“THE REVENANT” by Elia Paghera

 

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INTRO
Opera d’arte, un capolavoro cinematografico, incredibile, fantastico!
Inarritu, regista della pellicola, dopo “Birdman” (
https://it.wikipedia.org/wiki/Birdman_(film) questa volta porta sul grande scherzo un film totalmente diverso.: “The Revenant”, ispirato a eventi realmente accaduti, è una storia epica sul tema della sopravvivenza e della trasformazione, sullo sfondo la frontiera americana. Costretti a lasciare il territorio incontaminato del Nord Dakota dove stavano cacciando pelli e pellicce a causa di un attacco indiano, i sopravvissuti della spedizione si affidano al leggendario esploratore Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) per trovare una via di fuga. Le scelte di Glass, e la necessità di abbandonare nei boschi le pelli e l’ipotetico guadagno, portano il rude John Fitzgerald (Tom Hardy) a una sorda frustrazione. Quando Glass viene ridotto in fin di vita dall’attacco di un’orso, e il gruppo è costretto a separarsi, Fitzgerald abbandona DiCaprio al suo destino, considerandolo spacciato. Ma, nonostante le feriti mortali e la solitudine, Glass non si arrende, non è intenzionato a soccombere. Grazie alla sua determinazione, e all’amore per sua moglie e suo figlio, percorrerà oltre 300 chilometri per scovare l’uomo che lo ha tradito.

REGIA

INNARITU+LEO
Alejandro González Iñárritu e Leonardo Di Caprio

Un film sensazionale, una regia e una fotografia impeccabili. Innumerevoli riprese al paesaggio, usando solo le luci naturali, solo luce solare, il chè è incredibile e per nulla scontato. Questa scelta ha costretto le riprese unicamente durante il giorno, alla perenne ricerca della luce perfetta per ogni ambiente, una ricerca che ha permesso di arrivare a un prodotto finale senza eguali. Grazie a questa modalità tutto è reso in maniera più realistica, ogni elemento acquista una nitidezza incredibile, ogni secondo del film può essere una fotografia da mettere in mostra in un museo d’arte.
Questo ha lasciato senza parole molti critici e molti addetti ai lavori. In un’intervista Inarritu fa notare come ai giorni nostri la gente rimanga colpita più nel vedere una mela “vera” piuttosto che una realizzata a computer.

Inarritu ha voluto esporre la forza della natura e la sua bestialità, incredibili sono le riprese dal basso che portano lo spettatore a percepire la grandezza degli alberi e della montagna, o gli spazi immensi percorsi dalle nuvole. Una pellicola che è paragonabile a un quadro di Friedrich (cliccate qui per un confronto).

La Trama, sebbene tratta da una storia vera riscritta estremizzando alcuni fatti, è molto semplice, non ha grande sviluppo e risulta quasi scontata. A differenza di tante altre pellicole, però, questa non è stata una premessa per la banalità. Due ore e mezza di trama trascorrono nella bellezza di immagini che bastano a se stesse.

Cast Eccezionale

Di Caprio in tutto il film (pur avvalendosi di quattro battute in tutto il film, trascorrendo due ore senza parlare), è stato eccezionale, nessuno avrebbe potuto togliergli il premio Oscar quest’anno! È riuscito a spingersi oltre ogni limite, vivendo sulla sua pelle le condizioni estreme in cui ha dovuto recitare e ogni emozione che intendeva comunicare. Nel film traspare tutto: la tristezza, la stanchezza la bestialità, l’istinto animalesco dell’uomo; cogliamo tutto dai suoi occhi, dalle espressioni sul suo viso, quanto si sia immedesimato nel personaggio. Nssun tipo di finzione. Veramente non ho parole. Mi inchino al suo talento, la sua devozione, la sua capacità di migliorarsi di anno in anno, pellicola dopo pellicola.

