ALIS NON TARSIS: “Alla scoperta della Norvegia (via mare)” di Michele Puccinelli

alis-non-tarsis-blogDopo aver trascorso giornate intense tra boschi, ghiacciai, strade strette tra precipizi, è arrivato il momento di lasciare la terraferma e prendere la via del mare. Non è stata una vera crociera, con una lussuosa ed enorme nave, bensì un viaggio composto da tanti scali, tante navi e diversi piccoli traghetti che mi hanno portato a esplorare la frastagliata costa centrale del versante oceanico norvegese con le città di Flom, Bergen, Stavanger (e altri piccoli scali marittimi).

Tutte cittadine tipicamente nordiche, semplici, che vivono prevalentemente di pesca. L’avventura inizia nel Sognefjord: mi trovo subito ad ammirare queste gigantesche montagne che cadono a picco sul mare e che formano innumerevoli insenature. Cascate alte centinaia di metri manifestano la potenza dell’acqua dei ghiacciai che si sciolgono col sole creando un clima abbastanza mite nella zona costiera.

Nello Stavangerfjord ho persino potuto vedere alcuni esemplari di foca prendere il sole sulle rocce calde. A causa del riflesso delle possenti catene montuose sull’acqua questa risulta molto scura, ma quando la nave prende il largo e costeggia i litorali si scopre quanto sia veramente pulita e pura. Vento tra i capelli e sulla pelle, gabbiani che ti rincorrono, pesci che saltano davanti al bulbo della nave… quanta libertà ho sperimentato in questa natura, in questo oceano!

Proprio qui è nata la mia grande passione per il mare, dal desiderio di semplicità e libertà, dove finalmente non c’è campo per il telefono, dove si può pensare in religiosa pace, ascoltando la musica delle onde. Solo tu, la tua nave e l’oceano, questo grande fratello blu, come diceva Tozzi, ora nemico ora amico dell’uomo che cerca incessantemente di vivere attraverso di esso, con il turismo, con la pesca e soprattutto col petrolio.

Infatti, Il mare norvegese ha nascosto per secoli, e nasconde ancora oggi, immensi giacimenti di idrocarburo che ha fatto diventare la Scandinavia uno dei paesi leader nella produzione e distribuzione di petrolio e gas naturale utilizzati per le nostre auto, per il riscaldamento di casa e in Norvegia persino per le navi di nuova generazione al posto delle miscele comuni, più inquinanti se usate senza filtri.

Grazie a queste risorse importantissime la Norvegia ha notevolmente accresciuto le sue ricchezze e ora è in grado di garantire numerose agevolazioni e aiuti ai propri cittadini.

Rimango stupito e allo stesso tempo molto affascinato dalla vita che numerose persone scelgono di trascorre sulle piattaforme petrolifere, lontane per settimane dalle famiglie, in inverno circondati dalle onde dell’oceano che arrivano anche a 10 metri di altezza. Grande rispetto e onore a tutti questi uomini che proprio con il loro duro e complicato lavoro procurano petrolio al mondo intero, o anche solo a quelle coste norvegesi, distanti poche miglia marine, che sembrano non risentire della scienza e dell’ingegneria che si trovano al largo, sulle navi e sulle piattaforme per il carotaggio, rimanendo impassibili, immerse in una solenne tranquillità governata totalmente dalle forze della natura, dalla flora e dalla fauna.

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ALIS NON TARSIS: “Alla scoperta della Norvegia (via terra)” di Michele Puccinelli

