LOST IN THE SERIES (5)_ BREAKING BAD by Elia Paghera

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Ci sono storie che ti rimangono impresse, storie che ti segnano, storie che incidono sulla tua vita, storie che sebbene siano distanti da te e dalla tua routine ti colpiscono a tal punto da coinvolgerti emotivamente. Credi di conoscere personalmente i personaggi di queste storie, ti affezioni a loro, vorresti aiutarli o vorresti essere giudice delle loro azioni, vorresti non perderli mai e continuare a passare del tempo con loro, e nel momento in cui la storia finisce è come se una parte di te ti salutasse e dicesse: ”Grazie di tutto!”.
Breaking Bad”  è una storia che stabilisce un legame con te, un legame chimico che saprai apprezzare proprio grazie ai suoi personaggi.
Walter White (interpretato da Bryan Cranston) è un professore di chimica che per mantenere la famiglia fa due lavori, un uomo la cui vita non ha assolutamente niente di speciale, un uomo come tanti che da un giorno all’altro si ritrova a combattere qualcosa più forte di lui: il cancro. Il cancro è qualcosa che ti divora dall’interno e che si espande, privandoti di tutto, trasformandoti in qualcosa di diverso. Il cancro è la morte che prende forma. Conoscendo perfettamente la chimica, White decide, una volta incontrato un suo ex-alunno, Jesse Pinkman (Aaron Paul) durante una sommossa della DEA (organizzazione anti-droga), di cucinare metanfetamina per lasciare in eredità alla sua povera famiglia denaro per vivere.
Trailer 1^stagione per farvi un idea :


“Lottare contro il cancro” e “produrre metanfetamina” saranno le due ossessioni capaci di dare vita a un nuovo Mr.White. La trasformazione è totale, White diventa prima un bugiardo e poi il male si impossessa di lui. Il suo comportamento andrà
al di là della pura e semplice necessità di cavarsela, o anche dell’avidità, Mr. White, episodio dopo episodio, diventa egli stesso, metaforicamente parlando, un drogato. La sua condizione di cuoco di metanfetamina  gli dà la possibilità di fare ciò che, forse, ha sempre voluto: dare un senso alla propria esistenza, sentirsi vivo soprattutto ora che la morte è sempre più vicina.

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IL CAST

Qui Vince Gilligan (regista) focalizza la sua attenzione fin dall’inizio. Dai primi episodi, dove vediamo la modesta famiglia di Walter vivere una vita relativamente tranquilla (la moglie Skyler (Anna Gunn ) e il figlio Walter jr – con distrubi mentali e problemi alle gambe, interpretato da RJ Mitte ) trascorrono le giornate serenamente, agli episodi che si susseguono con un cambiamento graduale e di forte impatto nello sviluppo della trama. Hank (Dean Norris), cognato di Walter nonché agente delle DEA, sicuro del suo lavoro incomberà in situazioni sempre più pericolose che incideranno moltissimo sulla sua personalità. Jesse Pinkman – aiutante e ex-alunno di Walter, da semplice ragazzotto di strada, diventerà sempre più responsabile della sua vita, commettendo diversi errori che lo formano e caratterizzano. Gli avversari di Walter (in arte Heisenberg) tra cui Gustavo Fring, (re della droga e personaggio perfetto interpretato in modo perfetto da Giancarlo Esposito) e Mike, killer al servizio di Gus. C’è tempo per approfondire persino i personaggi minori, c’è tempo per ridere grazie all’avvocato Saul Goodman (Bob Odenkirk), per commuoversi con scene estremamente drammatiche, per esaltarsi con colpi di genio e frasi ad effetto mai banali. E allora si salta sulla sedia per un “I’m the danger” o un “Say my name“, ci si alza dalla poltrona urlando quando ti ammazzano il personaggio preferito o ti scappano parole forti quando quello che non ti aspettavi, immancabilmente, succede.
Solo un cast eccezionale poteva far sì che i tratti psicologici potessero cambiare in maniera così realistica: Bryan Cranston, Aaron Paul – i due protagonisti della serie, nonché vincitori di ben 6 Emmy Award come Miglior Attore Protagonista e 3 Emmy Awards per Miglior Attore Non Protagonista, innalzano certamente il livello della serie. Due personaggi legati da un rapporto quasi paterno, che li dividerà e li unirà, portandoti ad amarli e odiarli. Ecco un piccolo assaggio :

 

CONCLUSIONE
Tutto funziona in “Breaking Bad”. Tutto è perfetto: i dialoghi, la sceneggiatura, gli attori, le musiche, la regia.
Questa è l’intervista al creatore Vince Gilligan:


Breaking Bad” non è una semplice Serie TV di consumo e chi vi partecipa non è stato messo lì per caso. E quando il finale arriva, che ti esalti oppure no, capisci benissimo di aver assistito a un capolavoro e si rimane impietriti chiedendosi cosa ne sarà adesso della propria vita, dove e come trovare qualcosa che almeno si avvicini a una delle migliori Serie TV di tutti i tempi (
Guinness World Records l’ha nominata la serie con la più alta valutazione di tutti i tempi, citando la quinta stagione con il punteggio di 99/100 secondo Metacritic). Ha vinto numerosi premi, tra cui : sedici Emmy Award, otto Satellite Award, dodici Saturn Award, sei WGA Award, due Golden Globe e tanti altri ). Perché di questo si tratta, quando parliamo di “Breaking Bad”. Perché di cose come questa sarebbe meglio non parlare e abbandonarsi semplicemente alla sua visione.

Anzi, se non l’avete ancora vista fatelo subito, che siate appassionati o no del genere, perché ne vale davvero la pena. Credetemi sulla parola, e vedrete che potrete anche voi come me, con le lacrime agli occhi guardare i titoli di coda dell’ultimo episodio dicendo:  “Grazie di tutto!”.

BB2Dove posso guardare Breaking Bad?
-Se avete un account NETFLIX : https://www.netflix.com/it/title/70143836
-Amazon Serie Completa : http://www.amazon.it/Breaking-Bad-Serie-Completa-Dvd/dp/B00HJTC7PG
-Amazon 1^ stagione : http://www.amazon.it/Breaking-Bad-Stagione-01-Dvd/dp/B004FY0E7G

 

ART SURFING – sala 3bis – AVANGUARDIE by Michele Sassòli

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Rieccoci qui, in questa sala ad osservare questi meravigliosi dipinti nati dal genio di artisti ribelli e visionari, noti come Avanguardisti . Nell’articolo di ieri abbiamo commentato la violenza del colore degli Espressionisti, la deformazione delle immagini dei Cubisti e i corpi in movimento dei Futuristi italiani. Oggi continueremo la nostra visita esplorando altri manifesti in favore della Morte dell’Arte Tradizionale, e scopriremo nuovi modi di rivoluzionare il mondo artistico che hanno fatto rizzare in testa tutti i capelli dei critici contemporanei.

