende: sono fondamentali per la risoluzione dei casi giudiziari di Annalise, fanno di tutto pur di trovare informazioni segrete necessarie per vincere il caso. Ve li presento brevemente: Connor Walsh – il ragazzaccio, Michaela Pratt – la figlia di papà, Asher Millston – il simpaticone, Laurel Castillio – la brava ragazza e Wes Gibbins – il preferito di Annalise. Sembra che tutto vada alla grande, fino a quando questi ragazzi non si rendono malauguratamente fautori di un omicidio: uccidono Sam, il marito della Keating nella sua stessa casa, utilizzando come arma del delitto la statua d’oro che la professoressa è solita dare in premio allo studente migliore del corso. Si intrufolano di notte nella casa di Annalise per cercare informazioni riguardanti un altro omicidio, quello di Lila Stangard, un’amante di Sam trovata morta qualche tempo prima in un acquedotto. Accusata dell’omicidio di Laila è Rebecca Sutter, la nuova fiamma di Wes, che vuole proteggerla dall’accusa in tutti i modi, anche a costo di intrufolarsi di nascosto nella villa della professoressa coinvolgendo anche i suoi amici. Una volta dentro vengono scoperti da Sam che, dopo essere stato buttato giù dalle scale, tenta di uccidere Rebecca, finendo però con la testa frantumata sul pavimento, colpito a morte da Wes che vuole proteggere la ragazza. Sarà compito di Annalise proteggere i suoi prediletti, anche a costo di mettere a rischio la sua vita sentimentale, cercando di accusare dell’omicidio di Sam l’amante Nate.

Annalise
Annalise

La serie è molto avvincente in quanto vengono affiancate due storie parallele: quella dell’omicidio e la vita dei ragazzi qualche mese prima dell’incidente, attraverso continui flashback. Lo spettatore quindi si sente completamente calato nella storia e, come un detective, deve arrivare alla soluzione dell’omicidio: nelle prime puntate viene mostrato il corpo di Sam morto, poi piano piano si vengono a scoprire i fautori del delitto e i moventi che li hanno spinti a compiere un simile gesto.

La trovo veramente una delle serie più interessanti che siano mai state girate, ad ogni puntata si scoprono nuovi pezzi del puzzle per la risoluzione dell’omicidio, e fino all’ultimo secondo dell’episodio rimani col fiatone in attesa di cosa potrebbe succedere dopo.

La prima serie è stata acclamatissima dalla critica, facendo guadagnare a Viola Davis un meritatissimo Emmy Award  ed un People’s Choice Award per le sue abilità nell’interpretare la protagonista sullo schermo, più molti altri premi per l’intero cast.

Se la prima stagione ha ammaliato milioni di spettatori, la seconda sta facendo altrettanto: nuovi casi in tribunale, nuove storie e soprattutto un nuovo incredibile omicidio che fa da sfondo a tutte le vicende….ma non voglio rivelarvi troppo!

In Italia la nuova stagione va in onda su Fox dal 20 Gennaio 2016 e per ora si sta dimostrando ancora migliore della precedente. Che dire, spero che anche voi possiate scoprire questa meravigliosa serie e mettervi nei panni dell’assassino anche per una sola sera.

Alla prossima!

 

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SUL LETTINO DI FREUD (1)_ LA GESTIONE DELLA RABBIA by Paolo Parente

Freud

Hai appena finito di cenare, ci vorrebbe proprio un bel dolce e, il caso vuole, che tu abbia passato l’intera mattinata a cucinare la tua cheescake preferita che ora, dopo più di cinque ore in frigorifero, è pronta per essere divorata. Vai in cucina, apri il frigo, prendi la cheescake e ti accorgi che è rimasta liquida.

Ecco, quella che provi in questo momento è la rabbia, o meglio l’ira, uno dei sentimenti, statisticamente parlando, che viene provato con più frequenza rispetto agli altri.

Il perché è facile da intuire: il mondo va sempre più veloce, così veloce che quasi non riusciamo a tenere il passo, e già questo ci fa girare un po’ i cosiddetti, ma la cosa che veramente ci fa gonfiare la vena sul collo è quando qualcosa, durante la nostra corsa, si intoppa, ci rallenta, e perdiamo posizioni su posizioni.

