(10) VENOM WEEK by SENEX

Conus geographus
Conus geographus

 

SHELL-SHOCKED

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla decima e ultima puntata di Venom Week, la rubrica più velenosa del mondo. Ebbene sì, il momento è arrivato: ora che stiamo per lasciarci, non ci resta che scoprire una volta per tutte quale sia in assoluto l’animale più tossico del pianeta. E per trovarlo, naturalmente, dobbiamo tornare nella nostra cara, vecchia Australia.

Eccoci quindi di nuovo sulle rive del Pacifico, dove già abbiamo conosciuto la nostra medusa farfalla: lo scenario che ci si presenta davanti, però, sembra tutto meno che pericoloso. Ci sono anche delle bellissime conchiglie posate sulle rocce e sui coralli del reef, che apparentemente chiedono solo di essere raccolte, ma prendere in mano uno di quei molluschi potrebbe essere il nostro ultimo atto in questa vita.
Come, un mollusco? Un misero mollusco sarebbe l’animale più velenoso del mondo? Senza dubbio, sì, ma  è opportuno fare chiarezza attorno a questi piccoli invertebrati.

Innanzitutto, essi appartengono al genere Conus, che comprende una grande varietà di specie: di queste, solo quelle più grandi, principalmente Conus geographus e Conus striatus, sono letali anche per un essere umano. I coni, così chiamati per la caratteristica forma delle loro conchiglie, vivono principalmente nelle zone costiere quando non proprio a ridosso della riva, e sono diffusi in gran parte dell’Indo-Pacifico, dal Mar Rosso all’Australia, dal Madagascar alle Filippine passando per il Sud-est asiatico. Questi animali si nutrono prevalentemente di piccoli pesci e altri molluschi, che predano grazie ad una proboscide estendibile che permette loro di iniettare il micidiale veleno nella vittima. Il colore dei coni varia notevolmente a seconda della specie, ma in genere le loro conchiglie sono molto apprezzate e ricercate dai collezionisti per via delle livree accese e variegate, ricche di striature, macchie e sfumature di ogni genere. Le diverse varietà di coni presentano anche dimensioni differenti: i già citati cono geografico e cono striato sono i più grandi, raggiungendo rispettivamente 15 e 12 cm di lunghezza.

Conus striatus
Conus striatus

Ora veniamo al motivo che consente a questi molluschi di vantare il primato di animali più velenosi del mondo: il veleno dei coni è generalmente molto complesso, ma gli elementi più caratteristici che lo contraddistinguono sono le miscele tossiche dette, non a caso, conotossine e conantochine. Questi composti hanno un’azione neurotossica non dissimile a quella degli elapidi come il mamba nero, ma è opportuno analizzare più approfonditamente il funzionamento specifico di ognuno di essi. Le conotossine, infatti, sono molte e tutte agiscono in maniera differente (ma comunque assolutamente sinergica).
Come ormai sappiamo, le neurotossine agiscono impedendo ai neurotrasmettitori di raggiungere le fibre muscolari impedendo il corretto funzionamento dei collegamenti tra cellule nervose e non, ovvero le sinapsi. Il neurotrasmettitore più importante di cui il corpo disponga è l’acetilcolina, sintetizzata nei neuroni, che viene regolata e rilasciata nelle terminazioni nervose mediante complessi proteici detti “canali ionici”: su alcuni di essi, i canali del calcio, si concentra l’azione delle Omega-conotossine, che inibiscono il rilascio di acetilcolina bloccandoli. Un ruolo importante lo rivestono anche i canali del sodio, che, se aperti, potenziano e velocizzano l’arrivo dei potenziali d’azione trasmessi dall’acetilcolina tramite un meccanismo elettrochimico: se non fosse che le Mu- e le Delta-conotossine intervengono specificamente a pregiudicarne il funzionamento.

Per quanto riguarda invece i recettori nicotinici dell’acetilcolina, costituenti veri e propri dei canali ionici sopra citati nei nervi e nei muscoli, l’Alfa-conotossina si occupa di inibirli. Infine, le K-conotossine bloccano i canali del potassio. Sulle Omega-conotossine in particolare si stanno concentrando i ricercatori: esse, infatti, se opportunamente trattate, fungono da efficacissimi antidolorifici, ben 10000 volte più potenti della morfina.
Il veleno dei coni, in ultima analisi, provoca la morte paralizzando diaframma e polmoni in modo da causare insufficienza respiratoria, con l’aggiunta del successivo arresto cardiaco. Per le punture di questi molluschi non esiste antidoto, e il decesso può arrivare in tempi estremamente rapidi in mancanza di trattamenti quali respirazione assistita e somministrazione di anestetici.

Signore e signori, anche per oggi è tutto: il nostro viaggio tra gli animali più velenosi del pianeta finisce qui, davanti allo splendido mare australiano, osservando un piccolo cono che placidamente avanza sul fondo del reef. E’ stato un vero piacere accompagnarvi in questo percorso di dieci settimane, e spero che anche voi abbiate apprezzato queste immersioni pericolose.
Vi posso rassicurare però, perché anche se Venom Week è giunta al termine, non significa che dobbiamo dirci addio: sta per iniziare un nuovo viaggio, alla scoperta di creature altrettanto straordinarie ed affascinanti. Se siete già desiderosi di ripartire per un nuovo viaggio, l’appuntamento è tra una settimana, con la prima puntata di una nuova, emozionante avventura.

Da Senex, alla prossima!

(9) VENOM WEEK by SENEX

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Death Stalker (scorpione giallo d’Israele)

 

DEATH STALKER

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla nona puntata di Venom Week, la rubrica più velenosa del mondo.

