Ogni epoca ha le sue icone ribelli: Giovanna d’Arco, Nicolò Copernico, Madonna, Steve Jobs, e la lista sarebbe ancora lunga. Tutte persone che hanno avuto la giusta dose di coraggio per andare controcorrente e scoprire nuovi mondi ancora inesplorati. Così anche il mondo dell’arte ha avuto la sua bella dose di giovani ribelli, che hanno sfidato le tradizioni, sviluppando nuovi modi di concepire la figura umana e l’utilizzo del colore. In questa meravigliosa e gigantesca sala vedremo i capolavori di quegli artisti che hanno sperimentato per primi, ovvero le Avanguardie.
Con questo termine ci si riferisce a tutti quei nuovi movimenti nati a partire dall’inizio del Novecento che, come le prime file di un esercito (le avanguardie appunto) si muovono su un territorio sconosciuto e inesplorato, pronti a scontrarsi con l’avanzata nemica, ovvero la critica. Cubisti, espressionisti, futuristi, surrealisti… tutti artisti che propongono innovativi e diversi modi di intendere l’arte, ma con un qualcosa in comune: un manifesto che riassume le caratteristiche del movimento in questione, creato per attrarre nuovi artisti al seguito. Nietzsche diceva:
“Distruggere per ricostruire”.
Così gli avanguardisti promuovono la morte dell’arte tradizionale, si oppongono alla conformità e sperimentano nuove tecniche per Vedere l’Arte.
Quanti di voi si sono imbattuti in un qualsiasi quadro di Arte Contemporanea pensando: “Cosa caspita ha voluto dipingere l’autore?”. Alcuni contengono solo forme geometriche apparentemente insensate e senza correlazioni col reale, ma è proprio questa la provocazione che questi artisti vogliono lanciare al pubblico. L’opera necessita un lavoro di lettura approfondito e sentito: non è semplice degustazione, ma è un viaggio all’interno del piatto (la tela), alla scoperta di ogni sapore e sensazione possibile.
Come ho detto questa sala è enorme (grazie al cielo!), quindi ci servirà parecchio tempo per scoprirla tutta. Il nostro mondo è ricco di ribelli che vogliono fare sentire le proprie opinioni senza la paura di affrontare nuove terre sulle quali nessuno ha mai messo piede. La prima avanguardia che si impone nel contesto culturale novecentesco prende il nome di Espressionismo e , anche se gli artisti più noti di questa corrente provengono dalla Germania, le basi per questo movimento le gettano i francesi, nel 1905. Gli artisti che aderirono al manifesto vennero chiamati in tono spregiativo dalla critica Les Fauves, letteralmente: le belve. Sulla tela queste persone non riproducevano il mondo esteriore nella sua più pura realtà, ma semplificavano al massimo il disegno (arrivando addirittura solo a disegnare il contorno delle figure) per dare più valore al colore, vera anima dell’opera. Non ci si limitava quindi alla semplice sensualità del soggetto, ma la violenza cromatica serviva all’osservatore da mezzo per esplorare le zone più intime della propria interiorità.

In un’opera come “La danza” di Henri Matisse si nota subito come il vero protagonista della tela sia il colore: i cinque soggetti sono dotati di un’espressività proveniente da non si sa dove, accentuata ancora di più dal forte contrasto che il rosa dei corpi nudi ha sul cielo azzurro.

