LOST IN THE SERIES (4)_ GREY’S ANATOMY by Sara Smith

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Chi, almeno una volta, non ha sognato Mc Dreamy? Forse Mc Steamy? “Grey’s Anatomy” è una serie così detta chick show, ovvero per ragazze, che è uscita in Italia nel 2005 in esclusiva su FoxLife.

Come da copione, con me ha colpito nel segno. Non serve un stomaco troppo saldo e non serve uno schema per seguire i vari innamoramenti come in altre serie secolari. Inoltre, se l’ambito medico non vi disgusta o addirittura vi interessa, anche questo aspetto, con i vari casi chirurgici, ha un notevole spazio benché la critica ne sottolinei la superficialità. La trama e le vicende dei protagonisti sono il vero scalpello in sala operatoria: a partire da Meredith (Ellen Pompeo) – giovane tirocinante follemente innamorata di Mc Dreamy, Derick (Patrick Dempsey) – uno dei migliori neurochirurghi degli Stati Uniti che pur contraccambiando è sposato con Addison (Kate Walsh) – altro chirurgo che poi finirà a sua volta per innamorarsi e tradire suo marito con Sloan (Eric Dane) – il ben noto Mc Steamy.
Vi gira già la testa? A spiegarlo sembra molto più complicato di quello che in realtà è, ma il tutto tratta principalmente dei vari innamoramenti tra i medici di Seattle del Grace Hospital poi chiamato Grey-Sloan Memorial Hospital e vi lascio la sorpresa del perché.

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A sorvegliare tutto questo abbiamo Webber (James Pickens) – il capo reparto di chirurgia e Bailey (Chandra Wilson) che ha il compito di seguire i tirocinanti nel loro percorso medico, ma a cui tocca invece sorvegliare e porre freno alle diverse distrazioni amorose (alquanto frequenti).

Questa serie ha letteralmente spopolato, ha battuto i record di E.R. Medici in prima linea” e addirittura di Dr. House”. Perché?
Non avrà ricevuto 8 nominations per i Golden Globe come House, non avrà vinto 22 Emmy come E.R.,  ha vinto però 3 Golden Globe, 4 Emmy, 6 People’s Choice e ben 15 NAACP Image Award, ovvero un riconoscimento americano per il lavoro svolto da persone di colore nell’ambito dello spettacolo e spesso assimilato per importanza al Grammy o all’Oscar. Pensate che nella classifica del 2012 del IMDb (internet movie database), che si basa sui punteggi assegnati dagli utenti, e quindi dai telespettatori, si è posizionata al terzo posto.
Al di là dei riconoscimenti, la serie è veramente intrigante e per quanto bombe, aerei e annegamenti sembrino centrare poco con le vicende di un ospedale, Grey’s Anatomy riesce a farci stare tutto: l’aspetto medico, il rapporto con i pazienti, gli intrecci amorosi, fino alle catastrofi e non solo naturali.
In realtà, non sono mai stata un’appassionata delle serie TV, una di quelle che stava sul ciglio del divano alle due di notte perché doveva vedere come andava a finire. Ho sempre pensato che chi guardava le serie TV avesse parecchio tempo da perdere e poca vita reale da vivere. Tuttavia, devo ammetterlo: Grey’s Anatomy mi ha convertita. Sia chiaro, anche adesso non mi trovate alle due di notte sul ciglio del divano e ho comunque e sempre troppo poco tempo da perdere, però le vicende di Meredith mi intrattengono, mi permettono di spegnere un po’ il cervello e non pensare al tran-tran quotidiano.

In fondo, a cosa servono le serie TV, se non a questo?
Dunque vi consiglio di guastarvi un po’ di eye candy, un po’ di intrallazzi amorosi e dei cliffhangers davvero incerdibili con Grey’s Anatomy!

