LOST IN THE SERIES (7)_ AMERICAN HORROR STORY by MICHELE Sassòli

American-Horror-Story-Renewed-Season-5

“American Horror Story” si riconferma la serie più trash dell’anno… e ne sono felice! Il nuovo capitolo “Hotel” ha stupito tutti gli spettatori, che stando seduti sul loro comodo divano di casa si sono ritrovati ospiti d’onore nell’Hotel Cortez di Las Vegas. Vampiri immortali assetati di sangue, amori non ricambiati, star del cinema rinchiuse per secoli in stanze buie e una contessa spietata e affamata di vendetta; tutto questo avviene all’interno delle, apparentemente innocenti, mura dell’albergo più lussuoso della Città degli Angeli.

Ma procediamo con ordine.

Jessica Lange
Costance Langdon (alias Jessica Lange)

Tutto inizia nel 2011 quando sulla rete americana FX debutta la prima stagione della serie: “Murder House”. In questi dodici episodi si seguono le vicende degli Harmon, una famiglia che per sfuggire ad una crisi matrimoniale si trasferisce in una gigantesca villa di Los Angeles comprata a bassissimo prezzo. E ben presto si capisce pure il motivo di una spesa così poco dispendiosa: la casa è infestata dagli spiriti dei precedenti acquirenti che in un modo o nell’altro erano destinati a morire all’interno di quelle mura. Fra i vari personaggi di questa serie compare pure la signora Costance Langdon (la vicina di casa degli Harmon), interpretata dalla strepitosa Jessica Lange, destinata ad indossare gli abiti da protagonista nelle successive stagioni.

5aa1185693643ee675875952a0f00041
Suor Jude (alias Jessica Lange)

Presentandosi come una serie antologica, in ogni nuovo capitolo di “American Horror Story” appaiono personaggi, ambientazioni e storie nuove, ma gli attori che le interpretano rimangono gli stessi. Così Jessica nella seconda stagione (“Asylum”), abbandona le vesti di madre premurosa per indossarne altre molto più importanti: interpreterà infatti una suora, Suor Jude, a capo dell’ospedale psichiatrico di Briarcliffe, nel Massachussetts. Questa è senza ombra di dubbio la mia stagione preferita, grazie alla moltitudine di temi rappresentati (la fede, l’insanità mentale, la manipolazione del demonio e l’esistenza degli alieni) e agli stupendi personaggi portati in scena: una suora indemoniata, una assassino psicopatico e un’inarrestabile reporter, Lana Winters, che finirà prigioniera di Briarcliffe solo per aver tentato di denunciare i soprusi ai quali Suor Jude sottoponeva i suoi pazienti.

Leggendo i commenti sul web, la terza stagione “Coven”, sembra quella più apprezzata dal pubblico, ma sinceramente non la trovo la migliore. Narra di un gruppo di giovani streghe, costrette a rifugiarsi dalle grinfie dei cacciatori di taglie e a lottare contro le malvage streghe voodoo. Tutto questo mentre la strega Suprema Fiona Goode (ancora una volta interpretata da Jessica Lange) non si preoccupa di proteggere le alunne, ma guidata da uno spirito egoista ed arrivista pensa solo a conquistare la vita eterna.

Trovo i personaggi di questa stagione troppo lontani dai concetti classici di magia e stregoneria: troppo moderni. Non si capisce bene che rapporto abbiano le studentesse della congrega con la magia: sono in grado di fare cose impensabili come resuscitare i morti, ma per aprire una semplice porta ricorrono ai tradizionali metodi delle spallate. È senza senso!

jessica_lange_AHS4L’ultimo ruolo affidato a Jessica Lange è quello di Elsa Mars, ovvero la proprietaria del circo degli orrori di “Freak Show”. Probabilmente più vicino ad un musical che ad una serie horror (soprattutto grazie agli omaggi musicali a David Bowie), ma comunque di grandissimo rispetto. Sotto i tendoni di questo incredibile circo si esibiscono coloro che gli spettatori amano definire mostri, ovvero persone con spaventose malformazioni genetiche. Grazie a questa stagione “American Horror Story” si è guadagnata il titolo di serie TV più vista sulla rete FX, e ha ottenuto quasi venti nomination agli Emmy.

lady-gaga-ahs-hotel-glove
la Contessa (alias Lady Gaga)

Finalmente eccoci giunti all’ultima stagione “Hotel”, che abbandona per un po’ la guida della Lange e si affida ad una nuova protagonista d’eccezione: Lady Gaga. La nota cantante ha saputo dimostrare in questo modo anche le sue doti da attrice, meritandosi anche il suo primo Golden Globe. La stagione parte un po’ in sordina, nascondendo allo spettatore per un paio di puntate la vera trama della storia. I vari intrecci dei personaggi si accavallano l’un l’altro, per poi rivelarsi parte di una più grande narrazione. Le mura dell’Hotel Cortez sono state costruite solo per celare il parco giochi del suo ideatore (e spietato assassino) James Patrick March e nascondono macabri segreti: corridoi senza uscita, stanze insonorizzate e tunnel fra le pareti per nascondere i cadaveri degli ospiti che cadono vittima del loro carnefice. Ma oltre a corpi morti e omicidi, l’hotel nasconde anche platoniche storie d’amore, ed è proprio la passione amorosa che spinge i personaggi a fare ciò che fanno. Tutti sono rincorsi da tutti, alla ricerca di un amore che nessuno sembra condividere, ma tutti cercano anche di distruggere lei, la Contessa (alias Lady Gaga), la vera proprietaria dell’albergo. Tutto è sotto il suo controllo, ogni minimo respiro esalato fra quelle mura, ma il potere non si può mantenere per sempre, e presto lo imparerà anche lei. Fra i vari personaggi troviamo Donovan (l’attraente ragazzo innamorato della Contessa, interpretato da Matt Bomer), la travestita Liz e il celeberrimo attore Rodolfo Valentino (interpretato da Finn Witrock). Il regista Ryan Murphy ha descritto questa nuova stagione come la più sanguinosa e la più spaventosa di tutte: bisogna avere uno stomaco di ferro per resistere a tutti gli spargimenti di sangue e alle terrificanti scene che colorano ogni puntata.

Che dire, non vi resta altro che accendere il televisore e calarvi in questa oscura storia di paura, angoscia e suspense. Tutto immerso nella più teatrale atmosfera trash, nella quale nulla è dato per certo e tutto può accadere, anche se completamente al di fuori dei limiti morali e sociali.

ANALISI PERSONAGGI

Vorrei addentrarmi un po’ più nello specifico della storia, cercando di scoprire qualcosa di più riguardo ai vari personaggi che animano le stagioni. Prima di iniziare vorrei però sottolineare che questa non è una serie come le altre, ma è una serie antologica, che si presenta quindi come una sorta di raccolta di più storie diverse fra loro. Infatti, le varie stagioni non solo presentano temi ed ambientazioni temporali e fisiche differenti, ma anche personaggi completamente diversi fra loro. L’unica cosa che non cambia sono gli attori principali, che possono interpretare anche più personaggi all’interno dei vari episodi (come avviene ad esempio per Finn Wittrock, che in “Hotel” interpreta sia il modello Tristan che la celeberrima star Rodolfo Valentino). È come se non fosse l’attore che interpreta il personaggio, ma il personaggio che prende vita grazie al talento dell’attore. Tuttavia, anche se queste storie sono separate l’una dall’altra e leggibili anche separatamente, sono in un qualche modo ricollegabili fra di loro: alcuni personaggi ritornano, oppure vengono fatti riferimenti a luoghi presenti in stagioni passate e così via.