Oggi facciamo rotta verso una regione notoriamente pericolosissima come il Medio Oriente, dove però non cercheremo cannoni, bombe, sparatorie ed eccidi, ma qualcosa di molto, molto più piccolo, che delle nostre guerre ben poco si cura, e che è comunque dotato di un’arma letale. Questo animale ama rifugiarsi sotto le rocce o tra le sterpaglie, mimetizzandosi nell’ambiente con il suo micidiale pungiglione pronto a scattare per colpire un’ignara preda che si trovi nelle vicinanze.

Signori, ecco a voi lo Scorpione giallo di Israele. Questo aracnide è comunemente ritenuto lo scorpione più velenoso del pianeta. Lo possiamo trovare in un areale che va dal Maghreb alle regioni mediorientali, in ambienti desertici ma prevalentemente non sabbiosi. Lo scorpione giallo è lungo fino a 10-11 cm, e presenta, come dice il nome, una colorazione quasi interamente gialla con striature nere più o meno evidenti sul dorso (da qui il suo nome scientifico, Leiurus quinquestriatus) e una, occasionale, sulla coda. Si nutre perlopiù di insetti e altri piccoli invertebrati, e come molti altri scorpioni non disdegna il cannibalismo.

Parlando del suo veleno è opportuna una premessa: lo scorpione giallo, al di là una fama tanto sinistra da guadagnarli l’appellativo di Death Stalker, non è tra gli animali più velenosi del pianeta. Il suo veleno è sicuramente potente, ma di rado si rivela letale per un uomo adulto in buona salute. Esso è composto prevalentemente da neurotossine, la più interessante delle quali per i ricercatori è la clorotossina, oggetto di importanti studi visto che le sue proprietà potrebbero renderla utile per combattere il tumore al cervello.

Il veleno dello scorpione giallo oltre alla tipica azione neurotossica, che culmina nell’insufficienza respiratoria, ne presenta anche una edemigena: la causa del decesso si verifica in prevalenza a causa di un edema polmonare. Tuttavia, più delle tossine in sé il pericolo principale per un uomo punto da questo artropode sono le reazioni anafilattiche, tutt’altro che improbabili quando si parla di tossine presenti negli invertebrati. In definitiva, comunque, il Death Stalker non rappresenta un pericolo di prima categoria se non per bambini, anziani o soggetti malati (specialmente cardiopatici).

Ora che siamo quasi arrivati alla conclusione del nostro viaggio alla scoperta dei veleni del mondo animale, probabilmente vi starete facendo una domanda: tra tutti quelli che abbiamo incontrato, qual è l’animale più velenoso del mondo? La risposta è: nessuno.

Lo incontreremo nella prossima e ultima puntata, e non credo immaginerete neanche lontanamente di che creatura si tratti. Anche per oggi, con Venom Week è tutto. Io vi do appuntamento, come sempre, tra una settimana, per concludere degnamente questi due mesi e mezzo passati in compagnia della rubrica più velenosa del mondo.

Da Senex, alla prossima!

 

(8) VENOM WEEK by SENEX

Naja sputatrix
Naja sputatrix

 

OCCHIO NON VEDE

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto all’ottava puntata di Venom Week, la rubrica più velenosa del mondo.

Oggi ci spostiamo di nuovo nell’Africa subsahariana, per incontrare quelli che in apparenza possono sembrare semplici cobra. Arrivati a un paio di metri di distanza potremmo pensare di essere ancora al sicuro, dato che non sono abbastanza lunghi per raggiungerci con un morso. Errore fatale. Perché di colpo potremmo vedere un rapidissimo getto di veleno schizzare dalla bocca del serpente verso i nostri occhi. E, nel peggiore dei casi, successivamente non saremmo più in grado di vedere altro.

L’animale che abbiamo davanti è infatti un cobra sputatore, presente in svariate specie in un areale vastissimo: in Africa troviamo, tra gli altri, il Cobra sputatore del Mozambico (Naja mossambica), diffusissimo in tutto il continente meridionale, il Piccolo cobra sputatore rosso (Naja pallida), e il Cobra sputatore dal collo nero (Naja nigricollis), oltre ad un serpente particolare, il Rinkhal (Hemachatus haemachatus), che non può essere considerato un vero e proprio cobra ma è comunque in grado di spruzzare veleno. I cobra sputatori, però, sono presenti anche in Asia: a rappresentarli degnamente sono il Cobra sputatore di Sumatra (Naja sumatrana), quello indocinese (Naja siamensis) e quello di Giava (Naja sputatrix).

Le specie di cobra sputatori sono troppe per consentirci un identikit dettagliato specifico, ma vediamo comunque di esaminare quella che è la loro caratteristica comune più interessante, ovvero il meccanismo che permette di rilasciare simili getti di veleno.

Come quelli di tutti i serpenti velenosi, i denti di questi cobra sono collegati per mezzo di appositi dotti alle ghiandole velenifere poste in prossimità della mascella superiore, dove le tossine sono immagazzinate e sintetizzate, che al momento del morso vengono compresse rilasciando il veleno. Nei cobra sputatori i denti presentano piccoli fori che permettono al serpente di incanalarvi il veleno spruzzandolo all’esterno a grande velocità con una gittata che, pur variando a seconda della specie, di solito si attesta tra i due e i tre metri. Questo meccanismo, comunque, ha funzione esclusivamente difensiva: per cacciare e uccidere le loro prede, infatti, i cobra sputatori hanno bisogno, come tutti i serpenti velenosi, di iniettare il loro veleno nella vittima, e per farlo devono necessariamente ricorrere al morso.