alis-non-tarsis-blogFinalmente è arrivata l’estate! Abbiamo tutti voglia di spaparanzarci al sole in riva al mare, uscire per un aperitivo rinfrescante con gli amici… eppure l’anno scorso io ho voluto provare per una decina di giorni uno stile di vita estivo diverso. Con alcuni membri della mia famiglia sono partito per la Norvegia: prima tappa Oslo! Qui abbiamo incontrato la nostra guida e l’autista che ci avrebbero accompagnato per tutto il viaggio. Salta subito all’occhio parsimonioso quanto siano alto il costo della vita qui, ma questo vale per qualsiasi città del nord europa. All’aumentare della latitudine nord, crescono esponenzialmente anche i prezzi! Nonostante alcuni quartieri siano un po’ caotici sembra una tranquilla città di montagna: tetti spioventi per la neve, interi quartieri in legno, ma qualcosa mi fa capire che è molto di più. Rimango subito colpito dagli immensi parchi verdissimi e dalla cura che i cittadini dedicano al loro mantenimento e anche dalla piccola e modesta residenza della Famiglia Reale. Attorno al centro abitato ci sono le colline, e su una di esse si erge l’Holmenkollen Ski Jump, uno dei luoghi imperdibili dove ogni anno si disputano gare mozzafiato di salto con gli sci. Vedendolo dal basso posso solo immaginare l’ebbrezza di una discesa da 60 metri (più di 400 mslm) a folle velocità per essere catapultati in aria con l’impressione di atterrare direttamente sul tetto di qualche casa cinquecento metri più in basso e poi toccare terra in uno spiazzo sicuro. Con un po’ di adrenalina in circolo inizio il vero e proprio viaggio, lasciando la città per l’entroterra. Nonostante le ore piccole della sera precedente, qualcosa fa sì che i miei occhi non si chiudano. Tra le strette gallerie che creano un gioco di luce e buio, fuori dai finestrini, quella semplice ma purissima natura mi attira. Passiamo pascoli e immensi boschi di conifere, laghi, e con il nostro autobus ci arrampichiamo sempre di più su quelle montagne che dal basso non sembravano nemmeno così alte. Poi finalmente qualche filo di neve, qualche spanna, un metro, due! Lo splendido sole che ci ha accompagnato fino a quel momento se ne va e inizia a nevicare. A luglio, con 10 gradi. Ma non ci insegnano che l’acqua si trasforma in stato solido a 0 Celsius? La guida ci spiega che dipende da diversi fattori: l’umidità e dai componenti dell’aria, che in Italia sono completamente diversi.

Sempre più affascinato e colpito da questo mondo, scendo per una sosta proprio in cima al ghiacciaio. L’unica musica che mi andava di sentire era il rumore continuo dell’acqua delle cascate e l’urlo lanciato dalle aquile. Poi il viaggio prosegue, e lungo la discesa vedo un paese: UN PAESE CON DELLE PERSONE! Quasi non mi ricordavo il tempo di aver visto un centro abitato, in quattro ore di bus da Oslo (per circa duecento chilometri). In questo paese non vi è altro che una stavkirke, una chiesa interamente in legno, un negozio di souvenir per qualche turista che preferisce il Telemark norvegese alle spiagge del mediterraneo, e una scuola. La guida ci spiega che le scuole corrispondenti alle nostre medie ci sono in quasi ogni paese, ma che le superiori e le università ci sono solo nei centri più grandi, come Bergen, Stavanger o Tromso, e che quindi i ragazzi dei luoghi più sperduti e isolati devono abituarsi a vivere in casa con altri, condividere le spese e le abitudini, lontano dalla famiglia. Ci viene detto inoltre che vi sono ore a scuola dedicate proprio alla natura, in cui i ragazzi imparano tutto riguardo i boschi e a rispettare l’ambiente, consapevoli che quello è tutto ciò che hanno ed è qualcosa di unico che non esiste in nessun’altra parte del mondo. Mi è saltato subito in mente un ipotetico pensiero tipico del solito professorone, ovvero: “Ore di apprendimento buttate al vento soltanto per una passeggiata nei boschi…”. Questo è opinabile, credo che se si vuole sensibilizzare le nuove generazioni al rispetto e alla cura dell’ambiente bisogna partire dai bambini, e creare lo spazio per l’apprendimento di altri e diversi ambiti magari sottovalutati. Proseguiamo il viaggio, tra questa immensa natura si notano diverse casette e rimango allibito quando vengo a sapere che sono luoghi di vacanza per gli stessi norvegesi che vogliono sottrarsi, in estate, dalla vita frenetica cittadina. Ho avuto l’occasione di visitare anche Bergen e Stavanger, cittadine universitarie e molto allegre, ma definire frenetica la vita in quei luoghi mi sembra eccessivo. Questione di abitudini e punti di vista.