American-Horror-Story-Hotelahs_502_0342d_hires2_jpg_1400x0_q85-e1450537994310Essendo terminata da poco lo quinta stagione mi sembra doveroso parlare per prima cosa della grande protagonista di “Hotel”: La Contessa. Grazie a questo personaggio Lady Gaga ha ufficialmente debuttato come attrice, e grazie alla sua meravigliosa interpretazione si è guadagnata il suo primo Golden Globe. Ecco, la Contessa è una di quei personaggi cuciti perfettamente sull’attore: non sai dove finisce la recitazione e dove inizia la realtà. Forse grazie al guanto a forma di zampa con il quale sgozza le sue vittime (che ricorda un po’ gli outfit che Lady Gaga porta in scena durante i suoi concerti), oppure all’estrema eleganza con la quale si immedesima nella parte, non so…. insomma questo personaggio le calza a pennello! Tuttavia per la prima metà degli episodi la Contessa non sembra prendere parte attiva nelle vicende principali: si percepisce l’importanza che la sua figura assume nella gerarchia dell’hotel, ma ha un carattere glaciale e un fare distaccato che utilizza per sedurre i suoi amanti e per dare ai suoi nemici l’idea di avere tutte le carte in tavola e conoscere perfettamente il gioco. Le sue certezze iniziano a vacillare quando riscopre un amore che credeva perduto da tempo, il suo primo ed unico vero amore: Rodolfo Valentino. Dopo questo avvenimento il guscio dentro al quale si nascondeva si rompe e mostra a tutti le debolezze nascoste, le sue vere emozioni e tutti i suoi piani finiscono col dissolversi nel nulla.

Il carattere dittatoriale, arrivista e spregiudicato della Contessa ricalca un po’ quello di altri personaggi già apparsi in “American Horror Story”: sto ahs_coven_ajfalflsfdparlando di Suor Jude, Fiona Goode ed Elsa Mars, tutti interpretati dalla bellissima Jessica Lange. Prima dell’arrivo nel cast di Lady Gaga era proprio lei ad indossare le vesti di protagonista nello show (e oserei dire in un modo veramente da pelle d’oca). Tutte e tre queste donne sono al vertice della società nella quale sono inserite, una a capo dell’ospedale psichiatrico di Briarcliffe, una come Suprema della Congrega di New Orleans e l’altra è la proprietaria del famosissimo circo degli orrori di “Freak Show”. Tutte e tre sono spietate nei confronti dei nemici, ma soprattutto degli amici: non permettono a nessuno di intromettersi nei loro piani e vogliono raggiungere obiettivi molto elevati, quasi utopici. E tutte e tre finiscono col fallire. Suor Jude è a mio parare il personaggio più interessante di tutta la saga: passa dal torturare i pazienti dell’ospedale al cadere lei stessa vittima dell’insanità mentale. La strega Fiona Goode invece, dopo aver cercato per tutta la vita un modo per ottenere la vita eterna, perirà a causa del male più comune ai mortali, e al quale purtroppo neanche la magia può porre rimedio: il cancro. Per quando riguarda la talentuosa Elsa Mars, invece, bisogna dire che è l’unica che effettivamente raggiunge gli obiettivi prefissati: riesce a diventare famosa in tutto il mondo grazie alle sue esibizioni in televisione, ma ben presto si accorge di aver pagato quella notorietà sacrificando tutte le persone a lei care, rimanendo così completamente sola.

Come ho detto prima, fra le diverse stagioni si possono ricercare vari collegamenti, alcuni espliciti altri meno, e altri ancora solo ipotizzabili. Il più visibile è lo stretto legame fra “Freak Show “ e “Asylum”: in entrambe le stagioni ci viene presentata la tenerissima Pepper, una microcefala che si esibisce nello show di Elsa Mars. Essendo “Freak Show” cronologicamente anteriore ad “Asylum”, si intuisce che dopo l’allontanamento di Pepper dal circo, questo simpatico personaggio sia stato rinchiuso nell’ospedale di Suor Jude. Un altro collegamento lo possiamo trovare fra “Murder House” e “Coven”: infatti i fondatori della casa infestata della prima stagione sono i coniugi Montgomery, e una delle streghe della congrega della terza stagione si chiama proprio Madison Montgomery, lei potrebbe essere quindi una loro discendente. Anche in “Hotel” troviamo riferimenti alla prima stagione, quando la Contessa entra nella casa degli orrori per farsi operare da Charles Montgomery.

La bellezza di “American Horror Story” è che sa creare personaggi a 360 gradi, che alla fine della stagione sei in grado di conoscere perfettamente, ma che allo stesso modo continuano a stupirti. Ognuno di loro è assolutamente perfetto nella sua individualità: anche se alcuni caratteri possono assomigliarsi (come ad esempio quelli delle tre donne citate prima), ogni personaggio si dimostra originale e completo. Tutti rappresentano una caratteristica umana, come ad esempio la donna barbuta Ethel di “Freak Show” (che si presenta come il riassunto di tutte le caratteristiche di una madre apprensiva, amorevole e completamente devota al figlio), oppure la strega voodoo di “Coven” Marie Laveau – simbolo di vendetta, ma anche della lotta al razzismo, interpretata da Angela Bassett.

Voi cosa ne pensate? Quale è il vostro personaggio preferito? Preferite il dramma della tossica Sally di “Hotel”, la ribellione del giovane Tate Langdon di “Murder House” o siete più per la romantica Zoe di “Coven”?

A voi la parola!

ART SURFING – sala 4 – PERFORMANCE ART by Michele Sassòli

Rise-and-shineUltimamente mi è capitato di imbattermi nel film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Fra le scene che riprendono le immortali strade di Roma, o la ricca vita dei protagonisti, una in particolare mi ha colpito: la scena dove la piccola Carmelina viene costretta a esibirsi di fronte a un pubblico impassibile di grandi signori in giacca e cravatta. La sua non è una semplice esibizione infantile, ma è una vera e propria performance d’arte, con tela e colori. Quello che colpisce è che lei stessa è il pennello: spinta dalla frustrazione nei confronti dei genitori che l’hanno allontanata dai giochi con gli amici per renderla protagonista del loro spettacolo, questa piccola artista sfoga la sua rabbia gettando barattoli di vernice contro la tela bianca, imbrattandosi tutti i vestiti di colori e lacrime.

Guardando questa scena ho riflettuto molto sul concetto dell’Arte: dove termina il lavoro dell’artista e dove entra in gioco lo spettatore? Il quadro dipinto da Carmelina è il riassunto di un processo creativo, della sua furia personale esplicata sulla tela. Non è quindi parte della sua stessa arte anche la sua creazione?

Qui di fronte a noi, in questa sala silenziosa, nella quale si sente solo il rimbombo dei nostri passi, è seduta una donna, sola e muta. Sembra piuttosto alta, ha un volto bianco, un po’ tondeggiante sugli zigomi e ha dei capelli neri avvolti in una treccia che le ricade su una spalla. Non disturbatela! Sta pensando. Di fronte a lei c’è una sedia vuota, quella è per noi: uno alla volta possiamosederci su questa sedia e diventare parte della sua arte.

Marina_Abramovicě,_The_Artist_is_Present,_2010_(2)
Marina_Abramovicě,_The_Artist_is_Present,_2010_(2)

Quella appena descritta è “The Artist is present”  (2010), una delle più famose Performance Art dell’ultimo periodo. L’artista Marina Abramović durante questo spettacolo ha atteso per ore e ore seduta su una sedia del MoMA di New York incrociando gli sguardi dei passanti che potevano sedersi per tutto il tempo che ritenevano necessario sulla sedia di fronte e lasciarsi guardare da Marina. Coloro che si sono seduti dicono di aver provato una pura emozione nel momento in cui l’artista gli ha osservati, costringendoli a doversi guardare all’interno, come una sorta di sguardo riflesso, alcuni si sono addirittura messi a piangere a causa del forte legame che si era creato comarina_350x517n l’artista. Riguardo questa performance è stato girato anche un film documentario molto interessante, che vi consiglio: Marina Abramović, The artist is present”.