Anche esaminando più da vicino i composti tossici che questi serpenti possiedono, siamo costretti a tenere conto di differenze fondamentali: i cobra sputatori africani, rinkhal a parte, presentano infatti veleni strutturalmente molto diversi da quelli dei cugini asiatici. Nei primi troviamo principalmente emotossine, a dispetto della loro appartenenza alla famiglia degli elapidi, che presentano in maggioranza veleni neurotossici. Nei secondi, invece, le parti si invertono, con la componente neurotossica che prevale su quella emotossica (ma senza escluderla affatto, anzi).

Comune è l’azione che il veleno ha sull’occhio dell’aggressore: la componente citotossica del veleno (che distrugge cioè le singole cellule) danneggia più o meno gravemente la cornea, provocando necrosi delle cellule che la compongono e conseguente cecità temporanea che, se mal curata, può diventare permanente.

Se si viene colpiti dal getto di uno sputatore, la prima cosa da fare è lavare immediatamente gli occhi e, in generale, il viso (in presenza di tagli e ferite anche impercettibili il veleno può infatti diffondersi nel sangue, come nel caso di un morso) con abbondante acqua, ma è sempre bene prevenire il rischio indossando un semplice paio di occhiali.

Con questa puntata di Venom Week, usciamo definitivamente dal mondo dei serpenti. Il nostro prossimo protagonista appartiene a tutt’altra classe animale: è piccolo, ma proprio per questo letale. E il suo pungiglione è già pronto a colpire.

Anche per oggi è tutto. Io vi do appuntamento come sempre tra una settimana, con un’altra, velenosissima puntata di Venom Week.

Da Senex, alla prossima!

(7) VENOM WEEK by SENEX

Vedova nera
Vedova nera

 

FEMME FATALE

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla settima puntata di Venom Week, la rubrica più velenosa del mondo.

Tutti noi abbiamo incontrato, in un film o in un libro, il classico personaggio della donna forte, seduttrice, abituata a comandare, irresistibile per chiunque le posi gli occhi addosso, la mangiauomini che cattura uno spasimante dopo l’altro attirandoli in una rete dalla quale non possono più fuggire. Si può dire che una descrizione simile corrisponda anche alla protagonista di questa nuova puntata: uno degli animali più velenosi e più celebri al mondo, dal quale hanno preso nome supereroine, canzoni e non solo. Una vera femme fatale in tutto e per tutto, del resto, non potrebbe essere altrimenti quando porti un nome come: Vedova nera.

La femmina di questa piccola specie di ragno (nome scientifico: Latrodectus mactans) è letteralmente una mangiauomini: il maschio, molto più piccolo e non velenoso, viene sistematicamente divorato dalla compagna dopo l’accoppiamento. A rafforzare l’aura di implacabilità e spietatezza che avvolge la Vedova nera femmina è anche il suo colore: nero, appunto, con una o più macchie rosse sul ventre, spesso addirittura a forma di clessidra, quasi fosse lei a determinare la lunghezza della vita delle sue vittime (i maschi, invece, sono arancioni). Come per l’altrettanto famoso Mamba nero, anche qui la superstizione non deve trarre in inganno: la Vedova nera non ha sete di sangue umano, ma spesso elegge a rifugio le innumerevoli intercapedini e fessure che trova nelle case, entrando così in contatto con gli esseri umani. Vedendosi davanti un essere centinaia di volte più grande di lei, si difende con quella che è la sua arma principale: il veleno.

Veleno che, comunque, trova la sua utilità principale nell’uccidere le prede, principalmente insetti, che la vedova nera intrappola nella tela che tesse, all’ingresso della sua tana, formando una sorta di imbuto e non la classica rete a cui siamo abituati. A questo punto, il ragno inietta la sua miscela tossica nel corpo della vittima per mezzo delle due piccole zanne, dette cheliceri, poste in prossimità della bocca.

Quali sono le caratteristiche di questo micidiale veleno?
Tanto per cambiare, la sua azione è prevalentemente neurotossica e, curiosamente, anche qui vediamo interessanti tratti comuni con le dendrotossine del Mamba nero. Anche il veleno della black widow, infatti, provoca un’iperstimolazione delle fibre muscolari da parte del sistema nervoso, bloccando i canali del sodio addetti alla regolazione dei neurotrasmettitori che recapitano i potenziali d’azione rilasciati dai neuroni alle cellule muscolari per mezzo delle sinapsi grazie alla alfa-latrotossina, componente principale del veleno di questo aracnide. I sintomi comprendono nausea, intensa sudorazione, progressiva paralisi muscolare e forti dolori addominali, per arrivare alla classica insufficienza respiratoria che conduce alla morte. Il veleno della Vedova nera è perfettamente in grado di uccidere un uomo, ma il numero di decessi dovuti al morso di questo ragno è notevolmente diminuito grazie allo sviluppo di un antidoto apposito.

La specie Latrodectus mactans è endemica del Nord America, ma anche in Italia abbiamo le nostre vedove nere: sto parlando della Latrodectus tredecimguttatus, volgarmente nota come Malmignatta e diffusa in un vastissimo areale che va dall’Europa meridionale alla Cina.

Malmignatta
Malmignatta

La Malmignatta è più piccola della cugina americana (15 mm contro un massimo di 40), e ha anche un veleno fortunatamente meno potente, pur presentando gli stessi sintomi. Tuttavia, bambini e anziani possono comunque rischiare la vita, così come persone debilitate da malattie. Nel nostro Paese la Malmignatta si può trovare dalla Liguria fino alla Sicilia, prevalentemente sul versante tirrenico.

Fino a questo momento Venom Week si è concentrata su animali che, per sfruttare il loro veleno, hanno bisogno di iniettarlo o addirittura di essere fisicamente aggrediti. Pensate invece se ce ne fossero alcuni che possono schizzarlo direttamente nei vostri occhi…
Anche per oggi è tutto, io vi aspetto tra una settimana per una nuova velenosissima puntata.

Alla prossima!