 

SUL LETTINO DI FREUD (2)_ LA PAURA FA NOVANTA by Paolo Parente

FreudLa paura è l’emozione più emblematica che esista: nonostante sia causa di angosce e a volte traumi, è anche uno dei sentimenti più ricercati, come dimostrano incassi di film horror tipo “The Conjuring” o vendite di videogiochi tipo “The Evil Within”, o ancora le file chilometriche che tutti ci siamo sorbiti ai parchi divertimenti per attrazioni come le montagne russe ad alta velocità.

Ma cos’è che ci spinge a voler provare un’emozione simile? Per capirlo dobbiamo prima capire cos’è la paura.

Secondo gli studi di Robert Plutchik, uno dei padri dello studio sulle emozioni, è uno degli otto sentimenti primari che va a braccetto con la rabbia, secondo un rapporto di causa-effetto (spesso è la rabbia degli altri a farci provare paura). Questo sentimento primario, assieme alla tristezza, la già citata rabbia e al disgusto, rappresenta la base del lato negativo del regno animale, un lato capace di scatenare, in particolar modo nell’uomo, effetti che incidono fortemente sulla nostra vita, influendo il nostro carattere e anche la nostra salute, abbassando spesso le nostre difese immunitarie o causando infarti.

Quindi, qual è l’utilità della paura? Ha semplicemente un ruolo vitale, evitando di farci commettere stupidaggini o azioni avventate, salvandoci in molte situazioni. Immaginate di non poter provare paura e di vivere un episodio quotidiano come può essere l’attraversamento di una strada: se non provassimo paura, tralasciando il buonsenso, attraverseremmo la strada senza controllare il passaggio delle macchine, rischiando di essere investiti.

La paura può essere vista come il freno emotivo capace di ricordarci che, purtroppo o per fortuna, non siamo nati coi superpoteri e che la vita è un tesoro da proteggere gelosamente.

Bene, abbiamo capito che la paura è una delle emozioni più utili, quando si tratta di salvarci la pelle, ma perché ci piace provare paura?

Le teorie sono varie, ma le più plausibili e condivise anche dagli esperti sono due: affrontare le paure ci riporta, istintivamente, a rivivere le imprese dei primi ominidi, dandoci una forte dose di autostima e rimuovendo i dubbi sulla nostra utilità in una qualsivoglia gruppo; inoltre, la paura è uno dei principali inneschi del rilascio di adrenalina e altri neurotrasmettitori capaci di donarci abilità al limite dell’umano (famoso su internet l’episodio della donna che riesce a salvare il marito sollevando con le sue sole forze l’auto sotto la quale l’uomo era intrappolato), oltre a darci forti sensazioni di piacere, difficilmente replicabili.

Ecco perché la paura, soprattutto negli ultimi anni, si sta discostando sempre più da una connotazione negativa, diventando forse la prima emozione da potersi considerare neutrale.

“THE HATEFUL EIGHT” by Nevio Moreschi

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Ciao cari lettori! Sono Nevio e oggi vorrei parlarvi del nuovo gioiello del regista americano Quentin Tarantino: “The Hateful Eight”, uscito nelle sale italiane a inizio Febbraio.

Premetto che la versione che ho visto non è quella da 3 ore filmata su pellicola, ma quella digitale da 2 ore e 40 minuti, quindi non ho potuto assistere al film così com’era stato pensato inizialmente dal regista, ma poco importa visto che sono comunque uscito dalla sala soddisfatto e ancora in preda ai brividi per la tensione.

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Nel cast tornano storici collaboratori di Tarantino com Samuel Jackson (N°1), Tim Roth (N°6) e Michael Madsen (N°7).