Questa è solo una delle performance pensate dall’artista, attraverso le quali ha esplorato le zone più nascoste del proprio intelletto, raggiungendo aree sconosciute a lei stessa. La sua prima esibizione è Rythm 10  del 1973, durante la quale gioca al gioco del coltello (infilzando l’arma fra gli spazi delle dita velocemente cercando di non tagliarsi) finché non si infilza, provandoci con 20 coltelli diversi e registrandosi. Dopo aver ascoltato la registrazione tenta di rieseguire l’opera, ripetendo gli stessi errori e fondendo così quelli del passato a quelli spontanei del presente. Un’altra opera molto provocatoria è Artist must be beautiful  (1975), durante la quale per un’ora Marina si pettina i capelli con una spazzola e un pettine entrambi di metallo ripetendo ad alta voce:

“L’arte è bellissima, l’artista deve essere bellissimo”

fino a quando non si ritrova con la cute sfregiata e i capelli rovinati, dimostrando che un artista rimane tale anche senza la bellezza esteriore.

Marina non è l’unica a mettersi a disposizione del pubblico, altri Performance Artist pittosto noti sono Laura Almarcegui che lavora ammassando grandi quantità di materiali utilizzati per la costruzione di un edificio in una montagna di ciottoli e detriti (ha anche esposto alla Biennale di Venezia)

oppure Ulay compagno di vita per molti anni di Marina Abramović, oppure ancora Millie Brown, la vomit artist che ingerisce liquidi colorati e poi li rigurgita sulla tela di fronte al pubblico.

L’arte in questi spettacoli è pura, in quanto non è condizionata da un bisogno di vendita dell’opera finita, ma anzi molto spesso dopo la performance non rimane più nulla se non una sedia vuota o una spazzola insanguinata. Il tutto è svolto per trasmettere un messaggio o semplicemente per impressionare gli spettatori, ciascuno dei quali ne ricava una personalissima interpretazione.

Ora non indugiamo troppo in questa stanza, la nostra artista è impegnata nella sua arte, non mi sembra rispettoso parlare mentre è completamente assorta nei suoi pensieri.

Noi ci vediamo alla prossima puntata, in queste sale meravigliose.

Ssshht, fate piano ad uscire però!

“Il Regista del Nichilismo: Lars von Trier” by Nevio Moreschi

Get-Your-Ticket-blog

Oggi più che di un film o una serie TV in particolare vi parlerò in breve della filmografia di un regista-sceneggiatore, magari non acclamatissimo nell’ambiente Hollywodiano, ma certamente di grande rilievo nel panorama del cinema d’autore, il suo nome è: Lars von Trier.

Lars von Trier al 64° festival internazionale del cinema di Berlino.
Lars von Trier al 64° festival internazionale del cinema di Berlino.

Lars Trier (il “von” lo aggiunse successivamente per autocelebrarsi) nasce in Danimarca, a Copenaghen, nel 1956. Per quanto riguarda la sua vita e la sua personalità è giusto citare alcuni dettagli in quanto fondamentali per capire appieno la sua filosofia e quindi la sua filmografia. Come ci ricorda la cara Wikipedia nasce da due genitori (che chiamare liberali è un eufemismo) che credono nella completa autodeterminazione delbambino, e passerà quindi la sua infanzia in una libertà pressoché totale, scoprirà solo sul letto di morte della madre che suo padre non era il vero padre biologico e fin dall’infanzia il poveretto è vittima di decine di fobie.

Quanto questo abbia influito sulla sua personalità non so dirlo con certezza, ma Von Trier è stato molto spesso al centro dei riflettori per alcuni commenti contro il political-correct, e anche per le tematiche dei suoi film molto “anticonformiste” e anche per le accuse di blasfemia, misoginia e razzismo. Va, inoltre, tenuto conto che Lars Von Trier è stato soggetto a ricorrenti crisi di depressione che hanno avuto come risultato la nascita dei suoi film più affascinanti.

Locandina di "Dancer in the dark" primo grande successo al botteghino del regista danese, protagonista Bjork.
Locandina di “Dancer in the dark” primo grande successo al botteghino del regista danese, protagonista Bjork.

Il regista danese iniziò fin da giovanissimo (12-13 anni) a girare i film da lui scritti, ma i suoi primi film seri (“L‘elemento del crimine” – 1984, “Epidemic “ – 1987, “Europa” –1991), non sono un successo al botteghino ma sono comunque ben accolti dalla critica (“Europa” ad esempio vinse il premio della giuria a Cannes). La fama di Lars von Trier aumentò esponenzialmente nel 1995 quando redasse il manifesto di una nuova avanguardia cinematografica da lui stesso creata: Dogma 95.

In definitiva la regola su cui poggiava questa avanguardia era quella di avvicinarsi quanto più possibile alla crudezza della realtà, di conseguenza non erano ammessi gli effetti speciali, le luci di scena, scenografie e colonne sonore. Al periodo della Dogma appartengono “Le onde del destino”, “Gli idioti”, “Dancer in the dark” (vincitore della palma d’oro). Come potrete immaginare a partire dalle premesse i film di questa trilogia non erano volti tanto all’intrattenimento del grande pubblico quanto al lanciare un messaggio, ovvero: mostrare l’inutilità e l’autolesionismo di una vita vissuta seguendo i dettami del perdono e della pietà. Questa tematica riapparirà nel film successivo Dogville”, e su questo vorrei spendere due parole in più in quanto lo ritengo uno dei suoi capolavori.

Innanzitutto, nonostante la parentesi della dogma fosse terminata, la mancanza di una colonna sonora e di una scenografia irreale rimane. Il set scelto è, invece, quanto mai particolare: gli attori infatti reciteranno su un palco teatrale privo di sfondo, con soltanto qualche elemento, o qualche contorno di gesso a darci riferimenti spaziali.

La trama di questo film, di oltre due ore e mezza, è semplice ma ricca di allegorie. Una giovane ragazza di nome Grace (vera e propria figura christi) apparentemente inseguita da dei gangster e ricercata dalla polizia si rifugia in un piccolo villaggio montano separato dal resto delle civiltà. In questa comunità dimenticata, ma autosufficiente, l’unica figura intellettuale è Tom, un giovane scrittore che tenta di istruire gli abitanti tenendo sermoni sulla moralità. In un primo momento gli abitanti di Dogville saranno ben felici di aiutare Grace ma ben presto, appena si renderanno conto che i rapporti di forza son tutti a loro favore, inizieranno ad approfittarsi nei modi peggiori della povera ragazza che invece di ribellarsi si limiterà a subire il tutto in uno stoico atteggiamento di non violenza e perdono. Sebbene gli avvenimenti del film siano relativamente pochi, e la maggior parte del minutaggio è occupata dal sacrificio e dalla sofferenza della protagonista, questi sono necessari ad introdurci ai 20 minuti del finale in cui il regista tenta di ribaltare, con un attacco mirato, le fondamenta etiche del cristianesimo e della nostra civiltà . Un azzardo riuscitissimo.

L'originale set di "Dogville".
L’originale set di “Dogville”.