SENEX

(5) VENOM WEEK by SENEX

COME UNA FRECCIA DALL’ARCO SCOCCA

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla quinta puntata di VenomWeek, la rubrica più velenosa del mondo.

Il nostro viaggio alla ricerca delle tossine animali più potenti della Terra ci porta oggi in Sud America, nel profondo della foresta pluviale dell’Amazzonia; scrutando minuziosamente ogni centimetro quadrato di terreno attorno a noi, potrebbe capitarci di vedere una piccola macchia di colore molto acceso, sia giallo, arancione, blu con macchie nere, rosso a puntini bianchi o innumerevoli altre combinazioni. Osservando più da vicino, vedremmo quella macchia assumere le fattezze di una rana, una piccolissima raganella che molto probabilmente salterebbe via per la paura. A questo punto il turista sprovveduto, preso dall’entusiasmo, potrebbe allungare la mano cercando di toccarla. Voi, se mai vi trovaste a vederne una, non fatelo se tenete alla vita.

Già, perché alcune di queste carinissime ranocchiette sono i vertebrati più velenosi del pianeta: sono le dendrobatidi, tutte appartenenti alla superfamiglia dendrobatoidea. La loro pelle presenta una grandissima quantità di minuscoli pori che trasudano, a seconda della specie, una particolare miscela velenosa costituita da composti chimici alcaloidi (aventi cioè un PH prevalentemente basico) neurotossici, il più famoso dei quali è detto batracotossina (presente in particolar modo nella rana dorata), che a loro volta vengono assorbiti dalla pelle di un ipotetico predatore causandone la morte in tempi straordinariamente brevi. Come tutte le neurotossine, anche quelle delle dendrobatidi bloccano i potenziali d’azione nervosi che permettono il movimento di contrazione e distensione delle fibre muscolari, provocando paralisi e insufficienza respiratoria.

Lo sanno bene le tribù di amerindi che popolano le giungle sudamericane: da secoli, infatti, i cacciatori impregnano i loro dardi del veleno di queste rane, potendo così contare su un’arma 15 volte più tossica del curaro; proprio questa antichissima pratica ha conferito alle dendrobatidi l’appellativo di dart frogs, ossia rane freccia, malgrado solo tre delle circa 175 specie appartenenti a questo gruppo (molte delle quali, in realtà, tutt’altro che estremamente tossiche) vengano effettivamente sfruttate per questo scopo.

Prima di esaminare nello specifico la natura di queste tossine, vediamo di tracciare, come sempre, un breve identikit delle nostre amiche: le dendrobatidi sono diffuse in tutta l’America latina, dal Costa Rica al sud del Brasile, e necessitano, come la maggior parte degli anfibi, di ambienti molto umidi e ricchi d’acqua per vivere, cosa che le porta di conseguenza a prediligere le grandi foreste pluviali. Le loro dimensioni sono molto ristrette: le specie più grandi possono arrivare a 6 cm, ma di norma questi anfibi non superano i 2-3. La loro colorazione così sgargiante funge da monito per gli aggressori, avvertendoli della pericolosità della rana per via del veleno: questo fenomeno, comune in molti altri animali (si pensi, per esempio, ai serpenti corallo), è noto come aposematismo o mimetismo aposematico.

A questo punto siamo pronti per scoprire il velenosissimo segreto delle rane freccia: che ci crediate o no, una delle teoria più accreditate (la natura del veleno delle dendrobatidi è infatti ancora oggetto di discussione) sostiene che tutto dipenda dalla loro particolare dieta. Feuerbach diceva: “L’uomo è ciò che mangia”. Mai come per questi anfibi un’affermazione simile potrebbe rivelarsi vera.
Le dendrobatidi si nutrono principalmente di piccoli insetti, in particolare formiche velenose: è da esse che ricavano e accumulano le loro tossine, immagazzinandole all’interno del proprio corpo e rielaborandole parzialmente per aumentarne l’efficacia. Questo processo si definisce sequestrazione, e permette alle rane freccia di disporre della loro micidiale arma di difesa, oltre ad essere largamente utilizzato anche da altri anfibi e da una grande varietà di insetti.

Un’altra teoria, che recentemente sta guadagnando consensi nella comunità degli erpetologi, individua non negli insetti in sé, ma in batteri o comunque microrganismi ospitati sul e nel loro corpo la fonte delle tossine sequestrate dalle dendrobatidi; addirittura, alcuni scienziati arrivano a sostenere che questi microrganismi colonizzino direttamente la pelle della rana, escludendo quindi ogni coinvolgimento dell’alimentazione nello sviluppo del veleno. In ogni caso, la dinamica della sequestrazione rivestirebbe comunque un ruolo fondamentale.

Ciò spiega anche la progressiva perdita delle qualità tossiche nelle dendrobatidi allevate in cattività: venendo nutrite con insetti che non presentano agenti tossici, viene loro a mancare la materia prima da cui attingere per sintetizzare il loro veleno; anche prendendo per vera la teoria dei microrganismi, essi non entrerebbero più a contatto con la pelle della rana in un contesto diverso dal suo habitat naturale, provocando la scomparsa progressiva (che si completa di solito nell’arco di due-tre generazioni) del veleno dall’epidermide degli anfibi.

Finora abbiamo incontrato animali che utilizzano il veleno esclusivamente come sistema difensivo (pesci palla e rane freccia) o anche e soprattutto per uccidere le loro prede (mamba nero, cubomeduse e vipera di Russell); il nostro prossimo protagonista, però, non deve preoccuparsi di difendersi da nessuno.

Da Senex, appuntamento alla prossima puntata di VenomWeek: preparatevi ad entrare nel regno dei draghi.