Il movimento di cui parliamo adesso nasce da un gruppo di fuggitivi: loro sono degli intellettuali europei che per sfuggire all’imminente Prima Guerra Mondiale si rifugiarono in Svizzera. Il 5 Febbraio 1916 aprono il Cabaret Voltaire, un locale a Zurigo, e durante le loro serate questi artisti portavano in scena le proprie opere: nasce così il movimento Dadaista. La parola Dada (che identifica questo movimento) non vuol dire assolutamente nulla, ma proprio per questa ragione viene utilizzata, per manifestare il distacco dal razionalismo borghese in modo da abbattere tutte le strutture che componevano l’Arte ricca.

“Irrazionalità” è la parola chiave per descrivere questo movimento: niente deve avere per forza un senso logico, basta che sia in grado di provocare la sensibilità del pubblico e suscitare nelle persone una qualsiasi reazione. Cosa c’è di più illogico del caso? La casualità è la musa che muove questi artisti, ciò che li spinge nel loro processo creativo.

Per fare un poema dadaista.

Prendete un giornale. Prendete delle forbici. Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza che contate di dare al vostro poema.

Ritagliate l’articolo. Ritagliate quindi con cura ognuna delle parole che formano questo articolo e mettetele in un sacco. Agitate piano.

Tirate fuori quindi ogni ritaglio, uno dopo l’altro, disponendoli nell’ordine in cui hanno lasciato il sacco.

Copiate coscienziosamente. Il poema vi assomiglierà.”

Ecco come i Dadaisti vedevano il loro modo di procedere, tutto dettato dalla casualità degli eventi; tutto è arte (o nulla è arte, dipende da che punto di vista lo si legge). È chiaro, quindi, che ormai la capacità artistica non dipenda più dalle abilità manuali dell’autore, ma dalla sua ingegnosità nel trovare un’idea che colpisca l’osservatore.

Marcel Duchamp (maggior esponente del dadaismo) crea così i ready-made , ovvero opere nate dal semplice assemblaggio di oggetti comuni e già esistenti nella realtà: ruote di bicicletta, orinatoi, ferri da stiro… tutta la realtà che ci circonda è composta da piccoli pezzi di arte che solo chi ha un occhio da artista è in grado di cogliere e fare suo.

Si stacca totalmente dalla realtà l’Astrattismo, che nelle sue forme e colori confusi e apparentemente senza senso nasconde profondi significati e simboli non concepibili se ci si limita a un solo sguardo. Nell’opera non si trova un vero e proprio legame col reale, ma essa vive di un’autonomia propria, sufficiente a descriverla solo tramite se stessa, senza il bisogno di cercare collegamenti col reale. Colui che viene ritenuto il creatore di questa corrente è Vasilij Vasil’evič Kandinskij . Questo artista, con la sua opera anonima (semplicemente definita “Acquerello”) getta le basi per la corrente astrattistica, dipingendo sulla tela dei semplici schizzi di colore, lasciando che sia il suo subconscio a guidarlo nella creazione dell’opera. Con questo modo di dipingere l’autore ritorna a una pittura infantile, semplice, spontanea, slegata dai condizionamenti tipici dell’età matura, di tipo sociale o politico. Tuttavia questa libertà artistica di cui gli artisti astrattistici si vantavano non venne completamente accettata dal mondo esterno, quello reale. Infatti, nel periodo nazista moltissimi quadri di Kandinskij vennero confiscati e nascosti, essendo ritenuti un esempio della degenerazione dell’arte e della società.

"Acquerello" (Vasilij Kandinskij)
“Acquerello” (Vasilij Kandinskij)

In un mondo a cavallo tra due guerre mondiali, dove la propria individualità si andava perdendo ogni giorno di più, è ovvio che l’arte non avrebbe potuto farsi mettere i piedi in testa senza reagire. Ispirati dagli studi sulla psicoanalisi di Freud, alcuni artisti iniziarono a portare sulle proprie tele una nuova realtà, una visione intima e personale che trova un’esplicazione solo nell’interiorità dell’artista stesso, solamente nei suoi sogni. Nasce il movimento Surrealista, che io trovo il più affascinante che si sia mai mostrato ai nostri occhi. Questi artisti cercano di dare una definizione ai propri sogni, in modo da scoprire in maniera sempre più dettagliata la propria interiorità e la propria conoscenza. Il mondo che si tenta di interpretare non è astratto, è un mondo vero, ma soltanto per l’artista che lo vive nell’attimo in cui si addormenta, qunado si stacca dalle fatiche del mondo oggettivo e si cala negli antri più inesplorati del proprio cervello, dove risiedono la nostre paure inconsce. Di questa corrente fa parte anche il mio artista preferito (colui che ritengo l’artista per eccellenza): Salvador Dalì . Quest’uomo ha dato all’arte un nuovo volto, facendosi portabandiera del movimento Surrealista, senza nascondere le proprie paure e le proprie insicurezze al pubblico, ma incanalandole tutte nella propria disciplina artistica. La sua opera più famosa è sicuramente “La persistenza della memoria” , dipinta in due ore dopo aver indagato a lungo sul problema filosofico della mollezza del formaggio. In questa tela viene mostrato un paesaggio deserto, nel quale tre orologi si stanno sciogliendo al sole. Questo soggetto rappresenta simbolicamente la relatività del tempo, mostra come il tempo in un sogno scorra parallelamente rispetto a quello reale: appena ci si cala nel nostro subconscio quattro ore possono in verità corrispondere a quattro minuti, questo perché quando siamo immersi nei nostri sogni e nelle nostre passioni non ci rendiamo conto del tempo che scorre.

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“La persistenza della memoria” (Salvador Dalì)

Un altro dei pittori surrealisti più famosi è il belga René Magritte (sempre uno dei miei preferiti). Nelle sue opere Magritte non cerca di mostrare il suo subconscio, ma tenta di mostrare i lati ignoti dell’universo, giocando con effetti ottici e visivi. Lo possiamo notare ad esempio in “Passeggiata di Euclide”  nella quale la tela dipinta si fonde col paesaggio oltre la finestra, un modo per esprimere come la realtà e l’arte siano due facce della stessa medaglia.

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“Passeggiata di Euclide” (René Magritte)

 

Questa sala è veramente enorme!

Ci sarebbero ancora moltissime cose di cui parlare, moltissime tele ancora da svelare. Nemmeno queste quattro mura sono in grado di contenere tutte le opere ribelli che il genere umano è stato in grado di produrre: se alzate lo sguardo potete vedere addirittura i quadri scendere appesi al soffitto!