Mi piacerebbe, però, vedere la reazione di qualche norvegese bloccato ogni mattina sulla tangenziale di Milano, o correre tra una fermata della metro e una dell’autobus, e poi chiedere loro se la vita in Norvegia la vedono ancora così frenetica…

Al di là delle mie elucubrazioni, dopo questo stupefacente viaggio via terra finalmente si scorge, tra golfi, fiordi e insenature, una delle distese di acqua salata più grande del mondo: l’Oceano Atlantico.

Ed ecco una nave pronta ad accoglierci per un tour via mare! Se volete sapere cosa ho scoperto non vi resta che tornare qui domani per leggermi…

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ART SURFING – sala 5 – STREET ART by Michele Sassòli

Rise-and-shineCari lettori di InsideOut, tenete gli occhi chiusi ancora per un po’. No, non ce ne stiamo andando dal museo, la nostra visita non è ancora finita, abbiamo ancora qualcosa da vedere. Stiamo uscendo solo un attimo a prendere un po’ d’aria. Intanto che fate prendere un po’ di ossigeno alle vostre menti, vorrei mostrarvi questo piccolo angolino nascosto del nostro museo. Tranquilli, non è il posto dove vengono a fare la pipì i gatti o quello degli spacciatori notturni, è solo un altro luogo dove alcuni artisti hanno deciso di esprimere la vena creativa. Qui, su questo muro sporco, qualcuno ci ha visto una tela e non ha avuto paura di sfidare le istituzioni pubbliche, ha semplicemente lasciato che la sua creatività si esprimesse. Quindi questo brutto muro non è altro che un’altra sala del nostro meraviglioso museo, completamente dipinto con strati e strati di ispirazioni e concetti astratti che qualcuno è riuscito a 8trasformare in arte e ha voluto donarci, facendoci un regalo meraviglioso. Qui si concentra tutta la Street art che il genere umano in poco più di trent’anni è riuscito a produrre. Questa forma d’arte è probabilmente quella che è stata più discussa nel corso del tempo, e che ancora oggi non ha smesso di far parlare di sé. Molti la considerano semplicemente  una forma di vandalismo, un qualcosa che infetta la società, che rovina gli spazi pubblici e che dovrebbe essere cancellata in tutti i modi possibili. Effettivamente capisco che una persona abituata a vivere in un determinato spazio si possa sentire derubata della propria città se ad un certo punto iniziano a 9spuntare scritte e disegni incancellabili sui muri. Altri, però, la vedono come un mezzo per esprimere le proprie opinioni (molto spesso critiche alla società odierna) e poter essere riconosciuti da tutti come Artisti (anche se, forse, non col significato che siamo soliti dare a questo termine). Questione di punti di vista.

Il primo artista di cui si ha testimonianza, che ha osato imbrattare una superficie pubblica, è un certo Antonio Bosio, un archeologo del sedicesimo secolo. Quest’uomo nel 1593 stava lavorando nelle Catacombe di Domitilla, a Roma e, attratto dalle iscrizioni che gli antichi avevano lasciato sui muri, decise di scrivere anche lui il proprio nome sulla pietra, diventando così il primo graffitaro della storia.

MILANO 14 Lug 2009 - FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI SAVOIA CATTANEO FARAVELLI p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate - MILANO 2009-07-14 FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI - fotografo: Duilio Piaggesi / Fotogramma
MILANO 14 Lug 2009 – FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI SAVOIA CATTANEO FARAVELLI p.s. la foto e’ utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e’ stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate – MILANO 2009-07-14 FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI FOTO REPERTORIO DEL WRITER BROS, DURANTE DEI SUOI LAVORI – fotografo: Duilio Piaggesi / Fotogramma

Ci vuole ancora molto tempo prima che quest’arte venga considerata tale a livello sociale, ma da trent’anni a questa parte la Street art ne è diventata

parte integrante. Vengono organizzate mostre e musei dedicate alle  opere di artisti come Bros (definito il Giotto moderno), che tappezza Milano con le sue opere in stile fumetto, oppure come l’inglese  Julian Beever, che spezza ogni legame con la realtà dipingendo con dei gessetti sul terreno incredibili prospettive e catapultando l’osservatore in un nuovo mondo.