La trama è all’apparenza semplice: negli anni successivi alla guerra civile americana un gruppo di uomini (non proprio 8 come potrebbe far pensare il titolo) si ritrovano bloccati in un emporio, nelle montagne innevate del Wyoming, a causa di una tempesta. Un gruppo composto dalle persone più disparate: c’è un ex-generale sudista, un colonnello nero nordista (interpretato dall’immancabile e cazzutissimo Samuel L. Jackson), un sedicente sceriffo figlio di uno dei più grandi ribelli anti-unionisti, insomma fin da subito i protagonisti avranno buoni motivi per avercela a morte coi loro compagni. A questo ambiente, già di per sé esplosivo, va a sommarsi il fatto che verranno raggiunti dal cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russel) in compagnia della sua prigioniera Daisy Domergue (interpretata da Jennifer Jason Leight, che ha ricevuto l’Oscar come miglior attrice non protagonista) e il sospetto che tra quei sette ci sia qualcuno in combutta con lei, o comunque intenzionato a uccidere il vecchio Ruth per intascarsi la taglia è molto alto.
Già da queste premesse si può facilmente intuire la differenza tra questo film e quelli recentemente girati e scritti da Tarantino. L’ambientazione claustrofobica del sovraffollato emporio rimanda al primo film del regista-sceneggiatore: “le Iene” (in cui 5 gangster si ritrovavano chiusi in un capannone con la consapevolezza che uno di loro sia un infiltrato), non permette molta azione. Infatti, almeno nella prima metà, è un susseguirsi di dialoghi scritti magistralmente che ci permettono di conoscere il background dei vari personaggi (che andrà a delinearsi pian piano per tutta la durata del film), utilizzati dal regista come spunto perfetto per far riflettere sul come la società americana non abbia ancora superato molte delle problematiche presenti giù dal 1860: prima fra tutte il razzismo.
Poi si possono anche fare delle riflessioni sul nichilismo, su quanto sia saggio seguire i proprio valori quando c’è in gioco la vita, in questo caso nel selvaggio West, ma questo è un qualcosa in più.

La base su cui poggia tutto il film, in realtà, è l’ansia, e chiunque conosca anche solo lontanamente Tarantino sa che il punto non è “se la situazione degenererà”, ma “quando” lo farà. Naturalmente il tutto è amplificato da questa situazione alla Agatha Christie, in cui chiunque potrebbe alzarsi all’improvviso nel bel mezzo di una chiacchierata, estrarre il suo revolver e fare una strage. A tal proposito se mai vorreste guardarlo è importante che sappiate che c’è parecchia violenza sia fisica che verbale. È, come al solito, esageratissima, ma in questo suo ultimo film forse più “secca” meno umoristica rispetto magari al predecessore “Django Unchained”. L’ironia che permea il film è infatti molto sottile, cupa, e sfocia spesso nel black humor.

Nonostante tutti siano concordi nel ritenere la regia eccezionale, in patria “The Hateful Eight” è stato poco considerato sia dalla critica che dagli spettatori, personalmente non me ne capacito ma il web ha presentato varie teorie a riguardo come: la mancanza del political correct, un’analisi politica troppo attuale (in tempi di campagna elettorale), o forse a causa della minor dinamicità rispetto a ciò che si aspettavano i fans del regista.

Il film ha vinto un Oscar come miglior fotografia (Robert Richardson) e un Oscar come miglior colonna sonora per lo straordinario lavoro dell’ormai leggendario Ennio Morricone. Premio più che meritato visto che solo la prima traccia riesce a farti venire la pelle d’oca nonostante sullo schermo appaiano soltanto i titoli di testa e un crocefisso ricoperto di neve! Insomma, la musica da sola riesce a farti entrare in quell’atmosfera di inquietudine che ti accompagnerà per tutte le due ore e mezza successive e solo un grande maestro è capace di creare tutto questo.

 

L’unica cosa che mi è spiaciuta, ma che non è un vero e proprio difetto, è che già alla seconda visione il film perde molto. L’ho riguardato in lingua originale qualche settimana dopo, ed è stato fin da subito chiaro che trattandosi di un film basato su un susseguirsi di colpi di scena molta della sua magia era scomparsa, quindi quando deciderete di guardarlo godetevelo minuto per minuto, mi raccomando!