Il mondo dell’arte è veramente immenso, è un luogo magico nel quale tutto quello che viene prodotto dalla tua mente ha un senso.

Anche due semplici linee colorate, o una mela sospesa sul volto di un uomo, in questa realtà personale e soggettiva possono trovare un significato unico e irripetibile.

La nostra visita non è ancora terminata, rimanete con me per scoprire le prossime sale, alla prossima!

 

ART SURFING – sala 3 – AVANGUARDIE by Michele Sassòli

Rise-and-shineOgni epoca ha le sue icone ribelli: Giovanna d’Arco, Nicolò Copernico, Madonna, Steve Jobs, e la lista sarebbe ancora lunga. Tutte persone che hanno avuto la giusta dose di coraggio per andare controcorrente e scoprire nuovi mondi ancora inesplorati. Così anche il mondo dell’arte ha avuto la sua bella dose di giovani ribelli, che hanno sfidato le tradizioni, sviluppando nuovi modi di concepire la figura umana e l’utilizzo del colore. In questa meravigliosa e gigantesca sala vedremo i capolavori di quegli artisti che hanno sperimentato per primi, ovvero le Avanguardie.

Con questo termine ci si riferisce a tutti quei nuovi movimenti nati a partire dall’inizio del Novecento che, come le prime file di un esercito (le avanguardie appunto) si muovono su un territorio sconosciuto e inesplorato, pronti a scontrarsi con l’avanzata nemica, ovvero la critica. Cubisti, espressionisti, futuristi, surrealisti… tutti artisti che propongono innovativi e diversi modi di intendere l’arte, ma con un qualcosa in comune: un manifesto che riassume le caratteristiche del movimento in questione, creato per attrarre nuovi artisti al seguito. Nietzsche diceva:

“Distruggere per ricostruire”.

Così gli avanguardisti promuovono la morte dell’arte tradizionale, si oppongono alla conformità e sperimentano nuove tecniche per Vedere l’Arte.

Quanti di voi si sono imbattuti in un qualsiasi quadro di Arte Contemporanea pensando: “Cosa caspita ha voluto dipingere l’autore?”. Alcuni contengono solo forme geometriche apparentemente insensate e senza correlazioni col reale, ma è proprio questa la provocazione che questi artisti vogliono lanciare al pubblico. L’opera necessita un lavoro di lettura approfondito e sentito: non è semplice degustazione, ma è un viaggio all’interno del piatto (la tela), alla scoperta di ogni sapore e sensazione possibile.

Come ho detto questa sala è enorme (grazie al cielo!), quindi ci servirà parecchio tempo per scoprirla tutta. Il nostro mondo è ricco di ribelli che vogliono fare sentire le proprie opinioni senza la paura di affrontare nuove terre sulle quali nessuno ha mai messo piede. La prima avanguardia che si impone nel contesto culturale novecentesco prende il nome di Espressionismo e , anche se gli artisti più noti di questa corrente provengono dalla Germania, le basi per questo movimento le gettano i francesi, nel 1905. Gli artisti che aderirono al manifesto vennero chiamati in tono spregiativo dalla critica Les Fauves, letteralmente: le belve. Sulla tela queste persone non riproducevano il mondo esteriore nella sua più pura realtà, ma semplificavano al massimo il disegno (arrivando addirittura solo a disegnare il contorno delle figure) per dare più valore al colore, vera anima dell’opera. Non ci si limitava quindi alla semplice sensualità del soggetto, ma la violenza cromatica serviva all’osservatore da mezzo per esplorare le zone più intime della propria interiorità.

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La danza (Henri Matisse)

In un’opera come “La danza” di Henri Matisse si nota subito come il vero protagonista della tela sia il colore: i cinque soggetti sono dotati di un’espressività proveniente da non si sa dove, accentuata ancora di più dal forte contrasto che il rosa dei corpi nudi ha sul cielo azzurro.

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Cinque donne per strada (Ernst Ludwig Kirchner)

La stessa corrente si sviluppa anche in Germania con il nome di “Die Brücke” (“Il ponte”, un ponte simbolico che colleghi l’artista ai nuovi modi espressivi avanguardisti). Rispetto agli espressionisti francesi questi artisti aggiungono alle proprie opere una maggiore drammaticità, una traduzione triste e pessimistica della realtà, come avviene per “Cinque donne per strada” di Ernest Kirchner, nel quale queste cinque signore borghesi (o cinque prostitute per la strada) hanno i volti grigi e cadaverici e sono immerse in una spettrale luce verde.

Se gli espressionisti si preoccupavano di smontare i canoni pittorici tradizionali elevando il colore ad un livello superiore rispetto alla forma, il lavoro opposto viene svolto dai Cubisti. Le opere di Picasso (maggior esponente dell’arte cubista), come ad esempio “Les Damoiselles d’Avignon”  possono sembrare confuse e insensate a un

Les Damoiselles d'avignon (Picasso)
Les Damoiselles d’avignon (Picasso)

occhio estraneo, ma considerate da un punto di vista avanguardistico questi quadri sono estremamente realistici, in quanto rappresentano la sregolatezza dello sguardo sul reale, creando una visione d’insieme senza doverci spostare dal nostro punto d’osservazione.

Il Castello de la Roche Guyone (Braque)
Il Castello de la Roche Guyone (Braque)

Il nome Cubismo deriva da una delle opere di Georges Braque, descritta da Matisse come “insieme di piccoli cubi” e in effetti opere come Il castello di La Roche Guyon appaiono come piccole forme cuboidali, ma non cubi perfetti. Il naturalismo tradizionale voleva l’arte come rappresentazione della realtà esattamente come veniva osservata dall’occhio umano, ma esso riesce solo a percepire la “verosimiglianza” della realtà. Infatti, un cubo come lo vedono i nostri occhi, avrà una struttura deformata dalla prospettiva: i cubisti prendono questo cubo e lo scompongono nelle sue facce, in modo da costruire (provocatoriamente) una realtà più perfetta di quella dei naturalisti. Il dipinto si manifesta per questa ragione come un riassunto della ricerca che l’autore ha fatto attorno al soggetto, dandone in tal modo una visione completa.

In un certo senso i cubisti ritornarono a dipingere cosi come facevano gli antichi egizi, dimenticandosi della prospettiva, anche se in un modo più consapevole; i Futuristi,  invece, si propongono come interpreti del mondo in continuo cambiamento, indirizzato verso il futuro. La nascita del futurismo ha una data precisa: 20 febbraio 1909, giorno nel quale lo scrittore Filippo Tommaso Marinetti pubblica il Manifesto del Futurismo.

“Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità.”