Tra gli altri film da citare necessariamente ci sono: “Antichrist” horror-gotico (genere coniato da Von Trier stesso) ritenuto dalla chiesa e dalla giuria di Cannes film eccessivamente misogino , in cui viene affrontato il tema dell’elaborazione del lutto, gli impulsi dell’Eros e del Thanatos freudiani, e il timore per il sesso femminile, e Melancholia” (premio della giuria al festival di Cannes) altro film che ho estremamente apprezzato in cui traspare il più totale nichilismo dell’autore e nel quale, fortunatamente, non vi è la ricerca di provocazioni inutili. L’impostazioneè estremamente originale: il film vero è proprio viene introdotto da una sorta di overture di 5 minuti in cui sono mostrate le immagini chiave del film e il finale stesso. Se “Dogville” è stato completamente girato in funzione del finale, in “Melancholia” la suspence, il colpo di scena sono evitati. La trama è semplice, un pianeta delle dimensioni di Giove si sta avvicinando alla terra e anche se secondo gli esperti non ci dovrebbe essere alcun impatto le cose andranno in modo diverso. Non è un Blockbuster alla “2012” o “Armageddon”, non avremo un eroe alla ricerca disperata di un metodo per salvare il pianeta dall’apocalisse, ma ci vengono mostrate le vicende quotidiane e le differenti attitudini delle sorelle Justine e Clarie di fronte alla fine dell’umanità. Un film, quindi, che pone tutta l’attenzione sulla psicologia dei personaggi, accompagnato in sottofondo dalla ricorrente overture del “Tristano e Isotta” di Wagner e intervallato da scene oniriche che si rifanno ai quadri romantici e fiamminghi.

Tutti questi film sono accomunati da aggettivi come: disturbanti, lunghi ed estremamente lenti, drammatici, nichilisti eppure nessuna delle sue pellicole mi ha mai fatto rimpiangere il tempo speso a guardarli. Se il cinema (quando inteso come arte) si propone di avere una funzione di arricchimento allora i film di Lars Von Trier, che si concordi o meno col suo modo di vedere le cose, hanno colto nel segno

P.S. molti dei film citati contengono contenuti crudi, molto tristi e talvolta violenti. Da evitare se facilmente impressionabili o se soggetti a depressione.

LOST IN THE SERIES (6)_ LA VITA SECONDO JIM by ANDREAPIANA

La_vita_secondo_Jim

Se penso ad una Serie TV che non abbia mai tradito le mie aspettative nel corso degli anni, me ne viene in mente una sola: “La vita secondo Jim”. La genialità di questo programma non sta nel semplice e puro far ridere, bensì nel dare uno spaccato di vita quotidiana, mostrando le piccole incomprensioni, gli inganni, i tranelli e tutte le tensioni che si creano all’interno della famiglia e del matrimonio. Il continuo braccio di ferro tra marito e moglie, Jim (James Belushi) e Cherill (Courtney Thorne-Smith), è il vero mordente del programma. Le alleanze stipulate da Jim con il cognato Andy (Larry Joe Campbell) e quella della stessa Cherill con sua sorella Dana (Kimberly Williams-Paisley) danno vita ad epiche battaglie tra i due fronti, basate su sciocche bugie e continui sotterfugi orditi da una parte nei confronti dell’altra. Ogni volta che viene messo in atto uno scherzo o un imbroglio, si scatena una serie di ripercussioni e vendette a catena che portano a situazioni esilaranti.

Tuttavia, alla fine, arriva sempre la riconciliazione tra le due parti offese, le quali non smettono mai di amarsi e di divertirsi allo stesso tempo. Altro ingrediente fondamentale sono i figli di Jim e Cherill che spesso, man mano che trascorrono gli anni, passano da essere ignari complici di mamma e papà, fino ad essere essi stessi i mediatori dei conflitti tra i genitori.

19029b_FOX_NuovaVitasecondoJim_b_2006 ABC, INC.

La serie è arrivata all’ottava stagione, dal 2003 al 2009, e negli anni sono molte le Guest Star ospitate dalla famiglia (da Cindy Crawford a Erik Estrada, da Linda Hamilton agli stessi figli di Belushi – Jamison e Robert).

La colonna sonora dell’intera serie, rigorosamente blues, è stata curata dallo stesso James Belushi e la sigla è stata scritta da lui e Glen Clark; e come se non bastasse le musiche degli episodi sono suonate dai Sacred Hearts (la band di Belushi, ovviamente).

Se quindi avete voglia di farvi due sane risate e non siete amanti della comicità volgare o alla Stanlio e Ollio, allora il mio consiglio è quello di ritagliare venti minuti del vostro tempo, magari mentre lavorate al computer o fate uno spuntino, per stare un po’ in compagnia di Jim e della sua famiglia.

Buon divertimento!

SUL LETTINO DI FREUD (3)_ IMMAGINAZIONE, NON SOLO PER BAMBINI by Paolo Parente

Freud

Un po’ di tempo fa stavo parlando con mia sorella, entrata da poco in quel mondo a sé stante che prende il nome di adolescenza, e, tra un discorso e l’altro, mi ha chiesto se ricordavo quando da piccoli immaginavamo mostri da sconfiggere e viaggi da affrontare nella nostra cameretta, sempre protagonisti di nuove avventure.

In quel momento le ho semplicemente sorriso, ricordavo tutto e quello era il mio modo per farglielo capire. Dopo qualche ora siamo andati a dormire, o meglio, lei è andata a dormire, io non ho chiuso occhio.

Perché? Me lo sono chiesto anche io. Ho realizzato che la mia insonnia era dovuta a un’angoscia, a un vuoto nello stomaco, di certo non dovuto alla fame (mamma aveva cucinato la pizza per cena). No, era qualcosa di diverso. Quella sensazione che si ha quando si è consapevoli di aver perso per sempre qualcosa. E mi è tornata in mente la conversazione con mia sorella.

“Eureka!” ha esclamato la voce nel mio cervello, la mia angoscia deriva dall’immaginazione, l’immaginazione che è sempre più lontana dai miei pensieri e che tutti, o quasi, alla mia età perdono. Il dono più grande che ci sia stato donato da un momento all’altro scompare. In un attimo l’amico immaginario smette di essere importante, le lotte contro i pirati non vengono più combattute e i viaggi nello spazio non ci vedono più protagonisti.

Perché succede? Probabilmente il pensiero di un futuro che si avvicina sempre di più, la scuola che a volte ci porta a dormire sui libri (fra Napoleone e Heisenberg). La consapevolezza che ciò che è immaginario rimarrà tale, o, semplicemente, la paura di essere emarginati da chi pensa che immaginare sia cosa da bambini.

Quella sera ho chiuso gli occhi e, senza dormire, ho immaginato di essere in uno stadio grande quanto la mia città a palleggiare con Messi e Ronaldo; di essere sul set del nuovo film della Marvel e di fare a braccio di ferro con Hulk.

Erano anni che non mi sentivo così felice senza muovermi dal mio letto.

Sognare è gratis, approfittatene prima che tassino anche questa meraviglia.

 

“L’ESPRESSIONISMO ASTRATTO” by Veronica Ponzoni

Rise-and-shine

L’espressionismo astratto è un movimento artistico statunitense sviluppatosi nel XX secolo successivamente alla seconda guerra mondiale. Con l’apparire di questo fenomeno abbiamo parecchie novità: questo filone è infatti considerato come l’inaugurazione della prima tendenza “nuova” del dopoguerra, la quale sposta radicalmente la capitale artistica dall’Europa agli Stati Uniti, più precisamente da Parigi a New York. Premessa storica fondamentale in cui l’espressionismo astratto affonda le sue radici è stata l’immigrazione di moltissimi artisti europei verso l’America, in fuga dalle dittature che andarono diffondendosi nel corso del secolo. Gli artisti europei portarono con loro “embrioni” di diversi stili e tipologie d’arte che andranno a delineare aspetti caratteristici dell’espressionismo astratto: per esempio l’influenza del surrealismo, del dadaismo (l’arte anti-arte di cui Mondrian è un importante esponente), del realismo, del cubismo muralista e del surrealismo, predecessore dell’espressionismo astratto a causa dell’enfasi posta sulla creazione spontanea e automatica dell’opera.
Movimento ribelle e anarchico che si oppone ai canoni di bellezza standardizzati presenti in Europa, questa corrente artistica si propone come “rinascita” culturale, una grande luce dopo i bui anni di guerra capace di illuminare gli Stati Uniti. Vitalità e creatività sono le parole chiave di questa nuova tendenza, nota anche con il nome di action painting, che sottolinea l’urgenza del pittore di agire. L’azione non è concepita, però, in senso motorio bensì psicologico: l’artista ha e sente il bisogno di dipingere, ovvero di correre il rischio di creare qualcosa senza averlo pianificato, e di lasciare che questo “qualcosa” prenda vita.
Per capire davvero il concetto dell’agire è opportuno prendere come esempio un importante artista del periodo: Jackson Pollock. I suoi dipinti non sono il frutto di una precedente pianificazione, ma sono una creazione incosciente e automatica che viene fatta scaturire nel momento stesso in cui l’artista afferra gli strumenti per dipingere.