In realtà, non esiste un solo tipo di rabbia bensì tre: la prima è una rabbia occasionale – che si verifica quando ci sentiamo attaccati (in questo caso la rabbia cerca di sopprimere la paura che proviamo, una specie di fusione dove causa ed effetto si uniscono in una sola emozione che non si lascia ben analizzare); la seconda è la rabbia che molti chiamano costante – la costanza non risiede nell’emozione in sé, ma nella sensazione di essere oppresso da chiunque, portandoci a sbottare senza (spesso) una vera e propria provocazione: la terza e ultima, per fortuna, è l’ira innata – ovvero parte integrante del nostro istinto, sin dalla nascita (i portatori di questa rabbia nutrono una costante diffidenza verso le persone, oltre all’aggressività dimostrata in caso vengano provocate – no, non sono frasi prese da un documentario sui predatori della savana).

Ovviamente, nulla esiste per caso e la rabbia non fa eccezione. Infatti, è solo grazie a questo sentimento che possiamo dare sfoggio del nostro acuto spirito critico accorgendoci degli errori commessi, da noi e dagli altri, per cercare di correggerli.

Insomma, l’ira è come un filtro che ci aiuta a captare e correggere le negatività  per eliminarle quanto e quando possibile. Inoltre, la rabbia è la più importante valvola di sfogo che possa esistere! Già, immaginate di essere un pugile che scarica la tensione sul sacco da boxe: voi siete quel pugile, il sacco è l’oggetto o la persona che vi hanno fatto innervosire e la rabbia è l’energia che ti permette di scagliare i pugni (gli urli o gli insulti nel vostro caso, non vogliamo di certo far male a qualcuno!).

Ecco, ora posate sul tavolo quell’obbrobrio che dovrebbe essere una cheescake, urlategli addosso e scagliate i vostri pugni al gusto di rabbia. Una volta calmi, la rabbia residua vi porterà ad annotarvi gli errori, in modo da poter preparare un’ottima cheescake la prossima volta.

 

“THE REVENANT” by Elia Paghera

 

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INTRO
Opera d’arte, un capolavoro cinematografico, incredibile, fantastico!
Inarritu, regista della pellicola, dopo “Birdman” (
https://it.wikipedia.org/wiki/Birdman_(film) questa volta porta sul grande scherzo un film totalmente diverso.: “The Revenant”, ispirato a eventi realmente accaduti, è una storia epica sul tema della sopravvivenza e della trasformazione, sullo sfondo la frontiera americana. Costretti a lasciare il territorio incontaminato del Nord Dakota dove stavano cacciando pelli e pellicce a causa di un attacco indiano, i sopravvissuti della spedizione si affidano al leggendario esploratore Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) per trovare una via di fuga. Le scelte di Glass, e la necessità di abbandonare nei boschi le pelli e l’ipotetico guadagno, portano il rude John Fitzgerald (Tom Hardy) a una sorda frustrazione. Quando Glass viene ridotto in fin di vita dall’attacco di un’orso, e il gruppo è costretto a separarsi, Fitzgerald abbandona DiCaprio al suo destino, considerandolo spacciato. Ma, nonostante le feriti mortali e la solitudine, Glass non si arrende, non è intenzionato a soccombere. Grazie alla sua determinazione, e all’amore per sua moglie e suo figlio, percorrerà oltre 300 chilometri per scovare l’uomo che lo ha tradito.

REGIA

INNARITU+LEO
Alejandro González Iñárritu e Leonardo Di Caprio

Un film sensazionale, una regia e una fotografia impeccabili. Innumerevoli riprese al paesaggio, usando solo le luci naturali, solo luce solare, il chè è incredibile e per nulla scontato. Questa scelta ha costretto le riprese unicamente durante il giorno, alla perenne ricerca della luce perfetta per ogni ambiente, una ricerca che ha permesso di arrivare a un prodotto finale senza eguali. Grazie a questa modalità tutto è reso in maniera più realistica, ogni elemento acquista una nitidezza incredibile, ogni secondo del film può essere una fotografia da mettere in mostra in un museo d’arte.
Questo ha lasciato senza parole molti critici e molti addetti ai lavori. In un’intervista Inarritu fa notare come ai giorni nostri la gente rimanga colpita più nel vedere una mela “vera” piuttosto che una realizzata a computer.