LOST IN THE SERIES (3)_ MODERN FAMILY by Sandy Guadagnino

1456476917_modernfamily1Ciao da Sandy, oggi vorrei parlarvi della mia serie tv preferita. Preferita e anche l’unica che seguo, aggiungerei. Sì, perchè non sono un’amante della tv ed è raro che qualcosa catturi la mia attenzione tanto da tenermi incollata sul divano con assiduità. Questa serie tv, però, mi piace davvero perché è semplice: niente fronzoli, niente trame complicate e, inoltre, non è una di quelle serie in cui se perdi un episodio non cavi più fuori un ragno dal buco.

“Modern Family”   la situation comedy è ambientata negli Stati Uniti e le vicende raccontate ruotano intorno a tre nuclei familiari.

Jay Pritchett è il capo famiglia, anzianotto e sposato in seconde nozze con una giovane colombiana, Gloria, già mamma di Manny. Jay ha tre figli: Claire, Mitchell e Joe, il bambino avuto da Gloria. Claire è addirittura più grande di Gloria (e spesso in competizione con lei) ed è sposata con Phil, un agente immobiliare molto proud (come direbbe lui) del suo lavoro . La coppia ha tre figli: Haley – carina e alla moda, Alex – studiosa e intelligente e Luke – un bambino un po’ strambo e dalle idee disparate. Mitchell è il figlio omosessuale di Jay e vive con il compagno Cameron, la parte estrosa del binomio, e la loro bambina vietnamita Lily.

La serie tv comprende sette stagioni da 24 episodi l’una, in onda dal 2009 negli Stati Uniti sull’emittente televisiva ABC. In Italia viene distribuita da MTV a partire dal 2010. Fin da subito ottenne successo e un seguito molto numeroso, proprio perché sono tante le persone e le famiglie che si identificano in quella di “Modern Family”. Infatti, non viene imposto un modello familiare perfetto, ma vengono proposte tre famiglie strampalate, piene di difetti e diverse, ma che sicuramente si amano. E questo piace, perchè non ci si sente giudicati.

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La comedy è realizzata attraverso l’espediente del falso documentario, il che significa che nella finzione i personaggi raccontano le proprie vicende ad una troupe che li riprende: questo permette allo spettatore di capire meglio la psicologia del personaggio stesso e di entrare in una sorta di empatia.

La serie è nella top list di TIME, il NY Times, il LA Times e molte altre importanti riviste: il punto di forza sono sicuramente le interpretazioni degli attori, che non a caso a Hollywood sono super pagati (basti pensare che Sofìa Vergara, l’attrice che interpreta Gloria, è una delle più richieste secondo Forbes).

Un altro motivo per cui io adoro “Modern Family” è proprio la leggerezza e la spontaneità con cui vengono affrontati temi come il razzismo, l’omofobia, il sesso libero, l’adozione da parte di copie omosessuali: l’attenzione è focalizzata sulla famiglia e le loro vicissitudini divertenti, ma questo permette di rappresentare situazioni normalissime contribuendo a lanciare un messaggio di accettazione nei confronti del diverso (che non è poi tanto diverso, visto che alla base di qualsiasi famiglia c’è l’amore, no?).

Voglio concludere con una frase dell’autore della serie, Steven Levitan:

Comedy comes first. We hope that we entertain people and make them feel something, and if from that people can be a bit more accepting, that’s a wonderful bonus.

Trad: Far ridere è più importante. Noi auspichiamo di intrattenere le persone e far sentire loro qualcosa, ma se grazie a ciò il pubblico può diventare un po’ più tollerante, è un meraviglioso bonus.

Probabilmente se tutti i programmi televisivi avessero questo intento, le persone sarebbero meno interessate al gossip e più sensibili e tolleranti nei confronti del prossimo.