POLLOCK
Paul Jackson Pollock (Cody, 28 gennaio 1912 – Long Island, 11 agosto 1956)


Pollock per le sue opere si serviva della tecnica del drip painting: i suoi capolavori prendono vita all’interno di grandi tele sulle quali con gesti casuali, istintivi e spontanei il pittore lasciava sgocciolare dal pennello macchie irregolari di colore (grandi, piccole, corte oppure parecchio allungate). Apparentemente i quadri di Pollock sono puro disordine, puro caos (possono superficialmente essere definiti “un ammasso di chiazze”), ma attraverso questo suo commento relativo alla sua Arte capiamo che non è così:

“Quando sono nel mio dipinto non sono cosciente di ciò che sto facendo. È solo dopo una sorta di fase del familiarizzare che vedo ciò a cui mi dedicavo. Non ho alcuna paura di fare cambiamenti, di stravolgere l’immagine perché il dipinto ha una vita propria, io provo a farla trapelare. È solo quando perdo il contatto col dipinto che il risultato è un disastro, altrimenti c’è pura armonia, un semplice dare e prendere, e il dipinto viene fuori bene.”

Le colonne portanti dell’espressionismo astratto sono riassunte nel discorso di Pollock, con una particolare attenzione sull’individualità dell’artista, che slegato dall’influenza di contesti storici, estetici e culturali dipinge perché ne sente una personale necessità. L’arte è per Pollock “dare e prendere”: nell’atto del dipingere l’artista agisce e sfoga un suo forte bisogno, nel frattempo l’opera ne esce vincitrice, perché fatta trapelare grazie all’aiuto di colui il quale, in questo periodo, non può esserne chiamato artefice, ma più precisamente collaboratore, ovvero colui il quale aiuta l’arte ad auto crearsi.

LOST IN THE SERIES (5)_ BREAKING BAD by Elia Paghera

BB

Ci sono storie che ti rimangono impresse, storie che ti segnano, storie che incidono sulla tua vita, storie che sebbene siano distanti da te e dalla tua routine ti colpiscono a tal punto da coinvolgerti emotivamente. Credi di conoscere personalmente i personaggi di queste storie, ti affezioni a loro, vorresti aiutarli o vorresti essere giudice delle loro azioni, vorresti non perderli mai e continuare a passare del tempo con loro, e nel momento in cui la storia finisce è come se una parte di te ti salutasse e dicesse: ”Grazie di tutto!”.
Breaking Bad”  è una storia che stabilisce un legame con te, un legame chimico che saprai apprezzare proprio grazie ai suoi personaggi.
Walter White (interpretato da Bryan Cranston) è un professore di chimica che per mantenere la famiglia fa due lavori, un uomo la cui vita non ha assolutamente niente di speciale, un uomo come tanti che da un giorno all’altro si ritrova a combattere qualcosa più forte di lui: il cancro. Il cancro è qualcosa che ti divora dall’interno e che si espande, privandoti di tutto, trasformandoti in qualcosa di diverso. Il cancro è la morte che prende forma. Conoscendo perfettamente la chimica, White decide, una volta incontrato un suo ex-alunno, Jesse Pinkman (Aaron Paul) durante una sommossa della DEA (organizzazione anti-droga), di cucinare metanfetamina per lasciare in eredità alla sua povera famiglia denaro per vivere.
Trailer 1^stagione per farvi un idea :


“Lottare contro il cancro” e “produrre metanfetamina” saranno le due ossessioni capaci di dare vita a un nuovo Mr.White. La trasformazione è totale, White diventa prima un bugiardo e poi il male si impossessa di lui. Il suo comportamento andrà
al di là della pura e semplice necessità di cavarsela, o anche dell’avidità, Mr. White, episodio dopo episodio, diventa egli stesso, metaforicamente parlando, un drogato. La sua condizione di cuoco di metanfetamina  gli dà la possibilità di fare ciò che, forse, ha sempre voluto: dare un senso alla propria esistenza, sentirsi vivo soprattutto ora che la morte è sempre più vicina.

BB_CAST

IL CAST

Qui Vince Gilligan (regista) focalizza la sua attenzione fin dall’inizio. Dai primi episodi, dove vediamo la modesta famiglia di Walter vivere una vita relativamente tranquilla (la moglie Skyler (Anna Gunn ) e il figlio Walter jr – con distrubi mentali e problemi alle gambe, interpretato da RJ Mitte ) trascorrono le giornate serenamente, agli episodi che si susseguono con un cambiamento graduale e di forte impatto nello sviluppo della trama. Hank (Dean Norris), cognato di Walter nonché agente delle DEA, sicuro del suo lavoro incomberà in situazioni sempre più pericolose che incideranno moltissimo sulla sua personalità. Jesse Pinkman – aiutante e ex-alunno di Walter, da semplice ragazzotto di strada, diventerà sempre più responsabile della sua vita, commettendo diversi errori che lo formano e caratterizzano. Gli avversari di Walter (in arte Heisenberg) tra cui Gustavo Fring, (re della droga e personaggio perfetto interpretato in modo perfetto da Giancarlo Esposito) e Mike, killer al servizio di Gus. C’è tempo per approfondire persino i personaggi minori, c’è tempo per ridere grazie all’avvocato Saul Goodman (Bob Odenkirk), per commuoversi con scene estremamente drammatiche, per esaltarsi con colpi di genio e frasi ad effetto mai banali. E allora si salta sulla sedia per un “I’m the danger” o un “Say my name“, ci si alza dalla poltrona urlando quando ti ammazzano il personaggio preferito o ti scappano parole forti quando quello che non ti aspettavi, immancabilmente, succede.
Solo un cast eccezionale poteva far sì che i tratti psicologici potessero cambiare in maniera così realistica: Bryan Cranston, Aaron Paul – i due protagonisti della serie, nonché vincitori di ben 6 Emmy Award come Miglior Attore Protagonista e 3 Emmy Awards per Miglior Attore Non Protagonista, innalzano certamente il livello della serie. Due personaggi legati da un rapporto quasi paterno, che li dividerà e li unirà, portandoti ad amarli e odiarli. Ecco un piccolo assaggio :

 

CONCLUSIONE
Tutto funziona in “Breaking Bad”. Tutto è perfetto: i dialoghi, la sceneggiatura, gli attori, le musiche, la regia.
Questa è l’intervista al creatore Vince Gilligan:


Breaking Bad” non è una semplice Serie TV di consumo e chi vi partecipa non è stato messo lì per caso. E quando il finale arriva, che ti esalti oppure no, capisci benissimo di aver assistito a un capolavoro e si rimane impietriti chiedendosi cosa ne sarà adesso della propria vita, dove e come trovare qualcosa che almeno si avvicini a una delle migliori Serie TV di tutti i tempi (
Guinness World Records l’ha nominata la serie con la più alta valutazione di tutti i tempi, citando la quinta stagione con il punteggio di 99/100 secondo Metacritic). Ha vinto numerosi premi, tra cui : sedici Emmy Award, otto Satellite Award, dodici Saturn Award, sei WGA Award, due Golden Globe e tanti altri ). Perché di questo si tratta, quando parliamo di “Breaking Bad”. Perché di cose come questa sarebbe meglio non parlare e abbandonarsi semplicemente alla sua visione.