Inarritu ha voluto esporre la forza della natura e la sua bestialità, incredibili sono le riprese dal basso che portano lo spettatore a percepire la grandezza degli alberi e della montagna, o gli spazi immensi percorsi dalle nuvole. Una pellicola che è paragonabile a un quadro di Friedrich (cliccate qui per un confronto).

La Trama, sebbene tratta da una storia vera riscritta estremizzando alcuni fatti, è molto semplice, non ha grande sviluppo e risulta quasi scontata. A differenza di tante altre pellicole, però, questa non è stata una premessa per la banalità. Due ore e mezza di trama trascorrono nella bellezza di immagini che bastano a se stesse.

Cast Eccezionale

Di Caprio in tutto il film (pur avvalendosi di quattro battute in tutto il film, trascorrendo due ore senza parlare), è stato eccezionale, nessuno avrebbe potuto togliergli il premio Oscar quest’anno! È riuscito a spingersi oltre ogni limite, vivendo sulla sua pelle le condizioni estreme in cui ha dovuto recitare e ogni emozione che intendeva comunicare. Nel film traspare tutto: la tristezza, la stanchezza la bestialità, l’istinto animalesco dell’uomo; cogliamo tutto dai suoi occhi, dalle espressioni sul suo viso, quanto si sia immedesimato nel personaggio. Nssun tipo di finzione. Veramente non ho parole. Mi inchino al suo talento, la sua devozione, la sua capacità di migliorarsi di anno in anno, pellicola dopo pellicola.

A un grande protagonista, però, si deve anteporre un grande antagonista e Tom Hardy è riuscito nell’impresa: se DiCaprio rappresenta la “bestia” a livello animale, Hardy incarna la “bestia” a livello umano. Un uomo avido, cinico, egoista e malvagio, concentrato solo sul suo ego e sulla propria sopravvivenza senza alcuna preoccupazione per i compagni. Tom Hardy mette in scena con molti dialoghi un’indole rude e implacabile, la sua bravura gli è giustamente valso l’Oscar come miglior attore non protagonista.

Non dimentichiamoci anche gli altri Oscar conquistati da The Revenant: miglior regia, miglior scenografia, miglior montaggio, migliori effetti speciali, miglior sonoro, migliori costumi, miglior trucco e acconciatura. Vi pare poco?

“The Revenant”: una paradiso per gli occhi, sia per la regia che per la recitazione, un film da vedere assolutamente, un film che consiglio vivamente a tutti coloro che hanno voglia di vivere e godersi un’avventura oltre ogni limite.

DiCaprio

LOST IN THE SERIES (1)_ VIKINGS by Nevio Moreschi

Vikings

Ciao a tutti lettori di InsideOut, sono Nevio e oggi inaugurerò una nuova rubrica:Lost in the series” che avrà come soggetto le serie televisive preferite dei vari membri della redazione.

Quella che ho scelto per voi è una serie-TV targata History Channel (tranquilli non si tratta di un documentario o simili) basata su antiche leggende scandinave che narrano delle imprese del mitico re vichingo: Ragnar Lodbrok (interpretato da Travis Fimmel), che sempre secondo le leggende si sposò con nient’altri che la figlia di Siegfriedo e Brunhilde i più famosi eroi della letteratura nordica.
Il titolo di questa serie è: Vikings, e come è facilmente intuibile saranno proprio gli uomini del nord, nel periodo della loro espansione nelle terre d’occidente (IX secolo D.C.) , ad esserne i protagonisti. Non saranno i contadini inglesi o i cavalieri difensori della cristianità a farla da padroni, e le razzie dei monasteri, i famigerati sacrifici animali e umani e le altre usanze molto originali dei normanni saranno trattate principalmente dal punto di vista di questo popolo di barbari.