Questo scrive Marinetti nel suo Manifesto. I Futuristi vogliono esprimere ciò che caratterizza il loro mondo nuovo, un mondo che si muove veloce

Forme uniche della continuità dello spazio (Boccioni)
Forme uniche della continuità dello spazio (Boccioni)

come un’auto in corsa, volto a nuove esperienze e a nuove scoperte. Umberto Boccioni si fa portabandiera di questo movimento tramite le sue opere. La più nota è sicuramente la scultura “Forme uniche della continuità dello spazio” (1913), raffigurata anche sul retro delle monete da venti centesimi italiane. Quest’opera riassume in un solo sguardo tutte le definizioni che si potrebbero dare a voce del futurismo: rappresenta una figura riconoscibile come umana, ma con forme e strutture artificiose, come se appartenessero non a un uomo, ma a una macchina. L’opera congela il movimento in un solo istante, ma ruotando attorno alla figura questa riprende vita, modificando drasticamente il proprio aspetto, evolvendosi in una nuova manifestazione di sé.

Forme uniche della continuità dello spazio (Boccioni)
Forme uniche della continuità dello spazio (Boccioni)

Quanto è bella l’arte quando con un solo sguardo è in grado di esprimere mille concetti nascosti e impolverati nel nostro animo. Certe volte quello che ci fa provare non è nemmeno descrivibile a parole perché non esiste un modo per tradurre i nostri sentimenti in qualcosa di comprensibile a chiunque. Il lavoro svolto da un artista a mio parere è il più rispettabile di tutti: egli si denuda completamente di fronte a un pubblico cercando di condividere i propri pensieri e le sensazioni più intime che possiede. E tre volte di più va il mio rispetto a tutte quelle persone che han fatto questo esponendosi in un territorio completamente inesplorato, facendo diventare pubblico quello che prima era solo una sinapsi nel loro cervello.

Hey, aspettate! Non andatevene, questa sala è ancora piena di opere da svelare. Forse oggi non abbiamo tempo di visitarla tutta, ma domani ci possiamo trovare ancora qui per scoprire moltissimi altri nuovi manifesti e artisti che si sono denudati di fronte alla critica. Restate con me, mi raccomando!

 

 

 

ALIS NON TARSIS: “ATENE, TRA STORIA E MARE D’INVERNO!” by Michele Puccinelli

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Signore e signori lettori, io sono Michele e questo è il mio primo articolo per il blog di InsideOut.

Ho scelto di portarvi con me in viaggio perché adoro viaggiare. Nelle prossime settimane vi terrò compagnia raccontandovi dei luoghi affascinanti che ho potuto visitare, piccole storie che mi appartengono e che voglio condividere con voi, sperando che vi possano interessare.

Quest’anno, per il ponte di Capodanno, ho proposto alla mia famiglia di trascorrere qualche giorno nella grande Atene, un po’ perché ero rimasto estasiato dalle immagini dei fuochi d’artificio sul Partenone, un po’ per toccare la realtà greca, che non avevo ancora avuto occasione di vedere . Tutti associamo questa nazione al mare e al divertimento delle calde estati, eppure quando sono atterrato la sera del 31/12 un vento gelido scendeva dalle montagne, e nevicava!

Presa al volo la metropolitana, in circa mezz’ora ci troviamo in centro, che si snoda in tre principali quartieri. A sud ovest si trova Thissio, punto vitale della città, ricco di locali, negozi , bar e ristoranti che si arrampicano in viali pavimentati verso l’Acropoli, occhio vigile e costante che domina l’intero centro abitato. Procedendo verso nord troviamo il quartiere di Monastiraki e quello adiacente alla grande piazza del parlamento. Piazza Syntagma si riconosce per la grande scalinata e soprattutto dalla folla che assiste incuriosita al cambio della guardia: diversi buffi “euzones”, ovvero guardie presidenziali, eseguono una sorta di parata, con divisa, scarpe ferrate con pon pon e carabina a tracolla, per poi tornare immobili nelle loro torrette di guardia. Nel frattempo scende dal cielo ancora qualche fiocco e andiamo in cerca di un buon locale, ovviamente sempre con all’interno la musica tradizionale greca che ha creato in me una calda atmosfera familiare e allegra. Tra sirtaki, fisarmoniche e zampogne, vi assicuro che dopo cinque giorni o non la sopportate più o iniziate ad amarla! Fortunatamente, a me è piaciuta: il ritmo e il timbro così diversi dal resto del mondo mi hanno offerto una nuova impronta folkloristica!

Tra una ballata e l’altra, ho gustato la Mussaka, che è rimasto per me il miglior piatto greco su tutti quelli assaggiati (è uno sformato di melanzane, con pomodoro, ragù e formaggio), veramente delizioso. La mezzanotte è scoccata e, dall’imponente Partenone, veniamo abbagliati dagli spettacolari giochi pirotecnici! Nei giorni successivi le nuvole e il vento freddo proveniente dai monti han lasciato posto al sole che mi ha permesso di ammirare la quantità innumerevole di stili architettonici presenti. Templi greci con gli annessi affascinanti musei, che ho visitato da amante e da sognatore dell’arte greca classica antica; chiese bizantine e ortodosse, edifici moderni, fino ad arrivare alla povera e caotica periferia ricca di palazzine enormi. Queste sono state decorate nel tempo dagli street artists con un’impressionante moltitudine di graffiti. Io, di solito, odio i graffiti, ma forse qui ho iniziato ad apprezzarli un po’ di più, guardandoli non come arte da imbratto, ma di abbellimento e colore. Da scalare, senza dubbio, sono il monte dell’Acropoli con la bellissima zona pedonale, gustando caldarroste o pistacchi che ho trovato buonissimi, e il monte del Licabetto (in cima si trova una delle tante chiesette bizantine), e poi tutti sulla grande terrazza ad aspettare il sole che scavalca la distesa di case e cade nel mare, creando tramonti mozzafiato. Nei giorni successivi ho visitato diversi musei e le rovine della antica civiltà greca e, naturalmente, non è mancata la giornata al mare, direzione Pireo! Quest’altra città, distante una decina di km dal centro di Atene, ha un grande porto dove ogni giorno partono decine di traghetti e navi veloci per tutte le isole. Dall’altro lato del porto, seguendo la costa, si trovano bellissime spiagge, sia con sabbia che con roccia. Tra mare, ricordi di divinità greche ed episodi omerici, mi era tornata la voglia di leggere le gesta del pelide Achille e la grande Odissea, che reputo opera somma. Con la mente persa tra le avventure di Ulisse, io e la mia famiglia mangiamo la nostra ultima cena ellenica della vacanza. Cibi semplici: carne arrostita, frutti della terra, denotano comunque la povertà che in questi tempi sta martoriando il popolo greco, che in realtà è una mescolanza di razze ed etnie piuttosto variegate (dal ceppo europeo a quello arabo e asiatico). Insomma, Atene oltre ad essere una città multistilistica è anche una delle più multirazziali che abbia mai visitato, questo crea un po’ di caos cittadino che viene smorzato subito dal ricordo e dalla grandezza dei monumenti della Grecia Antica. Il tempo di prendere qualche souvenir in uno dei tanti negozietti che si snodano tra le viuzze del centro, e via! Valigia in mano, nuova playlist greca per iTunes, andiamo in aeroporto: direzione Roma, poi Milano, fino a casa. Partito allegro e desideroso di passare un buon capodanno sono tornato soddisfatto, soprattutto per aver conosciuto la fierezza di un popolo che, ben al di là della situazione politica, cerca di rialzarsi: chi con il proprio locale, chi col proprio negozio e chi dal proprio cartone al lato della strada, rimanendo persone generose, aperte e solari. Persone autentiche, semplici. Questo viaggetto fuori porta mi ha permesso un’altra volta di aprire la mente a nuovi orizzonti e respirare a pieni polmoni un’aria ben diversa da quella della dinamica, industriale e attiva Lombardia. E voi cosa aspettate a visitare la patria di Zeus? Lasciatevi travolgere da questa variopinta città!