Anzi, se non l’avete ancora vista fatelo subito, che siate appassionati o no del genere, perché ne vale davvero la pena. Credetemi sulla parola, e vedrete che potrete anche voi come me, con le lacrime agli occhi guardare i titoli di coda dell’ultimo episodio dicendo:  “Grazie di tutto!”.

BB2Dove posso guardare Breaking Bad?
-Se avete un account NETFLIX : https://www.netflix.com/it/title/70143836
-Amazon Serie Completa : http://www.amazon.it/Breaking-Bad-Serie-Completa-Dvd/dp/B00HJTC7PG
-Amazon 1^ stagione : http://www.amazon.it/Breaking-Bad-Stagione-01-Dvd/dp/B004FY0E7G

 

ART SURFING – sala 3bis – AVANGUARDIE by Michele Sassòli

Rise-and-shine

Rieccoci qui, in questa sala ad osservare questi meravigliosi dipinti nati dal genio di artisti ribelli e visionari, noti come Avanguardisti . Nell’articolo di ieri abbiamo commentato la violenza del colore degli Espressionisti, la deformazione delle immagini dei Cubisti e i corpi in movimento dei Futuristi italiani. Oggi continueremo la nostra visita esplorando altri manifesti in favore della Morte dell’Arte Tradizionale, e scopriremo nuovi modi di rivoluzionare il mondo artistico che hanno fatto rizzare in testa tutti i capelli dei critici contemporanei.

Il movimento di cui parliamo adesso nasce da un gruppo di fuggitivi: loro sono degli intellettuali europei che per sfuggire all’imminente Prima Guerra Mondiale si rifugiarono in Svizzera. Il 5 Febbraio 1916 aprono il Cabaret Voltaire, un locale a Zurigo, e durante le loro serate questi artisti portavano in scena le proprie opere: nasce così il movimento Dadaista. La parola Dada (che identifica questo movimento) non vuol dire assolutamente nulla, ma proprio per questa ragione viene utilizzata, per manifestare il distacco dal razionalismo borghese in modo da abbattere tutte le strutture che componevano l’Arte ricca.

“Irrazionalità” è la parola chiave per descrivere questo movimento: niente deve avere per forza un senso logico, basta che sia in grado di provocare la sensibilità del pubblico e suscitare nelle persone una qualsiasi reazione. Cosa c’è di più illogico del caso? La casualità è la musa che muove questi artisti, ciò che li spinge nel loro processo creativo.

Per fare un poema dadaista.

Prendete un giornale. Prendete delle forbici. Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza che contate di dare al vostro poema.

Ritagliate l’articolo. Ritagliate quindi con cura ognuna delle parole che formano questo articolo e mettetele in un sacco. Agitate piano.

Tirate fuori quindi ogni ritaglio, uno dopo l’altro, disponendoli nell’ordine in cui hanno lasciato il sacco.

Copiate coscienziosamente. Il poema vi assomiglierà.”

Ecco come i Dadaisti vedevano il loro modo di procedere, tutto dettato dalla casualità degli eventi; tutto è arte (o nulla è arte, dipende da che punto di vista lo si legge). È chiaro, quindi, che ormai la capacità artistica non dipenda più dalle abilità manuali dell’autore, ma dalla sua ingegnosità nel trovare un’idea che colpisca l’osservatore.

Marcel Duchamp (maggior esponente del dadaismo) crea così i ready-made , ovvero opere nate dal semplice assemblaggio di oggetti comuni e già esistenti nella realtà: ruote di bicicletta, orinatoi, ferri da stiro… tutta la realtà che ci circonda è composta da piccoli pezzi di arte che solo chi ha un occhio da artista è in grado di cogliere e fare suo.

Si stacca totalmente dalla realtà l’Astrattismo, che nelle sue forme e colori confusi e apparentemente senza senso nasconde profondi significati e simboli non concepibili se ci si limita a un solo sguardo. Nell’opera non si trova un vero e proprio legame col reale, ma essa vive di un’autonomia propria, sufficiente a descriverla solo tramite se stessa, senza il bisogno di cercare collegamenti col reale. Colui che viene ritenuto il creatore di questa corrente è Vasilij Vasil’evič Kandinskij . Questo artista, con la sua opera anonima (semplicemente definita “Acquerello”) getta le basi per la corrente astrattistica, dipingendo sulla tela dei semplici schizzi di colore, lasciando che sia il suo subconscio a guidarlo nella creazione dell’opera. Con questo modo di dipingere l’autore ritorna a una pittura infantile, semplice, spontanea, slegata dai condizionamenti tipici dell’età matura, di tipo sociale o politico. Tuttavia questa libertà artistica di cui gli artisti astrattistici si vantavano non venne completamente accettata dal mondo esterno, quello reale. Infatti, nel periodo nazista moltissimi quadri di Kandinskij vennero confiscati e nascosti, essendo ritenuti un esempio della degenerazione dell’arte e della società.

"Acquerello" (Vasilij Kandinskij)
“Acquerello” (Vasilij Kandinskij)

In un mondo a cavallo tra due guerre mondiali, dove la propria individualità si andava perdendo ogni giorno di più, è ovvio che l’arte non avrebbe potuto farsi mettere i piedi in testa senza reagire. Ispirati dagli studi sulla psicoanalisi di Freud, alcuni artisti iniziarono a portare sulle proprie tele una nuova realtà, una visione intima e personale che trova un’esplicazione solo nell’interiorità dell’artista stesso, solamente nei suoi sogni. Nasce il movimento Surrealista, che io trovo il più affascinante che si sia mai mostrato ai nostri occhi. Questi artisti cercano di dare una definizione ai propri sogni, in modo da scoprire in maniera sempre più dettagliata la propria interiorità e la propria conoscenza. Il mondo che si tenta di interpretare non è astratto, è un mondo vero, ma soltanto per l’artista che lo vive nell’attimo in cui si addormenta, qunado si stacca dalle fatiche del mondo oggettivo e si cala negli antri più inesplorati del proprio cervello, dove risiedono la nostre paure inconsce. Di questa corrente fa parte anche il mio artista preferito (colui che ritengo l’artista per eccellenza): Salvador Dalì . Quest’uomo ha dato all’arte un nuovo volto, facendosi portabandiera del movimento Surrealista, senza nascondere le proprie paure e le proprie insicurezze al pubblico, ma incanalandole tutte nella propria disciplina artistica. La sua opera più famosa è sicuramente “La persistenza della memoria” , dipinta in due ore dopo aver indagato a lungo sul problema filosofico della mollezza del formaggio. In questa tela viene mostrato un paesaggio deserto, nel quale tre orologi si stanno sciogliendo al sole. Questo soggetto rappresenta simbolicamente la relatività del tempo, mostra come il tempo in un sogno scorra parallelamente rispetto a quello reale: appena ci si cala nel nostro subconscio quattro ore possono in verità corrispondere a quattro minuti, questo perché quando siamo immersi nei nostri sogni e nelle nostre passioni non ci rendiamo conto del tempo che scorre.

salvadordali-thepersistenceofmemory1931
“La persistenza della memoria” (Salvador Dalì)

Un altro dei pittori surrealisti più famosi è il belga René Magritte (sempre uno dei miei preferiti). Nelle sue opere Magritte non cerca di mostrare il suo subconscio, ma tenta di mostrare i lati ignoti dell’universo, giocando con effetti ottici e visivi. Lo possiamo notare ad esempio in “Passeggiata di Euclide”  nella quale la tela dipinta si fonde col paesaggio oltre la finestra, un modo per esprimere come la realtà e l’arte siano due facce della stessa medaglia.