Sapientemente lo sceneggiatore e ideatore della serie Michael Hirst ha deciso che ad affiancare il gruppo dei protagonisti, formato da vichinghi rozzi e muscolosi e da donne guerriere che rappresentano perfettamente la concezione che abbiamo delle ragazze scandinave, ci sarebbero stati anche personaggi come: il giovane monaco amanuense Athelstan, e il re del Wessex Ecbert (nei vostri libri di storia Egberto).
Questi personaggi ci permettono di immedesimarci con qualcuno che ha un modo di pensare e una moralità più simile alla nostra, e allo stesso tempo ci mostrano quanto il modo di vivere degli svedesi e danesi del tempo fosse incomprensibile e apparentemente inconciliabile con quello delle popolazioni cristiane.
Questa Serie TV non era nata con grandi aspettative, nel cast non ci sono attori già famosi nell’ambito del cinema internazionale, e anche la prima stagione uscita nel 2013 aveva un budget che possiamo definire discreto (40 milioni di dollari). Eppure come è successo per la ben più nota serie de “Il trono di Spade” in pochissimo tempo “Vikings” ha avuto un vertiginoso aumento dello share raggiungendo una media di spettatori pari a 3 milioni. Forse poco se confrontato con le serie della HBO o della FOX, ma un traguardo di tutto rispetto per questa produzione canadese-irlandese.
Il successo è stato confermato anche dai critici, che sul noto sito di recensioni online “Rotten Tomatoes” l’hanno pienamente promossa con un punteggio di 92 su 100 (e sono pochi i film che possono vantare un tale risultato).
Per quanto riguarda lo stile, “Vikings” segue la scia di produzioni di successo come “Spartacus” e “Il trono di Spade” non lesinando su scenedi violenza (anche se il gore non è presente) pur di avvicinarsi il più possibile alla realtà di quei tempi, e per questa ragione si discosta dalle serie citate per quanto riguarda i sottili giochi di potere parecchio improbabili nella società vichinga, in cui le questioni politiche si risolvevano a colpi di spada .
Sempre per avvicinarsi il più possibile alla realtà dei fatti nello show vengono mostrati alcuni avvenimenti storici accertati come l’attacco all’Abbazia di Lindisfarne del 791, o l’assedio di Parigi del 845, ma come già scritto non è un documentario e le inesattezze storiche sono numerose anche se non così gravi da abbandonarne la visione. Infatti, la parte romanzata è così ben costruita ed è così appassionante che se doveste iniziare a seguire la serie, di come venivano realmente puniti i monaci colpevoli di apostasia nel 800 ve ne importerà relativamente.

A rendere grandiosa questa serie contribuisce anche la colonna sonora. A quella di Trevor Morris si affianca, nelle scene dei rituali religiosi vichinghi o nei momenti più epici delle varie stagioni, la musica composta dai Wardruna un gruppo dark-folk che utilizza per le sue canzoni gli strumenti musicali e la lingua della Norvegia medievale e vi assicuro che il risultato, l’atmosfera che si viene a creare, è qualcosa di spaventoso.
Queste in breve sono le caratteristiche salienti di “Vikings”.

Se tra voi c’è qualcuno che ha avuto modo di seguirlo son curioso di sapere le vostre opinioni in merito!

Per tutti gli altri vi lascio il trailer ufficiale della prima stagione, dateci un occhiata mi raccomando:

 

ART SURFING – sala 1 – ARTE POVERA by Michele Sassòli

Rise-and-shineChiudete gli occhi. Fatevi trasportare in un altra dimensione: immaginate di varcare la soglia del museo più vasto al mondo, dove trovano custodia tutte le opere d’arte esistenti. Pensate a questi lavori frutto della fatica di uomini visionari e grandiosi, che hanno elevato l’arte ad un livello quasi divino: la perfezione della Gioconda, la maestosità della Cappella Sistina, le mille colonne del Partenone e l’immensità del Colosseo. E mentre camminiamo per le sale di questo surreale museo, dove anche la più piccola particella di polvere sembra perfettamente in relazione con l’ambiente circostante, ci imbattiamo in una grossa pila di panni sporchi e consunti che circondano un vecchio scarto di pietra: una donna raffigurata di spalle, abbandonata in quell’ammasso di sporcizia. Molti potrebbero voltare la testa e continuare la propria visita, magari soffermandosi a contemplare la penetrante morte di Marat o ad ammirare il profilo di Piero della Francesca, con naso aquilino e tonaca rossa ben lucidata, ma quello che a prima vista è sembrato un brutto rifiuto, in realtà nasconde molti più messaggi di quello che si possa pensare.