 

 

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LOST IN THE SERIES (4)_ GREY’S ANATOMY by Sara Smith

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Chi, almeno una volta, non ha sognato Mc Dreamy? Forse Mc Steamy? “Grey’s Anatomy” è una serie così detta chick show, ovvero per ragazze, che è uscita in Italia nel 2005 in esclusiva su FoxLife.

Come da copione, con me ha colpito nel segno. Non serve un stomaco troppo saldo e non serve uno schema per seguire i vari innamoramenti come in altre serie secolari. Inoltre, se l’ambito medico non vi disgusta o addirittura vi interessa, anche questo aspetto, con i vari casi chirurgici, ha un notevole spazio benché la critica ne sottolinei la superficialità. La trama e le vicende dei protagonisti sono il vero scalpello in sala operatoria: a partire da Meredith (Ellen Pompeo) – giovane tirocinante follemente innamorata di Mc Dreamy, Derick (Patrick Dempsey) – uno dei migliori neurochirurghi degli Stati Uniti che pur contraccambiando è sposato con Addison (Kate Walsh) – altro chirurgo che poi finirà a sua volta per innamorarsi e tradire suo marito con Sloan (Eric Dane) – il ben noto Mc Steamy.
Vi gira già la testa? A spiegarlo sembra molto più complicato di quello che in realtà è, ma il tutto tratta principalmente dei vari innamoramenti tra i medici di Seattle del Grace Hospital poi chiamato Grey-Sloan Memorial Hospital e vi lascio la sorpresa del perché.

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A sorvegliare tutto questo abbiamo Webber (James Pickens) – il capo reparto di chirurgia e Bailey (Chandra Wilson) che ha il compito di seguire i tirocinanti nel loro percorso medico, ma a cui tocca invece sorvegliare e porre freno alle diverse distrazioni amorose (alquanto frequenti).

Questa serie ha letteralmente spopolato, ha battuto i record di E.R. Medici in prima linea” e addirittura di Dr. House”. Perché?
Non avrà ricevuto 8 nominations per i Golden Globe come House, non avrà vinto 22 Emmy come E.R.,  ha vinto però 3 Golden Globe, 4 Emmy, 6 People’s Choice e ben 15 NAACP Image Award, ovvero un riconoscimento americano per il lavoro svolto da persone di colore nell’ambito dello spettacolo e spesso assimilato per importanza al Grammy o all’Oscar. Pensate che nella classifica del 2012 del IMDb (internet movie database), che si basa sui punteggi assegnati dagli utenti, e quindi dai telespettatori, si è posizionata al terzo posto.
Al di là dei riconoscimenti, la serie è veramente intrigante e per quanto bombe, aerei e annegamenti sembrino centrare poco con le vicende di un ospedale, Grey’s Anatomy riesce a farci stare tutto: l’aspetto medico, il rapporto con i pazienti, gli intrecci amorosi, fino alle catastrofi e non solo naturali.
In realtà, non sono mai stata un’appassionata delle serie TV, una di quelle che stava sul ciglio del divano alle due di notte perché doveva vedere come andava a finire. Ho sempre pensato che chi guardava le serie TV avesse parecchio tempo da perdere e poca vita reale da vivere. Tuttavia, devo ammetterlo: Grey’s Anatomy mi ha convertita. Sia chiaro, anche adesso non mi trovate alle due di notte sul ciglio del divano e ho comunque e sempre troppo poco tempo da perdere, però le vicende di Meredith mi intrattengono, mi permettono di spegnere un po’ il cervello e non pensare al tran-tran quotidiano.

In fondo, a cosa servono le serie TV, se non a questo?
Dunque vi consiglio di guastarvi un po’ di eye candy, un po’ di intrallazzi amorosi e dei cliffhangers davvero incerdibili con Grey’s Anatomy!

 

SUL LETTINO DI FREUD (2)_ LA PAURA FA NOVANTA by Paolo Parente

FreudLa paura è l’emozione più emblematica che esista: nonostante sia causa di angosce e a volte traumi, è anche uno dei sentimenti più ricercati, come dimostrano incassi di film horror tipo “The Conjuring” o vendite di videogiochi tipo “The Evil Within”, o ancora le file chilometriche che tutti ci siamo sorbiti ai parchi divertimenti per attrazioni come le montagne russe ad alta velocità.

Ma cos’è che ci spinge a voler provare un’emozione simile? Per capirlo dobbiamo prima capire cos’è la paura.

Secondo gli studi di Robert Plutchik, uno dei padri dello studio sulle emozioni, è uno degli otto sentimenti primari che va a braccetto con la rabbia, secondo un rapporto di causa-effetto (spesso è la rabbia degli altri a farci provare paura). Questo sentimento primario, assieme alla tristezza, la già citata rabbia e al disgusto, rappresenta la base del lato negativo del regno animale, un lato capace di scatenare, in particolar modo nell’uomo, effetti che incidono fortemente sulla nostra vita, influendo il nostro carattere e anche la nostra salute, abbassando spesso le nostre difese immunitarie o causando infarti.

Quindi, qual è l’utilità della paura? Ha semplicemente un ruolo vitale, evitando di farci commettere stupidaggini o azioni avventate, salvandoci in molte situazioni. Immaginate di non poter provare paura e di vivere un episodio quotidiano come può essere l’attraversamento di una strada: se non provassimo paura, tralasciando il buonsenso, attraverseremmo la strada senza controllare il passaggio delle macchine, rischiando di essere investiti.