Quest’artista utilizza una tecnica molto particolare per disegnare le proprie opere: l’anamorfosi. Con quest’insolito effetto ottico, Beever riesce a costruire un nuovo universo che solamente se guardato da un punto particolare riesce a stupire il pubblico. Date un’occhiata a una sua opera vista da un punto casuale (a sinistra) e poi da quello corretto: l’immagine cambia completamente, mostrandosi come soggetto tridimensionale che ti sembra di poter toccare realmente.

 

Tuttavia, giustamente, moltissimi artisti di strada rimangono fedeli alle proprie radici e continuano ad esporre le proprie opere sugli edifici della città. Così fa anche l’artista Banksy , del quale la mia collega Michela ha già parlato approfonditamente. Non vi rubo altro tempo riguardo a questo artista (che stimo moltissimo), ma vi consiglio di ascoltare qui  il pezzo registrato per il nostro podcast. Vi do solo qualche informazione a riguardo (anche se di lui in realtà non si sa assolutamente nulla): Bansky agisce nell’anonimato, come un supereroe, facendo comparire da un giorno all’altro le sue opere nelle più grandi città mondiali, stupendo così milioni di persone. Alcune delle sue opere come “Shop until you drop” o “Soldier pianting peace” nascondo messaggi sociali importanti contro la guerra, il consumismo e il fascismo.

Negli ultimi anni le persone si stanno aprendo sempre di più a questa nuova forma d’arte e una volta tanto l’italia si rivela essere una delle nazioni che si sta dando più da fare per far apprezzare al maggior numero possibile di persone la Street Art. Dal 2012 a Bologna si svolge il Frontier , ovvero un festival che permette la realizzazione di enormi murales su spazi donati dal comune. Sempre a Bologna si svolge il CHEAP Festival  dedicato alla Poster Art, ovvero l’arte della carta, quella che prevede la decorazione dei muri non con bombolette spray, ma con cartelloni e poster. Un grande artista che lavora in questo campo è Obey.

Portada (Obey)
Portada (Obey)

Un’altra iniziativa che ritengo degna di nota è stata sponsorizzata dal comune di Roma, il quale ha creato una Mappa della Street Art. Una vera e propria guida alle 330 opere di strada sparse per le 150 strade di Roma. Un grande passo avanti per un paese come il nostro che da sempre si è orgogliosamente distinto per essere il più all’avanguardia nel settore artistico.

Ecco, questa è la conclusione della nostra visita. Siamo già all’aria aperta, quindi non c’è bisogno di passare dall’uscita. In realtà, non c’è mai stata un’uscita e nemmeno un’entrata, visto che per tutto il tempo siamo rimasti con gli occhi chiusi, semplicemente immaginando di poter camminare per le sale di questo museo delle meraviglie. Non è possibile racchiudere tutta l’arte del mondo in un unico spazio, come ho provato a fare io con questi piccoli articoli, per un semplice motivo: l’Arte è ovunque. Come abbiamo visto con la Street Art, un muro sudicio e scalcinato può andare a sostituire la classica tela bianca, oppure come dimostra l’Arte Povera, un semplice straccio strappato si può trasformare nel manifesto di un’intera generazione di artisti. Il mondo ha bisogno di qualcuno che esprima la propria arte, per denunciare un evento, per diffondere un messaggio, o solamente per liberare quello che da anni sta tenendo nascosto nella propria testa. Ho imparato molte cose visitando con voi queste enormi sale decorate, ma la più importante di tutte è che ognuno ha il diritto di esprimere se stesso come la sua Arte gli chiede. Anche se non è convenzionale, o se va contro i canoni delle convinzioni sociali: ognuno deve essere libero di esprimere se stesso nella maniera a lui più spontanea.