A un grande protagonista, però, si deve anteporre un grande antagonista e Tom Hardy è riuscito nell’impresa: se DiCaprio rappresenta la “bestia” a livello animale, Hardy incarna la “bestia” a livello umano. Un uomo avido, cinico, egoista e malvagio, concentrato solo sul suo ego e sulla propria sopravvivenza senza alcuna preoccupazione per i compagni. Tom Hardy mette in scena con molti dialoghi un’indole rude e implacabile, la sua bravura gli è giustamente valso l’Oscar come miglior attore non protagonista.

Non dimentichiamoci anche gli altri Oscar conquistati da The Revenant: miglior regia, miglior scenografia, miglior montaggio, migliori effetti speciali, miglior sonoro, migliori costumi, miglior trucco e acconciatura. Vi pare poco?

“The Revenant”: una paradiso per gli occhi, sia per la regia che per la recitazione, un film da vedere assolutamente, un film che consiglio vivamente a tutti coloro che hanno voglia di vivere e godersi un’avventura oltre ogni limite.

DiCaprio

(4) VENOM WEEK by SENEX

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Vipera di Russell

LA BELLE DAME SANS MERCI

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla quarta puntata di VenomWeek, la rubrica più velenosa del mondo. Come avevo già accennato alla fine dello scorso episodio, oggi ritorniamo a parlare di serpenti. Lo facciamo spostandoci in India, vicino ad una piantagione di riso, dove vediamo un gruppo di contadini incamminarsi a piedi scalzi verso le piante che coltivano. Di scarpe, per gente così povera, c’è ben poca disponibilità, ma loro sanno bene che averne un paio potrebbe anche salvargli la vita. Da cosa? Dalla micidiale signorina che stiamo cercando.

La nostra dama vanta un tristissimo quanto eccezionale primato nel mondo dei serpenti: è infatti l’ofide che uccide di gran lunga il maggior numero di persone l’anno. Per farvi capire di quali numeri sto parlando, le vittime annue di morsi di serpente (sommando tutte quelle causate dalle circa 500 specie velenose) sono circa 40000; di queste, qualcosa come 10000 vanno esclusivamente sul conto di questa bella signora, che risponde al nome di vipera di Russell.

Prima di proseguire nel nostro viaggio alla scoperta di questo serpente, però, desidero chiarire che i dati che ho appena citato non vogliono in alcun modo dipingerlo come uno spietato assassino assetato di sangue umano: come non mi stancherò mai di ripetere, nessun serpente attacca mai un uomo senza essere stato, volontariamente o meno, provocato e minacciato, e l’enorme quantità di vittime provocate dalla vipera di Russell è dovuta in larga misura, come vedremo meglio in seguito ad un rapporto molto complicato con le popolazioni umane che abitano i territori del suo vasto areale.
In primo luogo, però, vediamo di essere educati con la nostra signora iniziando a parlare delle sue caratteristiche fondamentali: la vipera di Russell (Daboia russelii) appartiene, come dice il nome, alla famiglia dei Viperidi, e presenta un corpo non molto lungo (di norma non supera il metro e mezzo) e piuttosto tozzo, che culmina in una testa pronunciata di forma che tende al triangolare, tratto anche questo tipico delle vipere. La sua colorazione è perlopiù marrone-verdastra, con tre serie di macchie di un marrone più scuro incorniciate da bordi neri che ornano il corpo del serpente per tutta la sua lunghezza. La vipera di Russell ha una distribuzione molto ampia: è comune in tutto il Sud-est asiatico, dal Pakistan all’Indonesia, passando per India, Thailandia, Sri Lanka, Myanmar, Cambogia e Cina meridionale. Predilige gli ambienti pianeggianti, meglio ancora se vicini a corsi o specchi d’acqua, anche se è stata segnalata addirittura ad altezze tra i 2000 e i 3000 metri.