01-euclide
“Passeggiata di Euclide” (René Magritte)

 

Questa sala è veramente enorme!

Ci sarebbero ancora moltissime cose di cui parlare, moltissime tele ancora da svelare. Nemmeno queste quattro mura sono in grado di contenere tutte le opere ribelli che il genere umano è stato in grado di produrre: se alzate lo sguardo potete vedere addirittura i quadri scendere appesi al soffitto!

Il mondo dell’arte è veramente immenso, è un luogo magico nel quale tutto quello che viene prodotto dalla tua mente ha un senso.

Anche due semplici linee colorate, o una mela sospesa sul volto di un uomo, in questa realtà personale e soggettiva possono trovare un significato unico e irripetibile.

La nostra visita non è ancora terminata, rimanete con me per scoprire le prossime sale, alla prossima!

 

ART SURFING – sala 3 – AVANGUARDIE by Michele Sassòli

Rise-and-shineOgni epoca ha le sue icone ribelli: Giovanna d’Arco, Nicolò Copernico, Madonna, Steve Jobs, e la lista sarebbe ancora lunga. Tutte persone che hanno avuto la giusta dose di coraggio per andare controcorrente e scoprire nuovi mondi ancora inesplorati. Così anche il mondo dell’arte ha avuto la sua bella dose di giovani ribelli, che hanno sfidato le tradizioni, sviluppando nuovi modi di concepire la figura umana e l’utilizzo del colore. In questa meravigliosa e gigantesca sala vedremo i capolavori di quegli artisti che hanno sperimentato per primi, ovvero le Avanguardie.

Con questo termine ci si riferisce a tutti quei nuovi movimenti nati a partire dall’inizio del Novecento che, come le prime file di un esercito (le avanguardie appunto) si muovono su un territorio sconosciuto e inesplorato, pronti a scontrarsi con l’avanzata nemica, ovvero la critica. Cubisti, espressionisti, futuristi, surrealisti… tutti artisti che propongono innovativi e diversi modi di intendere l’arte, ma con un qualcosa in comune: un manifesto che riassume le caratteristiche del movimento in questione, creato per attrarre nuovi artisti al seguito. Nietzsche diceva:

“Distruggere per ricostruire”.

Così gli avanguardisti promuovono la morte dell’arte tradizionale, si oppongono alla conformità e sperimentano nuove tecniche per Vedere l’Arte.

Quanti di voi si sono imbattuti in un qualsiasi quadro di Arte Contemporanea pensando: “Cosa caspita ha voluto dipingere l’autore?”. Alcuni contengono solo forme geometriche apparentemente insensate e senza correlazioni col reale, ma è proprio questa la provocazione che questi artisti vogliono lanciare al pubblico. L’opera necessita un lavoro di lettura approfondito e sentito: non è semplice degustazione, ma è un viaggio all’interno del piatto (la tela), alla scoperta di ogni sapore e sensazione possibile.

Come ho detto questa sala è enorme (grazie al cielo!), quindi ci servirà parecchio tempo per scoprirla tutta. Il nostro mondo è ricco di ribelli che vogliono fare sentire le proprie opinioni senza la paura di affrontare nuove terre sulle quali nessuno ha mai messo piede. La prima avanguardia che si impone nel contesto culturale novecentesco prende il nome di Espressionismo e , anche se gli artisti più noti di questa corrente provengono dalla Germania, le basi per questo movimento le gettano i francesi, nel 1905. Gli artisti che aderirono al manifesto vennero chiamati in tono spregiativo dalla critica Les Fauves, letteralmente: le belve. Sulla tela queste persone non riproducevano il mondo esteriore nella sua più pura realtà, ma semplificavano al massimo il disegno (arrivando addirittura solo a disegnare il contorno delle figure) per dare più valore al colore, vera anima dell’opera. Non ci si limitava quindi alla semplice sensualità del soggetto, ma la violenza cromatica serviva all’osservatore da mezzo per esplorare le zone più intime della propria interiorità.

La_danza
La danza (Henri Matisse)

In un’opera come “La danza” di Henri Matisse si nota subito come il vero protagonista della tela sia il colore: i cinque soggetti sono dotati di un’espressività proveniente da non si sa dove, accentuata ancora di più dal forte contrasto che il rosa dei corpi nudi ha sul cielo azzurro.

5 donne
Cinque donne per strada (Ernst Ludwig Kirchner)

La stessa corrente si sviluppa anche in Germania con il nome di “Die Brücke” (“Il ponte”, un ponte simbolico che colleghi l’artista ai nuovi modi espressivi avanguardisti). Rispetto agli espressionisti francesi questi artisti aggiungono alle proprie opere una maggiore drammaticità, una traduzione triste e pessimistica della realtà, come avviene per “Cinque donne per strada” di Ernest Kirchner, nel quale queste cinque signore borghesi (o cinque prostitute per la strada) hanno i volti grigi e cadaverici e sono immerse in una spettrale luce verde.

Se gli espressionisti si preoccupavano di smontare i canoni pittorici tradizionali elevando il colore ad un livello superiore rispetto alla forma, il lavoro opposto viene svolto dai Cubisti. Le opere di Picasso (maggior esponente dell’arte cubista), come ad esempio “Les Damoiselles d’Avignon”  possono sembrare confuse e insensate a un

Les Damoiselles d'avignon (Picasso)
Les Damoiselles d’avignon (Picasso)

occhio estraneo, ma considerate da un punto di vista avanguardistico questi quadri sono estremamente realistici, in quanto rappresentano la sregolatezza dello sguardo sul reale, creando una visione d’insieme senza doverci spostare dal nostro punto d’osservazione.

Il Castello de la Roche Guyone (Braque)
Il Castello de la Roche Guyone (Braque)

Il nome Cubismo deriva da una delle opere di Georges Braque, descritta da Matisse come “insieme di piccoli cubi” e in effetti opere come Il castello di La Roche Guyon appaiono come piccole forme cuboidali, ma non cubi perfetti. Il naturalismo tradizionale voleva l’arte come rappresentazione della realtà esattamente come veniva osservata dall’occhio umano, ma esso riesce solo a percepire la “verosimiglianza” della realtà. Infatti, un cubo come lo vedono i nostri occhi, avrà una struttura deformata dalla prospettiva: i cubisti prendono questo cubo e lo scompongono nelle sue facce, in modo da costruire (provocatoriamente) una realtà più perfetta di quella dei naturalisti. Il dipinto si manifesta per questa ragione come un riassunto della ricerca che l’autore ha fatto attorno al soggetto, dandone in tal modo una visione completa.

In un certo senso i cubisti ritornarono a dipingere cosi come facevano gli antichi egizi, dimenticandosi della prospettiva, anche se in un modo più consapevole; i Futuristi,  invece, si propongono come interpreti del mondo in continuo cambiamento, indirizzato verso il futuro. La nascita del futurismo ha una data precisa: 20 febbraio 1909, giorno nel quale lo scrittore Filippo Tommaso Marinetti pubblica il Manifesto del Futurismo.

“Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità.”