La paura può essere vista come il freno emotivo capace di ricordarci che, purtroppo o per fortuna, non siamo nati coi superpoteri e che la vita è un tesoro da proteggere gelosamente.

Bene, abbiamo capito che la paura è una delle emozioni più utili, quando si tratta di salvarci la pelle, ma perché ci piace provare paura?

Le teorie sono varie, ma le più plausibili e condivise anche dagli esperti sono due: affrontare le paure ci riporta, istintivamente, a rivivere le imprese dei primi ominidi, dandoci una forte dose di autostima e rimuovendo i dubbi sulla nostra utilità in una qualsivoglia gruppo; inoltre, la paura è uno dei principali inneschi del rilascio di adrenalina e altri neurotrasmettitori capaci di donarci abilità al limite dell’umano (famoso su internet l’episodio della donna che riesce a salvare il marito sollevando con le sue sole forze l’auto sotto la quale l’uomo era intrappolato), oltre a darci forti sensazioni di piacere, difficilmente replicabili.

Ecco perché la paura, soprattutto negli ultimi anni, si sta discostando sempre più da una connotazione negativa, diventando forse la prima emozione da potersi considerare neutrale.

“THE HATEFUL EIGHT” by Nevio Moreschi

THE HATEFUL HEIGHT

Ciao cari lettori! Sono Nevio e oggi vorrei parlarvi del nuovo gioiello del regista americano Quentin Tarantino: “The Hateful Eight”, uscito nelle sale italiane a inizio Febbraio.

Premetto che la versione che ho visto non è quella da 3 ore filmata su pellicola, ma quella digitale da 2 ore e 40 minuti, quindi non ho potuto assistere al film così com’era stato pensato inizialmente dal regista, ma poco importa visto che sono comunque uscito dalla sala soddisfatto e ancora in preda ai brividi per la tensione.

WANTED
Nel cast tornano storici collaboratori di Tarantino com Samuel Jackson (N°1), Tim Roth (N°6) e Michael Madsen (N°7).

La trama è all’apparenza semplice: negli anni successivi alla guerra civile americana un gruppo di uomini (non proprio 8 come potrebbe far pensare il titolo) si ritrovano bloccati in un emporio, nelle montagne innevate del Wyoming, a causa di una tempesta. Un gruppo composto dalle persone più disparate: c’è un ex-generale sudista, un colonnello nero nordista (interpretato dall’immancabile e cazzutissimo Samuel L. Jackson), un sedicente sceriffo figlio di uno dei più grandi ribelli anti-unionisti, insomma fin da subito i protagonisti avranno buoni motivi per avercela a morte coi loro compagni. A questo ambiente, già di per sé esplosivo, va a sommarsi il fatto che verranno raggiunti dal cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russel) in compagnia della sua prigioniera Daisy Domergue (interpretata da Jennifer Jason Leight, che ha ricevuto l’Oscar come miglior attrice non protagonista) e il sospetto che tra quei sette ci sia qualcuno in combutta con lei, o comunque intenzionato a uccidere il vecchio Ruth per intascarsi la taglia è molto alto.
Già da queste premesse si può facilmente intuire la differenza tra questo film e quelli recentemente girati e scritti da Tarantino. L’ambientazione claustrofobica del sovraffollato emporio rimanda al primo film del regista-sceneggiatore: “le Iene” (in cui 5 gangster si ritrovavano chiusi in un capannone con la consapevolezza che uno di loro sia un infiltrato), non permette molta azione. Infatti, almeno nella prima metà, è un susseguirsi di dialoghi scritti magistralmente che ci permettono di conoscere il background dei vari personaggi (che andrà a delinearsi pian piano per tutta la durata del film), utilizzati dal regista come spunto perfetto per far riflettere sul come la società americana non abbia ancora superato molte delle problematiche presenti giù dal 1860: prima fra tutte il razzismo.
Poi si possono anche fare delle riflessioni sul nichilismo, su quanto sia saggio seguire i proprio valori quando c’è in gioco la vita, in questo caso nel selvaggio West, ma questo è un qualcosa in più.

La base su cui poggia tutto il film, in realtà, è l’ansia, e chiunque conosca anche solo lontanamente Tarantino sa che il punto non è “se la situazione degenererà”, ma “quando” lo farà. Naturalmente il tutto è amplificato da questa situazione alla Agatha Christie, in cui chiunque potrebbe alzarsi all’improvviso nel bel mezzo di una chiacchierata, estrarre il suo revolver e fare una strage. A tal proposito se mai vorreste guardarlo è importante che sappiate che c’è parecchia violenza sia fisica che verbale. È, come al solito, esageratissima, ma in questo suo ultimo film forse più “secca” meno umoristica rispetto magari al predecessore “Django Unchained”. L’ironia che permea il film è infatti molto sottile, cupa, e sfocia spesso nel black humor.

Nonostante tutti siano concordi nel ritenere la regia eccezionale, in patria “The Hateful Eight” è stato poco considerato sia dalla critica che dagli spettatori, personalmente non me ne capacito ma il web ha presentato varie teorie a riguardo come: la mancanza del political correct, un’analisi politica troppo attuale (in tempi di campagna elettorale), o forse a causa della minor dinamicità rispetto a ciò che si aspettavano i fans del regista.

Il film ha vinto un Oscar come miglior fotografia (Robert Richardson) e un Oscar come miglior colonna sonora per lo straordinario lavoro dell’ormai leggendario Ennio Morricone. Premio più che meritato visto che solo la prima traccia riesce a farti venire la pelle d’oca nonostante sullo schermo appaiano soltanto i titoli di testa e un crocefisso ricoperto di neve! Insomma, la musica da sola riesce a farti entrare in quell’atmosfera di inquietudine che ti accompagnerà per tutte le due ore e mezza successive e solo un grande maestro è capace di creare tutto questo.

 

L’unica cosa che mi è spiaciuta, ma che non è un vero e proprio difetto, è che già alla seconda visione il film perde molto. L’ho riguardato in lingua originale qualche settimana dopo, ed è stato fin da subito chiaro che trattandosi di un film basato su un susseguirsi di colpi di scena molta della sua magia era scomparsa, quindi quando deciderete di guardarlo godetevelo minuto per minuto, mi raccomando!

LOST IN THE SERIES (3)_ MODERN FAMILY by Sandy Guadagnino

1456476917_modernfamily1Ciao da Sandy, oggi vorrei parlarvi della mia serie tv preferita. Preferita e anche l’unica che seguo, aggiungerei. Sì, perchè non sono un’amante della tv ed è raro che qualcosa catturi la mia attenzione tanto da tenermi incollata sul divano con assiduità. Questa serie tv, però, mi piace davvero perché è semplice: niente fronzoli, niente trame complicate e, inoltre, non è una di quelle serie in cui se perdi un episodio non cavi più fuori un ragno dal buco.