SENEX

(4) VENOM WEEK by SENEX

Venom Week_4
Vipera di Russell

LA BELLE DAME SANS MERCI

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla quarta puntata di VenomWeek, la rubrica più velenosa del mondo. Come avevo già accennato alla fine dello scorso episodio, oggi ritorniamo a parlare di serpenti. Lo facciamo spostandoci in India, vicino ad una piantagione di riso, dove vediamo un gruppo di contadini incamminarsi a piedi scalzi verso le piante che coltivano. Di scarpe, per gente così povera, c’è ben poca disponibilità, ma loro sanno bene che averne un paio potrebbe anche salvargli la vita. Da cosa? Dalla micidiale signorina che stiamo cercando.

La nostra dama vanta un tristissimo quanto eccezionale primato nel mondo dei serpenti: è infatti l’ofide che uccide di gran lunga il maggior numero di persone l’anno. Per farvi capire di quali numeri sto parlando, le vittime annue di morsi di serpente (sommando tutte quelle causate dalle circa 500 specie velenose) sono circa 40000; di queste, qualcosa come 10000 vanno esclusivamente sul conto di questa bella signora, che risponde al nome di vipera di Russell.

Prima di proseguire nel nostro viaggio alla scoperta di questo serpente, però, desidero chiarire che i dati che ho appena citato non vogliono in alcun modo dipingerlo come uno spietato assassino assetato di sangue umano: come non mi stancherò mai di ripetere, nessun serpente attacca mai un uomo senza essere stato, volontariamente o meno, provocato e minacciato, e l’enorme quantità di vittime provocate dalla vipera di Russell è dovuta in larga misura, come vedremo meglio in seguito ad un rapporto molto complicato con le popolazioni umane che abitano i territori del suo vasto areale.
In primo luogo, però, vediamo di essere educati con la nostra signora iniziando a parlare delle sue caratteristiche fondamentali: la vipera di Russell (Daboia russelii) appartiene, come dice il nome, alla famiglia dei Viperidi, e presenta un corpo non molto lungo (di norma non supera il metro e mezzo) e piuttosto tozzo, che culmina in una testa pronunciata di forma che tende al triangolare, tratto anche questo tipico delle vipere. La sua colorazione è perlopiù marrone-verdastra, con tre serie di macchie di un marrone più scuro incorniciate da bordi neri che ornano il corpo del serpente per tutta la sua lunghezza. La vipera di Russell ha una distribuzione molto ampia: è comune in tutto il Sud-est asiatico, dal Pakistan all’Indonesia, passando per India, Thailandia, Sri Lanka, Myanmar, Cambogia e Cina meridionale. Predilige gli ambienti pianeggianti, meglio ancora se vicini a corsi o specchi d’acqua, anche se è stata segnalata addirittura ad altezze tra i 2000 e i 3000 metri.

Questo serpente si nutre soprattutto di roditori; è un predatore da imboscata, che attende la preda nello stesso luogo anche per due-tre settimane. Quando la vittima si avvicina abbastanza, la vipera scatta in avanti a velocità straordinaria e serra il morso iniettando il suo letale veleno grazie a denti piuttosto lunghi, ripiegabili, come quelli di tutti i viperidi, all’indietro sul palato per evitare che si rompano. Questa caratteristica fa sì che le vipere siano serpenti solenoglifi, diversamente dagli elapidi (cobra, mamba, krait, ecc) proteroglifi, che presentano denti più corti e non ripiegabili, e dai colubridi velenosi opistoglifi, i cui denti veleniferi sono posti molto più indietro all’interno della bocca.

Concentriamoci ora proprio sul veleno di questo serpente che risulta essere uno dei più complessi presenti in natura, ma per iniziare ad inquadrarlo possiamo subito definirlo emotossico, cioé la sua azione si concentra sui tessuti e sul sangue, che vengono progressivamente distrutti provocando una morte spesso lenta ed estremamente dolorosa. Questo tipo di tossine è caratteristico, nel panorama dei serpenti, proprio dei viperidi, mentre gli elapidi, come abbiamo già visto nel mamba nero, presentano veleni prevalentemente neurotossici.
Andando più nello specifico, il veleno della vipera di Russell è costituito da una miscela di diverse tossine, ognuna con un’azione specifica.

Iniziamo con la componente edemigena: il veleno della nostra dama provoca infatti edemi talvolta imponenti, separando il plasma dalle altre componenti del sangue e provocandone di conseguenza la copiosa fuoriuscita dai vasi sanguigni e, nei casi più gravi, da ogni orifizio del corpo, occhi, bocca, naso, orecchie, ecc. Il sangue, rimasto privo di plasma, perde la sua componente propriamente liquida, addensandosi fino ad assumere la consistenza di una gelatina: qui entrano in gioco le miotossine, capaci di provocare estese necrosi e cancrene nel tessuto muscolare distruggendone le fibre (rabdomiolisi), con possibile insufficienza renale; al contempo, altre tossine presenti nel veleno provocano una massiccia ipotensione, con la pressione che crolla drasticamente fino a portare al collasso e allo shock. La morte sopraggiunge non prima di alcune ore, ma sono documentati casi di vittime morte solo dopo un’agonia straziante di addirittura una o due settimane.

A dire il vero, un antidoto per il veleno della vipera di Russell esiste già da diverso tempo. Tuttavia, la sua disponibilità è sempre scarsa di fronte alle innumerevoli richieste: in una regione come il Sud-est asiatico, interessata da un grandissimo incremento dell’urbanizzazione e da una grande crescita demografica, l’habitat delle vipere si restringe sempre di più, costringendole ad entrare sempre più spesso in contatto con l’uomo; conseguentemente, anche i casi di morso aumentano in maniera esponenziale. Se a questo uniamo la povertà di gran parte della popolazione rurale della zona, che pregiudica la disponibilità di misure di protezione anche elementari come un paio di scarpe spesse e pantaloni lunghi, capiamo bene come non ci sia da stupirsi per l’elevatissimo numero di vittime che la vipera di Russell miete ogni anno, nonostante il suo veleno, pur assolutamente letale, non sia affatto il più potente al mondo.