Questo serpente si nutre soprattutto di roditori; è un predatore da imboscata, che attende la preda nello stesso luogo anche per due-tre settimane. Quando la vittima si avvicina abbastanza, la vipera scatta in avanti a velocità straordinaria e serra il morso iniettando il suo letale veleno grazie a denti piuttosto lunghi, ripiegabili, come quelli di tutti i viperidi, all’indietro sul palato per evitare che si rompano. Questa caratteristica fa sì che le vipere siano serpenti solenoglifi, diversamente dagli elapidi (cobra, mamba, krait, ecc) proteroglifi, che presentano denti più corti e non ripiegabili, e dai colubridi velenosi opistoglifi, i cui denti veleniferi sono posti molto più indietro all’interno della bocca.

Concentriamoci ora proprio sul veleno di questo serpente che risulta essere uno dei più complessi presenti in natura, ma per iniziare ad inquadrarlo possiamo subito definirlo emotossico, cioé la sua azione si concentra sui tessuti e sul sangue, che vengono progressivamente distrutti provocando una morte spesso lenta ed estremamente dolorosa. Questo tipo di tossine è caratteristico, nel panorama dei serpenti, proprio dei viperidi, mentre gli elapidi, come abbiamo già visto nel mamba nero, presentano veleni prevalentemente neurotossici.
Andando più nello specifico, il veleno della vipera di Russell è costituito da una miscela di diverse tossine, ognuna con un’azione specifica.

Iniziamo con la componente edemigena: il veleno della nostra dama provoca infatti edemi talvolta imponenti, separando il plasma dalle altre componenti del sangue e provocandone di conseguenza la copiosa fuoriuscita dai vasi sanguigni e, nei casi più gravi, da ogni orifizio del corpo, occhi, bocca, naso, orecchie, ecc. Il sangue, rimasto privo di plasma, perde la sua componente propriamente liquida, addensandosi fino ad assumere la consistenza di una gelatina: qui entrano in gioco le miotossine, capaci di provocare estese necrosi e cancrene nel tessuto muscolare distruggendone le fibre (rabdomiolisi), con possibile insufficienza renale; al contempo, altre tossine presenti nel veleno provocano una massiccia ipotensione, con la pressione che crolla drasticamente fino a portare al collasso e allo shock. La morte sopraggiunge non prima di alcune ore, ma sono documentati casi di vittime morte solo dopo un’agonia straziante di addirittura una o due settimane.

A dire il vero, un antidoto per il veleno della vipera di Russell esiste già da diverso tempo. Tuttavia, la sua disponibilità è sempre scarsa di fronte alle innumerevoli richieste: in una regione come il Sud-est asiatico, interessata da un grandissimo incremento dell’urbanizzazione e da una grande crescita demografica, l’habitat delle vipere si restringe sempre di più, costringendole ad entrare sempre più spesso in contatto con l’uomo; conseguentemente, anche i casi di morso aumentano in maniera esponenziale. Se a questo uniamo la povertà di gran parte della popolazione rurale della zona, che pregiudica la disponibilità di misure di protezione anche elementari come un paio di scarpe spesse e pantaloni lunghi, capiamo bene come non ci sia da stupirsi per l’elevatissimo numero di vittime che la vipera di Russell miete ogni anno, nonostante il suo veleno, pur assolutamente letale, non sia affatto il più potente al mondo.

Molto più tossici sono, per esempio, quelli in dotazione alle protagoniste della prossima puntata di Venom Week, che da millenni, però, offrono addirittura un valido aiuto agli uomini che vivono insieme a loro.
In attesa di accompagnarvi da loro, anche per oggi vi saluto: appuntamento come sempre tra una settimana, per la prossima puntata della rubrica più velenosa del mondo.
Da Senex, alla prossima!

SENEX

ROCKY MOUNTAIN HIGH by MICHELE

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Calzini fradici e marshmallow abbrustoliti sul fuoco, così riassumerei la mia avventura. Eh si, perché è stata una vera e propria avventura la mia, non una semplice vacanza, quella che mi ha portato a vivere per due settimane in una tenda con mille spifferi disperso fra le montagne del Colorado.
Me lo aveva detto mio papà che non sarebbe stata una passeggiata, ma di certo non mi aspettavo di finire a sfiorare l’ipotermia o a dormire completamente immerso in una pozzanghera.

Andiamo un passo per volta: l’estate scorsa sono stato in Colorado seguito da una compagnia di cui mio papà è parte; ho trascorso due o tre giorni in famiglia e poi, con altri ragazzi provenienti da Spagna e Germania, siamo andati in campeggio fra le Rocky Mountains, la catena montuosa che attraversa verticalmente gli Stati Uniti e arriva fino in Canada.

Nei pochi giorni che ho passato in casa, la famiglia ospitante mi ha portato a visitare Denver, la capitale, una vera e propria metropoli. Io, vivendo in un paese piuttosto piccolo, non ero abituato a tutti quei grattacieli e a tutta quella gente, quindi devo ammettere di essermi trovato un po’ spaesato a camminare in questa città.

La cosa più affascinante è stata la musica che si sentiva fra le strade, e no, non sto parlando del rumore delle auto o il suono dei clacson. Sto parlando dei pianoforti distribuiti lungo tutti i marciapiedi, che ogni persona poteva fermarsi a suonare, così che camminando potevi sentire la musica accompagnare i tuoi passi. Indimenticabile.

Dopo qualche giorno in città, è iniziata la mia vera e propria vacanza: l’avventura.
Il campeggio era piuttosto grande, uno dei più famosi del Colorado. Oltre al nostro gruppo seguito da Chris e Katy, poco più che ventenni, c’erano tantissimi altri ragazzi. Ogni gruppo svolgeva singolarmente le proprie attività e gli unici momenti in cui si riusciva a stare realmente insieme erano quelli della colazione e alla sera quando, attorno ad un fuoco, si cantava e si chiaccherava.

La prima cosa che ci hanno mostrato dopo essere arrivati è stata la tenda nella quale avremmo dormito: una struttura di legno sostenuta da due pali e coperta con un telo marroncino e pieno di buchi. Questa era situata una decina di minuti a piedi dall’accampamento principale, quindi ogni mattina per fare colazione bisognava percorrere una stradina fra gli alberi ed è capitato più volte di trovarla completamente infangata a causa delle piogge della notte precedente.
Molte sono state le difficoltà, ma la cosa più difficile a cui abituarsi è stata sicuramente l’escursione termica: un caldo da morire durante il giorno e un freddo da far gelare le ossa durante la notte e al mattino. Oltre al sacco a pelo per dormire indossavo una maglia corta, una lunga, un felpone, i pantaloni della tuta e due paia di calze… e avevo ancora freddo! Immaginatevi di dover andare durante la notte in bagno (ovvero una toilet chimica posta a un centinaio di metri dalle tende, per evitare che gli animali, attratti dall’odore entrassero in tenda), con un freddo disumano e il buio totale, con solo una piccola torcia per fare luce sulla strada e con la paura che un alce o un orso balzasse fuori all’improvviso.

Nonostante questo abbiamo imparato a dimenticarci delle difficoltà e a goderci lo splendido panorama che ci stava attorno: montagne da ogni parte, alberi e qualsiasi genere di animale (cervi, cerbiatti, aquile e tantissimi scoiattoli con la coda corta, ovvero chipmunks). Non dimenticherò mai le bellissime esperienze fatte, come il rafting sul Colorado River, il sole sorgere da dietro le montagne o tutte quelle confessioni a cuore aperto fatte davanti al fuoco in piena notte.
Prima di partire avevo un miliardo di paure, non sapevo se sarei riuscito a resistere due settimane parlando solo ed esclusivamente inglese; credevo di non riuscire a farmi capire, e non sapevo neanche io realmente a cosa stavo andando incontro. Adesso so solo che è stata una cosa indescrivibile a parole, un’occasione che ti capita una volta sola nella vita.

Quindi io vi consiglio di buttarvi in un’esperienza simile, anche se non siete sicuri di farcela. Se è una cosa che vi fa stare bene con voi stessi e vi piace, non c’è niente di cui pentirsi o di cui avere paura di fare.

Semplicemente buttatevi!

MICHELE