C__Data_Users_DefApps_AppData_INTERNETEXPLORER_Temp_Saved Images_venere_coloreSi chiama “La Venere degli stracci” ed è un’opera datata 1967, creata dall’artista Michelangelo Pistoletto, uno dei capisaldi della cosiddetta Arte Povera. Eh si, POVERA! Con questo termine si indica quel movimento artistico appartenente all’Arte Contemporanea, nato negli anni Sessanta del Novecento,  successivo alla Popart inglese, ma profondamente ispirato da essa. Si può dire che il movimento dell’Arte Povera sia ufficialmente iniziato nel 1967, quando il critico d’arte Germano Celant allestisce un’esposizione nella galleria genovese La Bertesca intitolata appunto “Arte Povera”. In questa mostra gli artisti non si limitano a presentare le proprie opere, ma le mostrano al pubblico sotto una luce diversa, rendendo sé stessi parti integranti delle opere. Così come la Popart tenta di riavvicinare l’arte al pubblico, l’Arte Povera si ripropone di dissolvere quella concezione sopravvalutata dell’artista e dell’opera in sé, che nel corso del tempo ha portato a considerare l’arte come un qualcosa posto un gradino più in alto rispetto alla realtà comune, un qualcosa ai limiti del sacro e dell’intoccabile. Ma se uno degli obiettivi dell’arte è rappresentare la realtà, per quale ragione quindi allontanarla dalla sensibilità umana e proteggerla con un pannello di vetro infrangibile dal contatto col pubblico?

Sia Arte PoveraPistoletto, Michelangelo (1933- ) - 1965 Vietnam (Rice University ___ che Popart cercano un modo per rivalutare la concezione dell’arte, ma lo fanno in due modi leggermente diversi (in effetti sono proprio opposti). L’arte di Andy Warhol punta al riavvicinamento al pubblico tramite la traduzione del linguaggio artistico in un linguaggio pubblicitario (più comprensibile al popolo consumista). L’Arte Povera abolisce ogni forma di commercializzazione e di industrializzazione dell’opera artistica, eliminando pennelli e tele e favorendo la produzione manuale di installazioni scenografiche attraverso la riutilizzazione di materiali scartati dai processi industriali.

Così gli artisti poveristi utilizzano oggetti comuni che tutte le persone sono in grado di comprendere (stracci sporchi, specchi, corde, pezzi di legno o di pietra), che non solo lanciano importanti messaggi sociali al pubblico, ma lo fanno in modo da includere l’osservatore nell’opera. Ne sono un esempio “Vietnam”, sempre di Pistoletto, la quale mostra la manifestazione di un gruppo di pacifisti, rappresentati tramite delle sagome fissate ad uno specchio, in modo che il pubblico passando potesse rispecchiarsi nell’opera e sentirsi parte del corteo. L’artista Mario Merz porta in scena con la sua opera “Igloo” un altro dei temi più comuni dell’Arte Povera: la multiculturalità che anima la nostra Terra. Quest’installazione è composta da strutture a forma di cupola (che riprendono appunto le fattezze di un igloo) costruite con vari materiali (pezzi di legno, metallo, vetro, neon e quant’altro) in modo da rappresentare la capacità umana di adattarsi a un determinato ambiente naturale.

È, infatti, proprio la natura la principale fonte di inspirazione per questi artisti, come ci dimostra Giovanni Anselmo con la sua “Scultura che Mangia” del 1968, nella quale due blocchi di pietra finemente lavorati schiacciano una lattuga soffocandola completamente: quest’atto simboleggia lo sfruttamento umano instancabile nei confronti della natura. Altri artisti nelle loro opere attaccano l’obsoleto concetto tradizionale dell’arte come forma perfetta e irripetibile, come fa ad esempio Giulio Paolini con “Mimesis” nel 1976. Egli propone due sculture completamente identiche raffiguranti delle statue greche classiche, dimostrando che l’arte non deriva dalla perfezione divina, ma dalla passione che muove gli artisti e che permette alle loro mani callose, sporche e imperfette di creare qualcosa di esteticamente bello e socialmente importante.

L’arte non mantiene più quel carattere trascendentale al quale era stata associata in passato: viene mostrato attraverso queste opere vittime della corrosione del tempo come questa sia da intendere come un’esperienza o un evento limitato, con un inizio e una fine. La capacità di creare qualcosa in grado di rimanere nella mente degli uomini risiede nell’abilità dell’artista che utilizza la sua opera come mezzo per diffondere i propri messaggi. Sta poi al pubblico (vero destinatario dell’arte) sentirsi parte dell’opera e con essa trovare il significato che l’autore ha voluto esprimere nell’opera stessa.