Molto più tossici sono, per esempio, quelli in dotazione alle protagoniste della prossima puntata di Venom Week, che da millenni, però, offrono addirittura un valido aiuto agli uomini che vivono insieme a loro.
In attesa di accompagnarvi da loro, anche per oggi vi saluto: appuntamento come sempre tra una settimana, per la prossima puntata della rubrica più velenosa del mondo.
Da Senex, alla prossima!

SENEX

(3) VENOM WEEK by SENEX

PESCE-PALLA
Pesce Palla

LA SFERA

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla terza puntata di VenomWeek, la rubrica più velenosa del mondo.
Se qualcuno di voi è stato o sogna di recarsi in Giappone, andando in un ristorante di alto livello potrebbe facilmente trovare nel menu una specialità di pesce chiamata fugu. Questo piatto, in apparenza, potrebbe sembrare un normalissimo sashimi, ma già assaporando il primo boccone sentireste un lieve pizzicore sulle labbra e sulla lingua. Probabilmente non ci fareste molto caso, ma quel leggero prurito è provocato dalla (per fortuna scarsissima) concentrazione di una tossina tra le più letali di cui Madre Natura disponga. Per capire meglio di cosa stiamo parlando, occorre esaminare nel dettaglio il pesce usato per preparare il fugu.

Questo animale ho avuto il piacere di incontrarlo personalmente nel 2006, mentre nuotavo nel meraviglioso mare di Maui alle Hawaii. A un tratto mi ritrovai davanti a un pesce piuttosto buffo, marrone tendente al giallo man mano che si scendeva dal dorso al ventre, con due grandi occhi blu e un gran numero di aculei distribuiti uniformemente sul corpo. Speravo mettesse in atto la sua classica manovra difensiva, che consiste nel gonfiarsi per aumentare le proprie dimensioni, ma forse non mi considerava un pericolo, perché non lo fece.

Sì, avete capito bene: stiamo parlando semplicemente del pesce palla.

A dire il vero, di pesci palla ne esistono ben 185 specie, molte delle quali hanno in dotazione un composto chimico tra i più velenosi del pianeta, che utilizzano come difesa dai predatori. Questo veleno prende il nome dalla famiglia dei Tetraodontidae, che comprende tutte le specie di pesci palla, ed è perciò chiamato “tetrodotossina”, comunemente abbreviato con la sigla TTX.

Il TTX è essenzialmente una neurotossina di potenza stimata 100 volte superiore a quella del cianuro: per uccidere un uomo ne basta addirittura un solo milligrammo, con i sintomi che prima si manifestano in diarrea, convulsioni, nausea e vomito, per poi arrivare alla paralisi del diaframma con conseguente insufficienza respiratoria tipica dei veleni neurotossici. La morte sopraggiunge in un lasso di tempo che va da 20 minuti ad alcune ore.
Tenendo presenti questi dati, è facile capire quale preparazione sia necessaria per uno Chef per essere abilitato a preparare il fugu: anche il minimo, microscopico errore può essere fatale, con i clienti che si troverebbero a ingerire una vera e propria condanna a morte, resa ancor più difficilmente evitabile dall’assenza di un antidoto vero e proprio per il TTX.

Il veleno è immagazzinato per la maggior parte nel fegato e nell’ovaio del pesce palla, con concentrazioni molto scarse nel resto del corpo; tuttavia, ogni anno si registrano circa 200 casi di avvelenamento da tetrodotossina, il 50% dei quali risulta letale. In caso di intossicazione si deve subito procedere con una lavanda gastrica, per poi passare al massaggio cardiaco e alla respirazione assistita per contrastare l’azione neurotossica, qualora i sintomi caratteristici si manifestassero. In ultima analisi, vi consiglio di sincerarvi accuratamente della preparazione del cuoco che vi servirà prima di ordinare il rinomatissimo fugu, che, oltre a non essere un piatto a buon mercato, potrebbe costarvi caro anche in altri sensi.

In queste prime tre puntate di VenomWeek abbiamo incontrato solamente veleni neurotossici, tuttavia altre tossine concentrano la loro azione sui tessuti dell’organismo, provocando, in molti casi, morti lunghe e dolorose quando non addirittura atroci. Per scoprire come, nel prossimo episodio dovremo tornare nel mondo dei serpenti…

Anche per oggi il nostro incontro ravvicinato con le tossine animali è finito; io vi aspetto, come sempre, tra una settimana con una nuova puntata della rubrica più velenosa del mondo.

Alla prossima!

SENEX

(2) VENOM WEEK by SENEX

cubomedusa
Cubomedusa

IL CUBO

Signori e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla seconda puntata di VenomWeek, la rubrica più velenosa del mondo.
Per introdurci nel mondo dei veleni animali abbiamo fatto la conoscenza del mamba nero; ora ci spostiamo in tutt’altro ambiente, nei mari, per incontrare un abitante delle acque che dispone di una miscela di tossine tra le più potenti del pianeta.

Immaginate di godervi un bagno nel Queensland, nord Australia, con il sole che splende e l’acqua che vi rinfresca e scioglie ogni tensione. Bellissimo, vero? Nessun dubbio. Ma, se fossi in voi, osserverei sempre molto attentamente la porzione di mare che vi circonda.
Se non lo faceste, potreste rischiare di sentire, improvvisamente, una forte sensazione di caldo e prurito ad una gamba, o ad un braccio: da quel momento, possono bastare addirittura meno di cinque minuti per incorrere in spasmi muscolari ripetuti e, infine, alla morte per arresto cardiaco. Correggetemi se sbaglio, ma ho come l’impressione che il vostro momento da sogno sia diventato leggermente meno idilliaco. Ma chi mai potrebbe essere il responsabile di una morte tanto rapida, invisibile e inaspettata?