“Modern Family”   la situation comedy è ambientata negli Stati Uniti e le vicende raccontate ruotano intorno a tre nuclei familiari.

Jay Pritchett è il capo famiglia, anzianotto e sposato in seconde nozze con una giovane colombiana, Gloria, già mamma di Manny. Jay ha tre figli: Claire, Mitchell e Joe, il bambino avuto da Gloria. Claire è addirittura più grande di Gloria (e spesso in competizione con lei) ed è sposata con Phil, un agente immobiliare molto proud (come direbbe lui) del suo lavoro . La coppia ha tre figli: Haley – carina e alla moda, Alex – studiosa e intelligente e Luke – un bambino un po’ strambo e dalle idee disparate. Mitchell è il figlio omosessuale di Jay e vive con il compagno Cameron, la parte estrosa del binomio, e la loro bambina vietnamita Lily.

La serie tv comprende sette stagioni da 24 episodi l’una, in onda dal 2009 negli Stati Uniti sull’emittente televisiva ABC. In Italia viene distribuita da MTV a partire dal 2010. Fin da subito ottenne successo e un seguito molto numeroso, proprio perché sono tante le persone e le famiglie che si identificano in quella di “Modern Family”. Infatti, non viene imposto un modello familiare perfetto, ma vengono proposte tre famiglie strampalate, piene di difetti e diverse, ma che sicuramente si amano. E questo piace, perchè non ci si sente giudicati.

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La comedy è realizzata attraverso l’espediente del falso documentario, il che significa che nella finzione i personaggi raccontano le proprie vicende ad una troupe che li riprende: questo permette allo spettatore di capire meglio la psicologia del personaggio stesso e di entrare in una sorta di empatia.

La serie è nella top list di TIME, il NY Times, il LA Times e molte altre importanti riviste: il punto di forza sono sicuramente le interpretazioni degli attori, che non a caso a Hollywood sono super pagati (basti pensare che Sofìa Vergara, l’attrice che interpreta Gloria, è una delle più richieste secondo Forbes).

Un altro motivo per cui io adoro “Modern Family” è proprio la leggerezza e la spontaneità con cui vengono affrontati temi come il razzismo, l’omofobia, il sesso libero, l’adozione da parte di copie omosessuali: l’attenzione è focalizzata sulla famiglia e le loro vicissitudini divertenti, ma questo permette di rappresentare situazioni normalissime contribuendo a lanciare un messaggio di accettazione nei confronti del diverso (che non è poi tanto diverso, visto che alla base di qualsiasi famiglia c’è l’amore, no?).

Voglio concludere con una frase dell’autore della serie, Steven Levitan:

Comedy comes first. We hope that we entertain people and make them feel something, and if from that people can be a bit more accepting, that’s a wonderful bonus.

Trad: Far ridere è più importante. Noi auspichiamo di intrattenere le persone e far sentire loro qualcosa, ma se grazie a ciò il pubblico può diventare un po’ più tollerante, è un meraviglioso bonus.

Probabilmente se tutti i programmi televisivi avessero questo intento, le persone sarebbero meno interessate al gossip e più sensibili e tolleranti nei confronti del prossimo.

ART SURFING – sala 2 – POP ART by Michele Sassòli

Rise-and-shineQuante diverse interpretazioni si possono dare ad una scatola di latta? C’è chi la vede solo per ciò che è, ovvero un semplice contenitore di zuppa precotta, chi invece, con una mentalità un po’ più pratica ci può vedere un possibile vaso per fiori o un soprammobile alternativo. C’è anche chi con un banale cilindro di latta ha rivoluzionato il mondo dell’arte e ha aperto le menti delle persone ad un nuovo modo di percepirla. Questo Artista è Andy Warhol, e immagino che tutti lo associno immediatamente a una parola: Popart. Ma siamo sicuri di sapere veramente che cosa sia la Popart?

Questo movimento artistico nasce negli anni ’50 del ventesimo secolo grazie a Richard Hamilton. Con la sua opera “Just What is it that makes today’s homes so different, so appealing?” creata per la mostra “This is tomorrow” viene ritenuto il padre della Popart.

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Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? (by Richard Hamilton)

Questa serie di quadretti sono creati utilizzando i ritagli dei giornali più famosi dell’epoca incollati fra loro: in poche parole un collage. Con quest’ opera Hamilton vuole provocatoriamente immortalare la società di allora così come la vorrebbero i media, facendola inchinare di fronte alla cultura di massa. Su questo concetto si basa tutta la Popart. Un’arte non per il singolo osservatore, ma per la massa e, siccome la massa non ha volto, la sua arte deve essere il più anonima possibile. Opponendosi aspramente all’Espressionismo di inizio novecento che voleva racchiudere nell’opera tutte le emozioni del singolo artista, la Popart respinge ogni espressione dell’interiorità umana e si concentra sul mondo esterno: un mondo governato dal consumismo. Per questa ragione la comunicazione col pubblico deve essere immediata e semplice usando un linguaggio noto a tutti. Queste opere d’arte parlano il linguaggio  della pubblicità commerciale e vengono esposte al pubblico come fossero dei prodotti in serie, spogliando il soggetto di ogni possibile significato espressivo.

 

Ma come mai questi artisti hanno scelto proprio questo modo per agire? Le pubblicità arrivano in ogni angolo della città, e in questo modo la stessa Coca Cola bevuta da qualsiasi cittadino del mondo è anche quella bevuta da una star acclamata dal pubblico come Marilyn Monroe. L’obiettivo è quello di abbattere ogni frontiera sociale ed eliminare le ingiustizie fra le classi alte e quelle basse, donando a tutti stessi diritti e stesse opportunità. Ed essendo la società americana la maggior produttrice di beni di consumo, artisti come Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg o James Rosenquist vedono nell’american way of life il miglior soggetto per le proprie opere.

