ART SURFING – sala 1 – ARTE POVERA by Michele Sassòli

Rise-and-shineChiudete gli occhi. Fatevi trasportare in un altra dimensione: immaginate di varcare la soglia del museo più vasto al mondo, dove trovano custodia tutte le opere d’arte esistenti. Pensate a questi lavori frutto della fatica di uomini visionari e grandiosi, che hanno elevato l’arte ad un livello quasi divino: la perfezione della Gioconda, la maestosità della Cappella Sistina, le mille colonne del Partenone e l’immensità del Colosseo. E mentre camminiamo per le sale di questo surreale museo, dove anche la più piccola particella di polvere sembra perfettamente in relazione con l’ambiente circostante, ci imbattiamo in una grossa pila di panni sporchi e consunti che circondano un vecchio scarto di pietra: una donna raffigurata di spalle, abbandonata in quell’ammasso di sporcizia. Molti potrebbero voltare la testa e continuare la propria visita, magari soffermandosi a contemplare la penetrante morte di Marat o ad ammirare il profilo di Piero della Francesca, con naso aquilino e tonaca rossa ben lucidata, ma quello che a prima vista è sembrato un brutto rifiuto, in realtà nasconde molti più messaggi di quello che si possa pensare.

C__Data_Users_DefApps_AppData_INTERNETEXPLORER_Temp_Saved Images_venere_coloreSi chiama “La Venere degli stracci” ed è un’opera datata 1967, creata dall’artista Michelangelo Pistoletto, uno dei capisaldi della cosiddetta Arte Povera. Eh si, POVERA! Con questo termine si indica quel movimento artistico appartenente all’Arte Contemporanea, nato negli anni Sessanta del Novecento,  successivo alla Popart inglese, ma profondamente ispirato da essa. Si può dire che il movimento dell’Arte Povera sia ufficialmente iniziato nel 1967, quando il critico d’arte Germano Celant allestisce un’esposizione nella galleria genovese La Bertesca intitolata appunto “Arte Povera”. In questa mostra gli artisti non si limitano a presentare le proprie opere, ma le mostrano al pubblico sotto una luce diversa, rendendo sé stessi parti integranti delle opere. Così come la Popart tenta di riavvicinare l’arte al pubblico, l’Arte Povera si ripropone di dissolvere quella concezione sopravvalutata dell’artista e dell’opera in sé, che nel corso del tempo ha portato a considerare l’arte come un qualcosa posto un gradino più in alto rispetto alla realtà comune, un qualcosa ai limiti del sacro e dell’intoccabile. Ma se uno degli obiettivi dell’arte è rappresentare la realtà, per quale ragione quindi allontanarla dalla sensibilità umana e proteggerla con un pannello di vetro infrangibile dal contatto col pubblico?

Sia Arte PoveraPistoletto, Michelangelo (1933- ) - 1965 Vietnam (Rice University ___ che Popart cercano un modo per rivalutare la concezione dell’arte, ma lo fanno in due modi leggermente diversi (in effetti sono proprio opposti). L’arte di Andy Warhol punta al riavvicinamento al pubblico tramite la traduzione del linguaggio artistico in un linguaggio pubblicitario (più comprensibile al popolo consumista). L’Arte Povera abolisce ogni forma di commercializzazione e di industrializzazione dell’opera artistica, eliminando pennelli e tele e favorendo la produzione manuale di installazioni scenografiche attraverso la riutilizzazione di materiali scartati dai processi industriali.

Così gli artisti poveristi utilizzano oggetti comuni che tutte le persone sono in grado di comprendere (stracci sporchi, specchi, corde, pezzi di legno o di pietra), che non solo lanciano importanti messaggi sociali al pubblico, ma lo fanno in modo da includere l’osservatore nell’opera. Ne sono un esempio “Vietnam”, sempre di Pistoletto, la quale mostra la manifestazione di un gruppo di pacifisti, rappresentati tramite delle sagome fissate ad uno specchio, in modo che il pubblico passando potesse rispecchiarsi nell’opera e sentirsi parte del corteo. L’artista Mario Merz porta in scena con la sua opera “Igloo” un altro dei temi più comuni dell’Arte Povera: la multiculturalità che anima la nostra Terra. Quest’installazione è composta da strutture a forma di cupola (che riprendono appunto le fattezze di un igloo) costruite con vari materiali (pezzi di legno, metallo, vetro, neon e quant’altro) in modo da rappresentare la capacità umana di adattarsi a un determinato ambiente naturale.

È, infatti, proprio la natura la principale fonte di inspirazione per questi artisti, come ci dimostra Giovanni Anselmo con la sua “Scultura che Mangia” del 1968, nella quale due blocchi di pietra finemente lavorati schiacciano una lattuga soffocandola completamente: quest’atto simboleggia lo sfruttamento umano instancabile nei confronti della natura. Altri artisti nelle loro opere attaccano l’obsoleto concetto tradizionale dell’arte come forma perfetta e irripetibile, come fa ad esempio Giulio Paolini con “Mimesis” nel 1976. Egli propone due sculture completamente identiche raffiguranti delle statue greche classiche, dimostrando che l’arte non deriva dalla perfezione divina, ma dalla passione che muove gli artisti e che permette alle loro mani callose, sporche e imperfette di creare qualcosa di esteticamente bello e socialmente importante.

L’arte non mantiene più quel carattere trascendentale al quale era stata associata in passato: viene mostrato attraverso queste opere vittime della corrosione del tempo come questa sia da intendere come un’esperienza o un evento limitato, con un inizio e una fine. La capacità di creare qualcosa in grado di rimanere nella mente degli uomini risiede nell’abilità dell’artista che utilizza la sua opera come mezzo per diffondere i propri messaggi. Sta poi al pubblico (vero destinatario dell’arte) sentirsi parte dell’opera e con essa trovare il significato che l’autore ha voluto esprimere nell’opera stessa.

La “Venere degli Stracci” (simboleggiante l’Arte nel senso più comune del termine) non è più semplicemente sovrastata da una miriade di panni sporchi e consunti (ovvero la vita quotidiana segnata dalla fatica e dal lavoro), ma in essi sta cercando una via per interpretare se stessa, attraverso l’avvicinamento al mondo del semplice e del quotidiano che caratterizza il popolo.

Ci sono moltissime altre sale da aprire e da scoprire, moltissime altre facce della stessa medaglia da svelare, in questa meraviglioso e surreale museo. Io vorrei avventurarmi con voi in alcune di esse per provare a condividere quello che certi capolavori smuovono dentro di me, e magari conoscere nuovi mondi grazie alle vostre esperienze. Non è sempre facile dare voce alle nostre emozioni, ma quando, stando di fronte a qualcosa che mi affascina, sento quel piccolo brivido che mi sale lungo il braccio, allora capisco (nel mio piccolo) che quel qualcosa è Arte.

Allora, vi unite a me in questo viaggio?