La “Venere degli Stracci” (simboleggiante l’Arte nel senso più comune del termine) non è più semplicemente sovrastata da una miriade di panni sporchi e consunti (ovvero la vita quotidiana segnata dalla fatica e dal lavoro), ma in essi sta cercando una via per interpretare se stessa, attraverso l’avvicinamento al mondo del semplice e del quotidiano che caratterizza il popolo.

Ci sono moltissime altre sale da aprire e da scoprire, moltissime altre facce della stessa medaglia da svelare, in questa meraviglioso e surreale museo. Io vorrei avventurarmi con voi in alcune di esse per provare a condividere quello che certi capolavori smuovono dentro di me, e magari conoscere nuovi mondi grazie alle vostre esperienze. Non è sempre facile dare voce alle nostre emozioni, ma quando, stando di fronte a qualcosa che mi affascina, sento quel piccolo brivido che mi sale lungo il braccio, allora capisco (nel mio piccolo) che quel qualcosa è Arte.

Allora, vi unite a me in questo viaggio?

 

 

 

RIFLESSIONI by Veronica Ponzoni

cogito-ergoUltimamente ho riflettuto sulla forza delle parole. Si, la forza non è solo un fattore legato alla fisicità, ma anche la più piccola parte di un discorso, di una frase, ha la propria potenza. Proviamo a riflettere su una parola che negli ultimi tempi è sulla bocca di tutti: guerra. La definizione generica del termine che il dizionario ci fornisce è:

“Lotta armata fra stati o coalizioni per la risoluzione di una controversia motivata da conflitti di interessi ideologici ed economici, non ammessa dalla coscienza giuridica moderna”.

All’interno della definizione a mio parere vi è una contraddizione di fondo: come può la parola “lotta” essere considerata come movente per la ricerca di una “risoluzione”?
Se davvero la guerra fosse necessaria a trovare una soluzione a conflitti economici, ma soprattutto a conflitti IDEOLOGICI, non sarebbe che il suo più gretto, barbaro e impensabile tentativo.
Soffermandomi sui conflitti ideologici avrei molto da dire, ma mi limito ad affermare che nonostante i soprusi, le violenza e il terrore, un’idea non può morire…

Pensare letteralmente di far sparire una corrente di pensiero è tanto utopico quanto inopportuno.

Il dizionario precisa che la guerra non è accettata dalla coscienza giuridica moderna, una domanda sorge spontanea: perché oggigiorno (epoca appunto moderna) si pensa di intraprenderne una? La mia affermazione è discutibile, non lo nego, ma ha il mero obiettivo di sottolineare il fatto che un termine pesante come “guerra” sia usato con eccessiva leggerezza, tanto e da tanti, non valutando appunto, la forza di questa parola.
“Facciamo guerra!”, “Per reagire serve la guerra!”, “Non c’è altra soluzione se non la guerra”: sono affermazioni estreme a cui non viene attribuito il giusto peso.
Affermazioni che fanno paura, e qui sta la potenza di una parola, per chi la può capire. Chi usa con estrema facilità questo termine dovrebbe ricordarsi che guerra significa morte, distruzione, perdita, terrore, disperazione e che alla definizione letterale del dizionario dovrebbero essere accostate considerazioni su ciò che la parola presa in esame effettivamente è.
Come possono sei lettere evocare paura? come possono sei lettere condizionare, cambiare o segnare la fine di molte vite?
Colleghiamo la forza solo a un vantaggio fisico, ma si può celare anche dietro a queste sei fantomatiche lettere.

Qual è la vostra posizione al riguardo?

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Undicesima puntata. Ultima puntata.