Questo animale fa parte di una particolare classe di meduse, i cubozoi: il nome, come avrete ben capito, deriva dalla particolare forma della cupola di queste specie, che richiama un cubo, diversamente dall’emisfero che subito ci viene in mente pensando a una medusa. Non tutte le cubomeduse sono pericolose, in realtà: anzi, molte non presentano veleni tali da causare seri problemi a un essere umano, ma altre, come quella che oggi abbiamo deciso di prendere in esame, possiedono tossine di potenza estrema.

La nostra cubomedusa risponde al nome di chironex fleckeri, più comunemente nota come “vespa di mare” o “medusa farfalla”; è largamente diffusa dalle coste del sud-est asiatico a quelle del nord dell’Australia, e i suoi tentacoli, se in fase di allungamento durante la caccia, raggiungono i 3 m di lunghezza. Si nutre di pesci, che vengono “arpionati” per mezzo dei tentacoli, dotati, come quelli di tutte le meduse, di nematociti, ossia organuli che racchiudono e rilasciano il veleno urticante. Veleno che, restando sul generale, possiamo definire senza timore di sbagliare neurotossico, con azione cioè volta a paralizzare il sistema muscolare e l’apparato respiratorio bloccando i loro collegamenti con le terminazioni nervose; andando più nello specifico, la composizione di questa sostanza annovera anche talassina, tossina urticante responsabile delle reazioni cutanee e allergiche, e congestina, che, oltre ai polmoni, attacca anche il sistema circolatorio.

Aspettate comunque un attimo prima di abbandonare il sogno di una vacanza in Australia (che pure è il continente che vanta il più alto numero di animali velenosi del pianeta): pur disponendo di un veleno tanto micidiale, la medusa farfalla non si può certo considerare un’assassina spietata. I decessi annui per la sua puntura non superano le 70 unità, non un numero da niente ma nettamente inferiore, per esempio, alle migliaia che troviamo sul conto della vipera di Russell; inoltre, esiste ed è ormai largamente disponibile un antidoto specifico per la puntura della nostra amica, neutralizzabile addirittura, in casi estremi, con l’immediata e ripetuta applicazione di aceto sulla zona colpita.

In definitiva, basta tenere gli occhi aperti e fare attenzione ai cartelli che quasi sempre segnalano la presenza di cubomeduse per evitare spiacevoli inconvenienti. Certo, il mare tiene in serbo molti altri veleni da cui guardarsi. Alcuni dei quali, come vedremo nella prossima puntata, possono persino arrivare in tavola…
Anche per oggi, con VenomWeek è tutto. Noi ci diamo appuntamento qui tra una settimana, con un’altra puntata della rubrica più velenosa del mondo.

Signore e signori, alla prossima!

SENEX

(1) VENOM WEEK by SENEX

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Mamba nero

Signore e signori, buongiorno a tutti. Il mio nome è Senex, e vi do il benvenuto alla prima puntata di Venom Week, la rubrica più velenosa del mondo.
Finora voi ascoltatori di InsideOut non mi avete mai sentito parlare di quella che pure è una delle mie più grandi passioni fin da quando avevo quattro anni: la zoologia, e in particolare la struttura e l’azione delle tossine animali. Ora che abbiamo un nutrito parco di puntate già pronte ancora da mandare in onda, non c’è più spazio per registrare questa rubrica, ma non vedo perché non utilizzare il nostro blog per offrirvela in forma scritta.

E per inaugurare VenomWeek abbiamo un ospite d’eccezione:  IL BACIO DELLA MORTE.

Potrei chiamarlo con molti nomi, del resto è famoso abbastanza da essersi guadagnato vari appellativi tra coloro che lo conoscono e sanno di cosa è capace. In Africa spesso lo chiamano “Sette Passi”, perché, dice la leggenda, dopo un suo morso si possono percorrere solo sette passi prima di morire. Il suo morso talmente letale da essere soprannominato “bacio della morte”.
La sua reputazione è tale che persino veicoli militari, moto e atleti vari hanno preso in prestito il suo nome. E, per farlo, bisogna esserne all’altezza, non è cosa da poco chiamarsi mamba nero.
Non ho idea di quanti siate a leggermi in questo momento, né di chi mi stia regalando la sua considerazione, ma so per certo che tra di voi non ce n’è uno, neanche uno, che non abbia mai sentito questo nome prima d’ora.
Vediamo di andare più a fondo e scoprire quello che ha in serbo il nostro velenosissimo amico: prima di tutto, il mamba nero (nome scientifico Dendroaspis polypepis) non è nero.  La sua colorazione è molto più vicina al marrone, e scurisce con l’età passando dall’olivaceo degli esemplari più giovani al grigio metallico degli anziani. Il nome gli deriva dal nero pece della sua bocca, che il mamba spalanca in presenza di un predatore o di un rivale, per avvertirlo che non è il caso di litigare con lui. E, come vedremo dopo, ha dannatamente ragione.

Il mamba nero è il secondo serpente velenoso più lungo al mondo, superato solo dal cobra reale: si stima che possa arrivare a 4,5 metri, anche se la media raramente supera i 3,5. Fisicamente è un serpente snello, sottile e agile, capace di muoversi con disinvoltura su qualunque tipo di terreno, in acqua e anche sugli alberi, che pure sono l’habitat preferito dai suoi cugini verdi; non per niente dendroaspis significa proprio “serpente degli alberi”.
Ad accrescere ulteriormente la sua sinistra fama vi è poi la forma della testa, che richiama in maniera non esattamente rassicurante quella di una bara; ma, al di là delle superstizioni, a renderlo così temuto da uomini e animali è la sua indole.