Se volete, ora, potete riaprire gli occhi e rituffarvi nel vostro quotidiano, oppure potete tenerli chiusi ancora un po’, in caso sentiste nostalgia di questo posto. Io ho deciso di rimanere qua ancora per qualche minuto, non ho ancora finito il mio giro.

Spero di incontrarvi ancora tra queste sale, dove nulla è lasciato al caso, dove tutto nasconde un significato preciso e studiato.

Arrivederci da Michele!

SUL LETTINO DI FREUD (4) _ IL CONTROLLO: L’ASPIRAZIONE DEI FOLLI by Paolo Parente

Freud

Controllo, una parola dalle mille sfaccettature. Si può usare in frasi come “aspetta che controllo la lista della spesa” oppure “con questo programma posso controllare il mio pc da remoto”. Esiste, però, un altro utilizzo della parola controllo, un uso pericoloso, che a volte nasconde egoismo, odio e addirittura sfumature di pazzia.

Mi riferisco al controllo inteso come dominazione di cose, ma soprattutto di persone.

Re, imperatori, signori, dittatori… il mondo ha creato più sostantivi per descrivere figure guidate da un solo obbiettivo: controllare quanti più territori possibili, tutte le popolazioni esistenti, utilizzando spesso la forza a dimostrazione del proprio potere. Al giorno d’oggi, fortunatamente, nella maggior parte dei paesi vige la democrazia (a volte apparente, ma questo è un altro discorso), che permette di essere rappresentati e non controllati da una figura politica. Purtroppo, in alcuni paesi esiste ancora la dittatura o forme di pseudo-monarchia, che si servono del terrore per mantenere il proprio potere.

Si può avere un totale controllo su qualcuno o qualcosa? Soprattutto, è possibile controllare un’intera Nazione? Non proprio, direi, ed è la natura a dimostrarcelo: i nostri occhi hanno un limitato campo visivo, è risaputo, riuscendo a mostrarci solo ciò che è avanti a noi. E se vi dicessi che in realtà non siamo capaci nemmeno di vedere ciò che ci sta di fronte? Sembra assurdo, ma ognuno di noi ha due punti ciechi nel campo visivo, uno per ciascun occhio, posizionati nelle parti più esterne delle pupille, dovuti al passaggio del nervo ottico davanti alla retina. Il punto cieco di un occhio viene parzialmente sopperito grazie all’altra pupilla, permettendoci di vedere circa il 90% di ciò che rientra nel nostro campo visivo.

Il resto? Viene concepito dal cervello in modo verosimile, ovvero creando immagini plausibili da sostituire a quelle invisibili. Incredibile quanto il nostro cervello sia complesso, molti nemmeno si accorgono di questo difetto umano, individuabile grazie ad un facile test che lascerò alla fine dell’articolo.

Quindi, cari ragazzi che siete arrivati fino a qui, vi ho parlato di questo curioso fenomeno per aprirvi gli occhi (no, non voleva essere una battuta, per giunta anche brutta): se non riusciamo nemmeno a controllare ciò che guardiamo, a tal punto che dobbiamo ingannarci per avere la rassicurazione di vedere tutto ciò che è davanti a noi, come possiamo pretendere di controllare ogni cosa?

Non possiamo. Tutti i dittatori sono destinati a cadere e con loro l’ossessione al controllo sulle persone, perché questo è ciò che vuole la natura ed è impossibile ribellarsi ad essa senza rimanere indenni.

 

TEST:  Coprite l’occhio sinistro, ed osservate l’immagine qui sotto con l’occhio destro. Ponetevi ad una distanza di circa 30 cm dal monitor, e fissate con l’occhio destro la croce. È importante fissare la croce senza muovere gli occhi. Muovendo avanti e indietro la testa, dovreste notare che il pallino a destra scompare e riappare alternativamente. Questo perché, quando il pallino passa attraverso il punto cieco dell’occhio destro, il cervello usa l’area circostante (completamente bianca) per riempire il pezzo mancante; funziona anche coprendosi l’occhio destro e fissando il pallino. (da Wikipedia)

 

 

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