La stessa corrente si sviluppa anche in Germania con il nome di “Die Brücke” (“Il ponte”, un ponte simbolico che colleghi l’artista ai nuovi modi espressivi avanguardisti). Rispetto agli espressionisti francesi questi artisti aggiungono alle proprie opere una maggiore drammaticità, una traduzione triste e pessimistica della realtà, come avviene per “Cinque donne per strada” di Ernest Kirchner, nel quale queste cinque signore borghesi (o cinque prostitute per la strada) hanno i volti grigi e cadaverici e sono immerse in una spettrale luce verde.
Se gli espressionisti si preoccupavano di smontare i canoni pittorici tradizionali elevando il colore ad un livello superiore rispetto alla forma, il lavoro opposto viene svolto dai Cubisti. Le opere di Picasso (maggior esponente dell’arte cubista), come ad esempio “Les Damoiselles d’Avignon” possono sembrare confuse e insensate a un

occhio estraneo, ma considerate da un punto di vista avanguardistico questi quadri sono estremamente realistici, in quanto rappresentano la sregolatezza dello sguardo sul reale, creando una visione d’insieme senza doverci spostare dal nostro punto d’osservazione.

Il nome Cubismo deriva da una delle opere di Georges Braque, descritta da Matisse come “insieme di piccoli cubi” e in effetti opere come “Il castello di La Roche Guyon” appaiono come piccole forme cuboidali, ma non cubi perfetti. Il naturalismo tradizionale voleva l’arte come rappresentazione della realtà esattamente come veniva osservata dall’occhio umano, ma esso riesce solo a percepire la “verosimiglianza” della realtà. Infatti, un cubo come lo vedono i nostri occhi, avrà una struttura deformata dalla prospettiva: i cubisti prendono questo cubo e lo scompongono nelle sue facce, in modo da costruire (provocatoriamente) una realtà più perfetta di quella dei naturalisti. Il dipinto si manifesta per questa ragione come un riassunto della ricerca che l’autore ha fatto attorno al soggetto, dandone in tal modo una visione completa.
In un certo senso i cubisti ritornarono a dipingere cosi come facevano gli antichi egizi, dimenticandosi della prospettiva, anche se in un modo più consapevole; i Futuristi, invece, si propongono come interpreti del mondo in continuo cambiamento, indirizzato verso il futuro. La nascita del futurismo ha una data precisa: 20 febbraio 1909, giorno nel quale lo scrittore Filippo Tommaso Marinetti pubblica il Manifesto del Futurismo.
“Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità.”
Questo scrive Marinetti nel suo Manifesto. I Futuristi vogliono esprimere ciò che caratterizza il loro mondo nuovo, un mondo che si muove veloce

come un’auto in corsa, volto a nuove esperienze e a nuove scoperte. Umberto Boccioni si fa portabandiera di questo movimento tramite le sue opere. La più nota è sicuramente la scultura “Forme uniche della continuità dello spazio” (1913), raffigurata anche sul retro delle monete da venti centesimi italiane. Quest’opera riassume in un solo sguardo tutte le definizioni che si potrebbero dare a voce del futurismo: rappresenta una figura riconoscibile come umana, ma con forme e strutture artificiose, come se appartenessero non a un uomo, ma a una macchina. L’opera congela il movimento in un solo istante, ma ruotando attorno alla figura questa riprende vita, modificando drasticamente il proprio aspetto, evolvendosi in una nuova manifestazione di sé.

Quanto è bella l’arte quando con un solo sguardo è in grado di esprimere mille concetti nascosti e impolverati nel nostro animo. Certe volte quello che ci fa provare non è nemmeno descrivibile a parole perché non esiste un modo per tradurre i nostri sentimenti in qualcosa di comprensibile a chiunque. Il lavoro svolto da un artista a mio parere è il più rispettabile di tutti: egli si denuda completamente di fronte a un pubblico cercando di condividere i propri pensieri e le sensazioni più intime che possiede. E tre volte di più va il mio rispetto a tutte quelle persone che han fatto questo esponendosi in un territorio completamente inesplorato, facendo diventare pubblico quello che prima era solo una sinapsi nel loro cervello.
Hey, aspettate! Non andatevene, questa sala è ancora piena di opere da svelare. Forse oggi non abbiamo tempo di visitarla tutta, ma domani ci possiamo trovare ancora qui per scoprire moltissimi altri nuovi manifesti e artisti che si sono denudati di fronte alla critica. Restate con me, mi raccomando!