Oggi ragazzi e ragazze non ho voglia di scrivervi la solita ramanzina per fare il riassunto della puntata. Oggi vi chiedo col cuore di ascoltare Il nostro lavoro basandovi semplicemente sulla mia parola, che in questo caso condensa quella di ogni membro di Insideout.
Vi do un solo indizio: questa puntata siamo NOI, con tutti gli annessi e i connessi, i difetti e i pregi, le paure e le speranze.
Dico solo questo.
È l’ultima nostra puntata per l’anno scolastico 2015/2016, vi garantisco che non vi deluderà.
Buon ascolto, ci sentiamo l’anno prossimo cari ascoltatori.
Per sempre  aaaaaabbbbombaaa!!!
Andreapiana

 

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In questa puntata trovate (semplicemente):
–  MANIFESTO sul viaggio a cura della redazione di InsideOut

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–  INTERVISTA alla redazione di InsideOut e saluti
ultimo-giorno-di-scuola-cosa-fare_2aed86ddfa9ec941842034d50d79cf5bMa il nostro blog rimarrà aperto ancora per qualche settimana, per cui, RESTATE CON NOI!
Buone vacanze a tutti
dalla Redazione di InsideOut

InsideOut 03×10

testata 3x10

Ed eccoci qua, la decima puntata. La sabbia nella clessidra scolastica è agli sgoccioli, ma tra un impegno e l’altro sono certo che troverete il tempo per ascoltare anche la nuovissima puntata del nostro podcast che abbiamo confezionato perfettamente su misura per voi.

La tabella di marcia è tanto fitta quanto spumeggiante e scatta a sorpresa con ACTA DIURNA, per cui il super team (composto da Federica, Veronica, Michele e Michela) ha realizzato un pezzo sulla “scuola e la passione allo studio”. In seconda tappa troviamo ad aspettarci  SUL LETTINO DI FREUD: Michela, Bianca e Martina, per rimanere in tema, ci parlano delle “passioni buone e di quelle malate”.
Concludiamo con due pezzi che inaugurano il nostro Paiolo Magico: FUORI RUBRICA! Per questa puntata abbiamo tirato fuori davvero due belle chicche, solo per voi. Per primi compaiono Paolo e Sara con la loro “serotonina”, lasciando poi la scena ad Elia, Michele e Sandy che ci parlano un po’ di quanto sia complicato comunicare e capirsi.
Anche per la decima puntata è tutto, alla prossima.
Andreapiana

 

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In questa puntata trovate:

acta-diurna-blogLo studio questo sconosciuto. Può essere una grande passione o una condanna, dipende da come lo si prende, siete d’accordo? Ce ne parlano Federica, Veronica, Michele e Michela e ci fanno capire un po’ come vanno le cose e come, invece, dovrebbero andare. Quando si perde la motivazione allo studio non è mai colpa soltanto nostra, ma sta a noi recuperarla per poterla far fruttare e rendere il “Sapere” una possibilità per creare il nostro futuro.

 

Brano musicale scelto dalla redazione di InsideOut da Jamendo:  “One in a million”  by Michael Ellis

FreudSUL LETTINO DI FREUD presenta: la passione sana e quella malata, che diventa ossessione. Un hobby, un’amicizia, uno sport, un amore… tutto quello che ci fa muovere ha origine nella passione che sentiamo e che ci permette di destare il nostro interesse. Cosa succede quando si perde il controllo? Tutto quello che di buono la passione porta con sé viene distrutto dall’ossessione. Bianca, Michela e Martina ce ne parlano e ci fanno capire come funzionano le cose e come poter evitare di rovinare tutto.

 

 

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Brano musicale scelto dalla redazione di InsideOut da Jamendo:  “Our place”  by Arrow & Olive

fuori FUORI RUBRICA – Cosa rende migliore le nostre giornate? Un bel voto? Un successo insperato? Il sorriso della persona amata? E se vi dicessimo che tutto questo può essere aiutato dalla serotonina in circolo nel nostro corpo, nel nostro cervello? Sara e Paolo ci danno qualche consiglio per incrementare la nostra serotonina e farle fare bene il suo duro lavoro.

 

Brano musicale scelto dalla redazione di InsideOut da Jamendo:  “Promises and plans”  by Lilly Wolf

fuoriCom’è difficile comunicare! Com’è facile fraintendere! Elia e Michele, con l’aiuto di Sandy, hanno escogitato un modo creativo per mettere in scena l’incomunicabilità. Le differenze di ceto sembrano una cosa d’altri tempi, vero? Forse non è proprio così, fateci caso.

 

 

Alla prossima settimana con l’ultimissima puntata della terza stagione di InsideOut-il podcast del Liceo Bagatta!