Il mamba nero, infatti, è un animale molto territoriale, caratteristica insolita per un serpente: può tranquillamente passare tutta la vita nello stesso luogo, nello stesso rifugio, lo stesso terreno di caccia, lo stesso luogo dove si riscalda al sole; ne consegue che, quando qualcuno minaccia il suo territorio, non ci sia possibilità di compromesso.
Non fraintendetemi, nessun serpente al mondo attacca senza essere provocato, e anche il mamba nero, come prima reazione, tenterà la fuga; ma, se si vedesse interdetto l’accesso a uno dei suoi rifugi ricorrerebbe alle armi pesanti: prima solleverà la parte superiore del corpo mostrando il nero della sua bocca sibilando minacciosamente, per poi scattare, forte della sua straordinaria rapidità, con morsi spesso ripetuti capaci di iniettare fino dai 100 ai 400 mg di veleno ciascuno. Nel caso ve lo steste chiedendo, per uccidere un uomo ne bastano 14.

Viste le credenziali di tutto rispetto, proviamo ad esaminare questa arma mortale che mister-sette-passi ha a disposizione. Innanzitutto, il mamba nero appartiene alla famiglia degli elapidi: questi serpenti (cobra, mamba, serpenti marini, ecc) sono caratterizzati da veleni perlopiù neurotossici, che colpiscono perciò il sistema nervoso (anche se non mancano eccezioni, come alcuni cobra sputatori). Andando più nello specifico, il genere dendroaspis, a cui appartengono tutte le quattro specie di mamba, presenta neurotossine particolari chiamate dendrotossine, che agiscono sia a livello presinaptico che postsinaptico.

Vediamo di capirci qualcosa di più: si definisce sinapsi il collegamento tra una cellula nervosa e un’altra di qualunque tipo (una fibra muscolare nel nostro caso), collegamento che ha la funzione di trasmettere alla fibra stessa l’impulso motrice nervoso, detto potenziale d’azione, che ne determina il movimento di contrazione o distensione; questo impulso arriva grazie all’azione di determinati enzimi neurotrasmettitori come l’acetilcolina, che agiscono fissandosi chimicamente alla fibra muscolare. Ora, le neurotossine, nella maggior parte dei casi, bloccano i neurotrasmettitori, vuoi impedendo al sistema nervoso di liberarli (azione pre-sinaptica), vuoi impedendo ai trasmettitori stessi di fissarsi alle fibre (azione post-sinaptica). In entrambi i casi, i muscoli non ricevono più potenziali d’azione dal sistema nervoso e vanno incontro a paralisi, con la morte che sopraggiunge solitamente per asfissia dovuta all’inattività dei polmoni (anch’essi dipendenti da istruzioni neuronali).

Le dendrotossine, però, hanno un meccanismo completamente diverso, e proprio per questo estremamente interessante per i ricercatori: esse non inibiscono, bensì stimolano oltre misura l’attività dell’acetilcolina bloccando i cosiddetti “canali del sodio”, complessi proteici coinvolti nella sua regolazione. Ne consegue un vero e proprio bombardamento di impulsi alle fibre muscolari, che vanno incontro a movimenti di carattere convulsivo che ne pregiudicano irrimediabilmente le funzionalità. Il veleno del mamba nero contiene anche altre sostanze tossiche, nella fattispecie cardiotossine, che, come dice il nome, agiscono direttamente sul cuore della vittima; tuttavia, la loro quantità è trascurabile rispetto a quella delle dendrotossine I e K, tipiche di questa specie (i mamba verdi presentano in maniera più marcata dendrotossine di tipo alfa, beta, gamma e delta).

Anche se la leggenda dei sette passi è indubbiamente inverosimile, l’azione del veleno del mamba nero è straordinariamente rapida: se il morso colpisce determinate zone, come il volto (cosa tutt’altro che impossibile, dato che il nostro amico caccia anche sugli alberi e può dunque colpire dall’alto in basso), la morte può sopraggiungere in soli venti minuti, e in ogni caso raramente si sopravvive per più di una-due ore senza cure mediche. Questo, unito al fatto che il mamba nero, a differenza della stragrande maggioranza dei serpenti velenosi, non ricorre mai al dry bite (“morso asciutto”, in cui l’animale sceglie di non iniettare veleno), contribuisce all’altissima probabilità di morte in seguito al suo morso, che raggiunge il 100% in mancanza di antidoto appropriato; tuttavia, anche poter contare su attrezzature per respirazione assistita può allungare considerevolmente la vita della vittima, in attesa dell’arrivo del siero antiveleno.

Chiudiamo il nostro resoconto con alcuni esempi tratti dall’esperienza di persone che si sono trovate a constatare di persona la pericolosità del mamba nero: si va dalla muta di sei cani sterminata da un solo esemplare che avevano malauguratamente attaccato, fino al ritrovamento di una giraffa morta per gli effetti del veleno del caro dendroaspide, oltre ovviamente alle vittime umane che non hanno avuto la fortuna di poter sopravvivere per raccontare la loro storia.
Vi consiglio di dare un’occhiata al sito internet di Gianni Olivo, erpetologo italiano che lavora da lungo tempo a Ingwe (Sudafrica), principale fonte di conoscenza per questa puntata di VenomWeek che con il mamba nero ha un rapporto particolare di cui parla ampiamente in toni tutt’altro che accademici.
A questo punto non mi resta che salutarvi, e darvi appuntamento alla prossima settimana con un altro velenosissimo episodio.
Alla prossima!

SENEX