Durante questo periodo viene rivalutato completamente il ruolo del fumetto: lo si eleva allo status di opera artistica comunemente riconosciuta grazie all’azione di questi artisti che lo vedevano (molto pessimisticamente) come un ultimo residuo di comunicazione scritta accessibile a tutti. Così Roy Lichtenstein utilizzando immagini femminili o di guerra e applicandoli al nuovo modello sociale dell’epoca, arriva a costruire un proprio stile inconfondibile. Opere come “M-maybe”, “Crying girl” o “Whaam!” sono entrate a far parte della cultura moderna a livello internazionale. In questi piccoli fumetti il soggetto viene rappresentato utilizzando una tecnica unica: il puntinato Ben-Day ( chiamato così dall’inventore della tecnica, appunto Benjamin Day). Questo stile deriva da un tipo di iconografia industriale e, pur richiamando al pointillisme ottocentesco, dona una chiave di lettura completamente moderna ai dipinti. I puntini non sono più piccoli e ravvicinati per donare omogeneità al soggetto, ma sono al contrario grandi e distaccati fra di loro, lasciando parecchi spazi bianchi tra l’uno e l’ altro. L’intento di Lichtenstein era preciso, voleva che dalle sue immagini banali e immediate si percepisse

«(…) l’idea di realizzare quadri estremamente semplici, che dessero l’impressione di essere insensati e stupidi, con un uso del colore che desse l’impressione di non avere niente a che vedere con l’arte»

Lo stile di vita americano viene ispezionato in ogni suo dettaglio, anche attraverso la cultura del cibo, così come fa lo svedese Claes Oldenburg che utlizza come soggetti delle proprie opere prodotti alimentari (e altro) tutti facilmente acquistabili nei negozi sotto casa, ma non si limita a rappresentarli in tela, lui ingrandisce enormemente le proprie opere e le espone nelle più grandi città del mondo. Ne sono un esempio il grande cono gelato “Dropped cone” di Colonia del 2001 o lo “Spoonebridge and cherry” nel Minneapolis Sculture Garden, la scultura di un gigantesco cucchiaino di metallo con una ciliegia sulla punta . In questo modo le varie pietanze perdono il valore di bene primario indispensabile per la vita e si riducono a semplice prodotto di consumo alla portata di tutti.

Un altra tematica ampliamente analizzata dalla Popart è il mondo del cinema, più in particolare quello delle Star. Queste sono icone da tutti riconosciute e idolatrate, svestito il soggetto dall’individualità dell’artista si permette a tutti di entrare all’interno dell’opera: l’importante non è l’essere, ma l’apparire. Così James Rosenquist nell’opera “Joan Crowford says” rappresenta l’attrice intenta a pubblicizzare un prodotto che non siamo in grado di riconoscere… ma a chi interessa? L’importante è che ci sia la faccia della Star sull’etichetta.

L’immagine più nota della Popart è probabilmente Marilyn-diptychquella di Marilyn Monroe immortalata nelle quattro iconografie di Andy Warhol. Quattro fotografie che rappresentano la diva di Hollywood in quella posa plastica che l’ha resa un’icona. Attraverso quest’opera Andy sembra voler personificare il consumismo, non necessariamente in Marilyn, ma in tutti coloro che la seguono e vedono in lei l’esplicitarsi della fama e del successo, che si sa dura solo quindici minuti.campbell-warhol

L’evoluzione naturale della Popart oggi prende il nome di Neopop. Cambiano gli artisti che se ne fanno esponenti, cambiano forse i metodi di rappresentazione, ma di certo rimane invariato il messaggio che si vuole inviare. Il nome più famoso di queste corrente artistica è quello di Jeff Koons, che attraverso le sue opere come “Balloon dog” o “Gazing Ball” sembra voler riconciliare il mondo dell’arte bassa (oserei dire infantile, si sta parlando d’altronde di palle di plastica e palloncini a forma di cane) con quello dell’arte tradizionale. Sempre sulla scia di Andy Warhol, Koons immortala un’altra Star acclamata da tutto il mondo: Michael Jackson. Questa volta, però, il re del pop viene mostrato in un momento di intimità con la scimmietta Bubbles (l’opera si chiama appunto “Michael Jackson and Bubbles”), ibernando così la star in questo stato di umanità che tutti apprezzano.

Abbiamo aperto una nuova stanza del nostro museo, nella quale chi entra è attratto come un gatto da tutto ciò che sbrilluccica, ma non tutto ciò che brilla è oro. Ritengo che il mondo tenda fin troppo a sopravvalutare la Popart: alla fine si preoccupa di dare al pubblico solo ciò che questo chiede, non facendo trasparire nulla dell’autore nelle opere. L’artista non è visto come un sensibile interprete della realtà, ma come semplice manipolatore di oggetti già presenti e già conosciuti dal pubblico. Alla soggettività dell’uomo viene sostituita l’oggettività della macchina, riducendo tutto a un semplice lavoro scarno di ogni significato personale.

Lettori ed ascoltatori di InsideOut noi ci vediamo alla prossima puntata di ART SURFING  per aprire una nuova sala di questo meraviglioso museo che è la cultura umana.

 

EXCHANGE EXPERIENCE: GOODBYE NEBRASKA! by Lorenzo Gaspare Dugnani

Costruisci una casa nuova, partendo solo da un pezzo di terra e avendo tutti gli strumenti necessari, ma sei solo. Tu, la terra, gli strumenti, il tuo scopo.

Cominci a costruire le fondamenta, poi la casa: prima gli esterni e poi arrivi agli interni che saranno ricchi, belli, pieni. Quando la tua casa raggiunge il più alto valore di bellezza, te ne vai. La abbandoni. Per sempre.

Una volta lontano, ti guardi indietro e scopri che era una casa giocattolo. Immediatamente ti svegli: era solo un sogno di una notte. È finito e mai ritornerà.

Ma ora che ti sei svegliato sarai capace di costruire una casa con lo stesso valore di bellezza, o anche maggiore, ma nella tua vita reale che durerà per tanto quanto tu la vuoi far durare.

Perché? Perché hai testato questi strumenti che avevi ricevuto e ora sai come maneggiarli. Loro sono e resteranno sempre con te poiché gli insegnamenti di genitori, familiari, educatori, insegnanti, fortunatamente sono indelebili nella tua mente, ma sta a te farne corretto uso.

Questo è ciò che ho vissuto nella mia esperienza da exchange student. Quindi ora, tornando in Italia, ho notato la mia casa giocattolo e mi impegnerò al massimo per costruirla anche nella mia vita reale.

Goodbye Nebraska

You build a new house starting with just a piece of land and with all the tools needed, but you are alone. It’s just you, your land, your tools, your goal.

You start building the foundations, then the house: the outside first, then you move to the inside, that will be simply beautiful and perfect. Then, when your house reaches the highest value of beauty, you go away. You leave it. Forever.

Once you are far away from it, you turn back and you find out that it was a toy house. Suddenly you wake up: it was just a dream. It’s over, and you will never have it again.

However, now that you are awake, you are able to build a house with the same value of beauty or even higher, but in your real life, and it will last as long as you want it to last. Why? Because you have tested those tools that you had received and now you are able to handle them. They are, and they will always be, with you because what you have been taught by your parents, family, and teachers, will last forever in your mind, but it’s up to you to make the best out of it.

This is what I have lived being an exchange student. So now, going back to my country, I can see my toy house, and I will do my best to build it in my real life too.