Questo scrive Marinetti nel suo Manifesto. I Futuristi vogliono esprimere ciò che caratterizza il loro mondo nuovo, un mondo che si muove veloce

Forme uniche della continuità dello spazio (Boccioni)
Forme uniche della continuità dello spazio (Boccioni)

come un’auto in corsa, volto a nuove esperienze e a nuove scoperte. Umberto Boccioni si fa portabandiera di questo movimento tramite le sue opere. La più nota è sicuramente la scultura “Forme uniche della continuità dello spazio” (1913), raffigurata anche sul retro delle monete da venti centesimi italiane. Quest’opera riassume in un solo sguardo tutte le definizioni che si potrebbero dare a voce del futurismo: rappresenta una figura riconoscibile come umana, ma con forme e strutture artificiose, come se appartenessero non a un uomo, ma a una macchina. L’opera congela il movimento in un solo istante, ma ruotando attorno alla figura questa riprende vita, modificando drasticamente il proprio aspetto, evolvendosi in una nuova manifestazione di sé.

Forme uniche della continuità dello spazio (Boccioni)
Forme uniche della continuità dello spazio (Boccioni)

Quanto è bella l’arte quando con un solo sguardo è in grado di esprimere mille concetti nascosti e impolverati nel nostro animo. Certe volte quello che ci fa provare non è nemmeno descrivibile a parole perché non esiste un modo per tradurre i nostri sentimenti in qualcosa di comprensibile a chiunque. Il lavoro svolto da un artista a mio parere è il più rispettabile di tutti: egli si denuda completamente di fronte a un pubblico cercando di condividere i propri pensieri e le sensazioni più intime che possiede. E tre volte di più va il mio rispetto a tutte quelle persone che han fatto questo esponendosi in un territorio completamente inesplorato, facendo diventare pubblico quello che prima era solo una sinapsi nel loro cervello.

Hey, aspettate! Non andatevene, questa sala è ancora piena di opere da svelare. Forse oggi non abbiamo tempo di visitarla tutta, ma domani ci possiamo trovare ancora qui per scoprire moltissimi altri nuovi manifesti e artisti che si sono denudati di fronte alla critica. Restate con me, mi raccomando!

 

 

 

ALIS NON TARSIS: “ATENE, TRA STORIA E MARE D’INVERNO!” by Michele Puccinelli

alis-non-tarsis-blog

Signore e signori lettori, io sono Michele e questo è il mio primo articolo per il blog di InsideOut.

Ho scelto di portarvi con me in viaggio perché adoro viaggiare. Nelle prossime settimane vi terrò compagnia raccontandovi dei luoghi affascinanti che ho potuto visitare, piccole storie che mi appartengono e che voglio condividere con voi, sperando che vi possano interessare.

Quest’anno, per il ponte di Capodanno, ho proposto alla mia famiglia di trascorrere qualche giorno nella grande Atene, un po’ perché ero rimasto estasiato dalle immagini dei fuochi d’artificio sul Partenone, un po’ per toccare la realtà greca, che non avevo ancora avuto occasione di vedere . Tutti associamo questa nazione al mare e al divertimento delle calde estati, eppure quando sono atterrato la sera del 31/12 un vento gelido scendeva dalle montagne, e nevicava!

Presa al volo la metropolitana, in circa mezz’ora ci troviamo in centro, che si snoda in tre principali quartieri. A sud ovest si trova Thissio, punto vitale della città, ricco di locali, negozi , bar e ristoranti che si arrampicano in viali pavimentati verso l’Acropoli, occhio vigile e costante che domina l’intero centro abitato. Procedendo verso nord troviamo il quartiere di Monastiraki e quello adiacente alla grande piazza del parlamento. Piazza Syntagma si riconosce per la grande scalinata e soprattutto dalla folla che assiste incuriosita al cambio della guardia: diversi buffi “euzones”, ovvero guardie presidenziali, eseguono una sorta di parata, con divisa, scarpe ferrate con pon pon e carabina a tracolla, per poi tornare immobili nelle loro torrette di guardia. Nel frattempo scende dal cielo ancora qualche fiocco e andiamo in cerca di un buon locale, ovviamente sempre con all’interno la musica tradizionale greca che ha creato in me una calda atmosfera familiare e allegra. Tra sirtaki, fisarmoniche e zampogne, vi assicuro che dopo cinque giorni o non la sopportate più o iniziate ad amarla! Fortunatamente, a me è piaciuta: il ritmo e il timbro così diversi dal resto del mondo mi hanno offerto una nuova impronta folkloristica!

Tra una ballata e l’altra, ho gustato la Mussaka, che è rimasto per me il miglior piatto greco su tutti quelli assaggiati (è uno sformato di melanzane, con pomodoro, ragù e formaggio), veramente delizioso. La mezzanotte è scoccata e, dall’imponente Partenone, veniamo abbagliati dagli spettacolari giochi pirotecnici! Nei giorni successivi le nuvole e il vento freddo proveniente dai monti han lasciato posto al sole che mi ha permesso di ammirare la quantità innumerevole di stili architettonici presenti. Templi greci con gli annessi affascinanti musei, che ho visitato da amante e da sognatore dell’arte greca classica antica; chiese bizantine e ortodosse, edifici moderni, fino ad arrivare alla povera e caotica periferia ricca di palazzine enormi. Queste sono state decorate nel tempo dagli street artists con un’impressionante moltitudine di graffiti. Io, di solito, odio i graffiti, ma forse qui ho iniziato ad apprezzarli un po’ di più, guardandoli non come arte da imbratto, ma di abbellimento e colore. Da scalare, senza dubbio, sono il monte dell’Acropoli con la bellissima zona pedonale, gustando caldarroste o pistacchi che ho trovato buonissimi, e il monte del Licabetto (in cima si trova una delle tante chiesette bizantine), e poi tutti sulla grande terrazza ad aspettare il sole che scavalca la distesa di case e cade nel mare, creando tramonti mozzafiato. Nei giorni successivi ho visitato diversi musei e le rovine della antica civiltà greca e, naturalmente, non è mancata la giornata al mare, direzione Pireo! Quest’altra città, distante una decina di km dal centro di Atene, ha un grande porto dove ogni giorno partono decine di traghetti e navi veloci per tutte le isole. Dall’altro lato del porto, seguendo la costa, si trovano bellissime spiagge, sia con sabbia che con roccia. Tra mare, ricordi di divinità greche ed episodi omerici, mi era tornata la voglia di leggere le gesta del pelide Achille e la grande Odissea, che reputo opera somma. Con la mente persa tra le avventure di Ulisse, io e la mia famiglia mangiamo la nostra ultima cena ellenica della vacanza. Cibi semplici: carne arrostita, frutti della terra, denotano comunque la povertà che in questi tempi sta martoriando il popolo greco, che in realtà è una mescolanza di razze ed etnie piuttosto variegate (dal ceppo europeo a quello arabo e asiatico). Insomma, Atene oltre ad essere una città multistilistica è anche una delle più multirazziali che abbia mai visitato, questo crea un po’ di caos cittadino che viene smorzato subito dal ricordo e dalla grandezza dei monumenti della Grecia Antica. Il tempo di prendere qualche souvenir in uno dei tanti negozietti che si snodano tra le viuzze del centro, e via! Valigia in mano, nuova playlist greca per iTunes, andiamo in aeroporto: direzione Roma, poi Milano, fino a casa. Partito allegro e desideroso di passare un buon capodanno sono tornato soddisfatto, soprattutto per aver conosciuto la fierezza di un popolo che, ben al di là della situazione politica, cerca di rialzarsi: chi con il proprio locale, chi col proprio negozio e chi dal proprio cartone al lato della strada, rimanendo persone generose, aperte e solari. Persone autentiche, semplici. Questo viaggetto fuori porta mi ha permesso un’altra volta di aprire la mente a nuovi orizzonti e respirare a pieni polmoni un’aria ben diversa da quella della dinamica, industriale e attiva Lombardia. E voi cosa aspettate a visitare la patria di Zeus? Lasciatevi travolgere da questa variopinta città!

 

 

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva