Ciao cari lettori! Sono Nevio e oggi vorrei parlarvi del nuovo gioiello del regista americano Quentin Tarantino: “The Hateful Eight”, uscito nelle sale italiane a inizio Febbraio.
Premetto che la versione che ho visto non è quella da 3 ore filmata su pellicola, ma quella digitale da 2 ore e 40 minuti, quindi non ho potuto assistere al film così com’era stato pensato inizialmente dal regista, ma poco importa visto che sono comunque uscito dalla sala soddisfatto e ancora in preda ai brividi per la tensione.

La trama è all’apparenza semplice: negli anni successivi alla guerra civile americana un gruppo di uomini (non proprio 8 come potrebbe far pensare il titolo) si ritrovano bloccati in un emporio, nelle montagne innevate del Wyoming, a causa di una tempesta. Un gruppo composto dalle persone più disparate: c’è un ex-generale sudista, un colonnello nero nordista (interpretato dall’immancabile e cazzutissimo Samuel L. Jackson), un sedicente sceriffo figlio di uno dei più grandi ribelli anti-unionisti, insomma fin da subito i protagonisti avranno buoni motivi per avercela a morte coi loro compagni. A questo ambiente, già di per sé esplosivo, va a sommarsi il fatto che verranno raggiunti dal cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russel) in compagnia della sua prigioniera Daisy Domergue (interpretata da Jennifer Jason Leight, che ha ricevuto l’Oscar come miglior attrice non protagonista) e il sospetto che tra quei sette ci sia qualcuno in combutta con lei, o comunque intenzionato a uccidere il vecchio Ruth per intascarsi la taglia è molto alto.
Già da queste premesse si può facilmente intuire la differenza tra questo film e quelli recentemente girati e scritti da Tarantino. L’ambientazione claustrofobica del sovraffollato emporio rimanda al primo film del regista-sceneggiatore: “le Iene” (in cui 5 gangster si ritrovavano chiusi in un capannone con la consapevolezza che uno di loro sia un infiltrato), non permette molta azione. Infatti, almeno nella prima metà, è un susseguirsi di dialoghi scritti magistralmente che ci permettono di conoscere il background dei vari personaggi (che andrà a delinearsi pian piano per tutta la durata del film), utilizzati dal regista come spunto perfetto per far riflettere sul come la società americana non abbia ancora superato molte delle problematiche presenti giù dal 1860: prima fra tutte il razzismo.
Poi si possono anche fare delle riflessioni sul nichilismo, su quanto sia saggio seguire i proprio valori quando c’è in gioco la vita, in questo caso nel selvaggio West, ma questo è un qualcosa in più.
La base su cui poggia tutto il film, in realtà, è l’ansia, e chiunque conosca anche solo lontanamente Tarantino sa che il punto non è “se la situazione degenererà”, ma “quando” lo farà. Naturalmente il tutto è amplificato da questa situazione alla Agatha Christie, in cui chiunque potrebbe alzarsi all’improvviso nel bel mezzo di una chiacchierata, estrarre il suo revolver e fare una strage. A tal proposito se mai vorreste guardarlo è importante che sappiate che c’è parecchia violenza sia fisica che verbale. È, come al solito, esageratissima, ma in questo suo ultimo film forse più “secca” meno umoristica rispetto magari al predecessore “Django Unchained”. L’ironia che permea il film è infatti molto sottile, cupa, e sfocia spesso nel black humor.
Nonostante tutti siano concordi nel ritenere la regia eccezionale, in patria “The Hateful Eight” è stato poco considerato sia dalla critica che dagli spettatori, personalmente non me ne capacito ma il web ha presentato varie teorie a riguardo come: la mancanza del political correct, un’analisi politica troppo attuale (in tempi di campagna elettorale), o forse a causa della minor dinamicità rispetto a ciò che si aspettavano i fans del regista.
Il film ha vinto un Oscar come miglior fotografia (Robert Richardson) e un Oscar come miglior colonna sonora per lo straordinario lavoro dell’ormai leggendario Ennio Morricone. Premio più che meritato visto che solo la prima traccia riesce a farti venire la pelle d’oca nonostante sullo schermo appaiano soltanto i titoli di testa e un crocefisso ricoperto di neve! Insomma, la musica da sola riesce a farti entrare in quell’atmosfera di inquietudine che ti accompagnerà per tutte le due ore e mezza successive e solo un grande maestro è capace di creare tutto questo.
L’unica cosa che mi è spiaciuta, ma che non è un vero e proprio difetto, è che già alla seconda visione il film perde molto. L’ho riguardato in lingua originale qualche settimana dopo, ed è stato fin da subito chiaro che trattandosi di un film basato su un susseguirsi di colpi di scena molta della sua magia era scomparsa, quindi quando deciderete di guardarlo godetevelo minuto per minuto, mi raccomando!
